Delitti sotto l’Ombrellone Episodio 1 – Il giallo dell’uomo con la camicia sbagliata

AICIS inaugura una nuova rubrica estiva pensata per accompagnare i lettori nelle domeniche sotto l’ombrellone.

Ogni settimana vi terremo compagnia con una lettura Crime Fantasy che ha per protagonista il Commissario Montella: un personaggio dal profilo noir, riflessivo e disilluso, che trascorre le sue domeniche su una spiaggetta partenopea. Dalla sua seggiola all’ombra dell’ombrellone, Montella annota su un taccuino i pensieri e le intuizioni sul caso della settimana.

Condivideremo con voi questi appunti per portarvi dentro le sue riflessioni, i suoi dubbi e le sue indagini. Un’occasione per seguire da vicino il filo dei suoi pensieri, tra sabbia, crimini e ombre misteriose.

 

Delitti sotto l’Ombrellone

Episodio 1 – Il giallo dell’uomo con la camicia sbagliata

 

Domenica. Lido “Le Sirene”, Posillipo.

La brezza di mare accarezza le pagine del mio taccuino come dita gentili che cercano di distendere i pensieri. La sabbia scricchiola sotto la seggiola da regista che mi accompagna da anni – la mia postazione fissa, ogni domenica. Un caffè annacquato, un mozzicone spento troppo in fretta, e la mente che ritorna sempre lì, dove la pelle al sole non arriva: dentro i casi irrisolti.

Scrivo per non dimenticare.

Scrivo per ricordarmi cosa c’è dietro ogni volto.

Scrivo perché ogni ombra, prima o poi, chiede di essere illuminata.

Venerdì. Quartiere Chiaia. Ore 7:32 del mattino.

Pioveva appena, come se il cielo avesse esitato prima di piangere.

Un portiere con l’abitudine di alzarsi troppo presto ha trovato il corpo. Disteso nell’androne, camicia bianca come appena stirata, una goccia di sangue che si allargava sotto l’ascella sinistra. Un biglietto sgualcito nella tasca interna: “Non tutti meritano la redenzione.”

Nessun documento. Nessuna chiave. Solo il silenzio appeso alle pareti.

Ho fissato il volto dell’uomo per diversi secondi. Sembrava dormire. E in un certo senso, forse, voleva davvero essere trovato così.

Come lo abbiamo identificato

Ho chiesto alla scientifica di trattarlo come si trattano i fantasmi. Impronte, analisi del volto, fotografia chirurgica. Una corsa contro i server del Ministero, i terminali dell’Interpol, le banche dati dei dimenticati.

Alle 9:12, il nome è spuntato come un pesce morto a galla.

Ferdinando Maglione. Avvocato penalista. Sorriso da volpe e cravatte a righe. Radiato pochi mesi fa per irregolarità gravi. Un uomo che aveva scommesso contro la giustizia, e pareva aver perso.

Ho preso nota sul taccuino con la mia grafia inclinata: “Era uno che sapeva troppo. Ma non abbastanza per salvarsi.”

Un’Alfa Romeo grigia. Un uomo in giacca scura.

Un rider ha detto di averlo visto. Alle 6:45. Un’ombra alta, accanto a un’Alfa grigia con targa straniera. «Era nervoso. Guardava intorno. Mi ha offerto 10 euro per una bottiglietta d’acqua.»

Abbiamo fatto scorrere le immagini delle telecamere. Quella zona è piena di occhi finti, ma qualcuno registra ancora. Incrocio tra i dati ANPR, le banche noleggi auto, i transiti doganali. È bastato un fotogramma. Un dettaglio. La parte finale della targa: “69DY”.

Due ore dopo avevo il nome del proprietario: Enrico Falasca. Commercialista. Nessun precedente. Nessun segno. Nessuna sbavatura. A meno che non si guardasse davvero.

Falasca… quel nome suonava familiare.

Poi è tornata in mente lei. Letizia Falasca. Capelli rossi come il tramonto sopra via Tasso. Sguardo tagliente. Dieci anni prima, in aula, accusata d’aver manipolato una testimonianza in un processo per omicidio. Difesa da Maglione. Assolta. Due anni dopo, si diceva, si era suicidata.

Ma nessuno aveva mai visto il corpo. Solo un verbale, una firma storta, una urna mai aperta.

Fratello e sorella. Due facce della stessa ombra.

La perquisizione a casa di Enrico

Era ordinata. Troppo. Un ordine che puzzava di paura.

In bagno, dietro la lavatrice, un guanto insanguinato. Abbiamo fatto il test del DNA: Maglione.

In cucina, una fattura dimenticata, intestata a un certo F. Maglione. Tre camicie su misura. Stesso tessuto, stessa sartoria.

Uno dei tre esemplari era quello che indossava il cadavere. Ma non era mai stato lavato. Un regalo? Una trappola? O un travestimento?

Poi, la busta.

Arrivò sabato pomeriggio, senza mittente. Nessun francobollo, consegnata a mano. Dentro, una Polaroid.

Ferdinando Maglione. Su una terrazza di Ischia. Sorridente. Accanto a una donna dai capelli rossi. Un ciondolo a forma di L. Letizia.

Sul retro: “A volte, i morti sono solo in attesa di scena.”

Conclusioni (per ora)

Personaggio Identificazione e percorso
Ferdinando Maglione Identificato tramite impronte, riconoscimento facciale. Ex avvocato. Vittima.
Enrico Falasca Targa veicolo, telecamere, tracce contabili. Coinvolto.
Letizia Falasca Presunta morta. Riemerge nella foto. Nessuna conferma del decesso.

 

Annotazioni finali nel taccuino, pagina 37:

“Ci sono storie che iniziano con un corpo e finiscono con un’ombra. Ma questa, forse, è cominciata proprio dal contrario. Se Letizia è viva, dov’è stata per dieci anni? Se Maglione era in fuga, chi l’ha trovato? E se la camicia era sbagliata… era forse l’unico modo per confondere noi?”

Epilogo da sotto l’ombrellone

Il mare si è alzato. Una signora cerca suo figlio con lo sguardo, un bagnino sbadiglia. Io richiudo il taccuino e prendo un altro appunto, sottovoce, come se mi ascoltasse solo il vento:

“Mai fidarsi di chi indossa il bianco in un mondo fatto di grigio.”

 

(Ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale)

di Francesco Paolo Iacovelli        ogni Diritto è riservato