Crimine e vendetta: un bisogno ancestrale tra psiche, diritto e società

di Francesco Paolo IACOVELLI

Oggi vorrei proporre un approfondimento su un tema che, da sempre, affascina e al contempo inquieta: il desiderio di vendetta. Dopo aver esplorato diverse fonti e studi sul fenomeno (vedasi in bibliografia), ho cercato di comprendere non solo gli aspetti psicologici e sociali che lo alimentano, ma anche la sua evoluzione nelle dinamiche criminologiche contemporanee.

 

Il desiderio di vendetta nasce da una ferita profonda, una risposta emotiva che può scaturire non solo da un’offesa prolungata, ma anche da un’istintiva reazione a un insulto, una provocazione o una pubblica umiliazione. In entrambi i casi, il motore di questa reazione è lo stesso: un bisogno primordiale di ristabilire un equilibrio, un senso di giustizia che sembra essere stato violato. La vendetta può manifestarsi in due modi distinti, ma entrambi sono guidati dalla stessa sete di auto-giustizia.

 

Da un lato, c’è la vendetta istintiva, che esplode come un riflesso immediato. È la reazione impulsiva a una ferita emotiva, un atto che non lascia spazio alla riflessione, ma che affonda le radici nella rabbia e nel dolore di un’ingiustizia percepita. Il colpo arriva veloce, spesso come una reazione a una provocazione che non può essere sopportata, una risposta che annulla temporaneamente il senso di impotenza.

 

Dall’altro lato, c’è la vendetta pianificata, che nasce da un processo più ragionato, ma non per questo meno potente. In questo caso, l’individuo costruisce lentamente un piano, attende il momento giusto e agisce con la certezza che solo così si possa restaurare l’equilibrio perso. La premeditazione non è altro che il tentativo di dare forma alla propria giustizia, di fare giustizia dove la legge o la società sembrano non averlo fatto.

 

In entrambi i casi, la vendetta è mossa dalla convinzione che l’ordinamento esterno, che sia quello sociale o giuridico, non sia riuscito a riparare la ferita. Si tratta di un’illusione, quella di prendere nelle proprie mani il destino, di avere il controllo sulla propria giustizia. Ma queste illusioni, tanto nell’atto impulsivo quanto in quello riflessivo, non risolvono mai veramente il conflitto. Al contrario, alimentano un ciclo di violenza che perpetua il dolore, senza mai restituire davvero quel senso di equilibrio che l’individuo sperava di trovare.

 

Nel cercare di comporre questo articolo, ho voluto dar conto non solo delle teorie criminologiche che esplorano la vendetta, ma anche degli aspetti umani, spesso nascosti, che determinano una reazione tanto profonda e distruttiva.

 

 …Ma vediamo quali sono i reati legati alla vendetta e come si manifestano…

 

In ambito giuridico, ci sono reati che più di altri sono compatibili con una motivazione vendicativa.

Non si tratta solo di capire “che cosa” viene fatto, ma “perché”.​

  • Omicidio volontario (art. 575 c.p.)
    È l’eliminazione intenzionale di una persona. Quando avviene per vendetta, è spesso preceduto da segnali: minacce, rancori non elaborati, conflitti irrisolti. In molti casi è l’epilogo di una relazione affettiva finita male, o di una faida familiare. La vendetta, in questi casi, si configura come “giustizia privata”, dove l’autore si arroga il diritto di stabilire la pena e infliggerla direttamente.​
  • Stalking – Atti persecutori (art. 612-bis c.p.)
    Si configura quando una persona mette in atto comportamenti ripetuti e invasivi (pedinamenti, messaggi minacciosi, appostamenti) che generano nella vittima ansia, paura o una limitazione della propria libertà. In un’ottica vendicativa, è una forma di controllo e punizione indiretta. Chi non accetta di essere lasciato o umiliato, trasforma la propria ossessione in una strategia di “rappresaglia continua”.​
  • Revenge porn – Diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite (art. 612-ter c.p.)
    È un reato introdotto di recente, ma diffusissimo. Si tratta di condividere o diffondere foto o video intimi, ottenuti durante una relazione, per umiliare o “punire” l’ex partner. È una forma di vendetta che mira a colpire la reputazione e la dignità. Le conseguenze per la vittima possono essere devastanti, sia sul piano sociale che psicologico.​
  • Lesioni personali (art. 582 c.p.)
    Chi aggredisce fisicamente qualcuno per vendetta può rispondere di lesioni, anche gravi, se non mortali. Spesso si tratta di vendette “di strada”, tra conoscenti, ex amici, parenti o membri di gruppi rivali. Non è raro che in queste situazioni venga usata un’arma o che l’aggressione sia premeditata.​
  • Diffamazione (art. 595 c.p.)
    Quando la vendetta non è fisica, può diventare “sociale”. Denigrare qualcuno, attribuirgli comportamenti falsi e dannosi, rovinarne la reputazione — spesso online — è una delle forme vendicative più subdole, ma anche tra le più praticate.​

 

…Per capire la portata distruttiva della vendetta, vediamo alcuni casi degli ultimi anni…

 

Bologna, 2022 – L’omicidio di Alessandra Matteuzzi

Alessandra viene uccisa brutalmente dall’ex compagno Giovanni Padovani. Non si tratta di un raptus, ma di un delitto premeditato. Padovani aveva già manifestato comportamenti persecutori. La relazione era finita, ma lui non accettava la decisione. L’omicidio, avvenuto sotto casa della vittima, è stato eseguito con estrema violenza: un atto di vendetta che si era annunciato nei mesi, senza che le misure di protezione riuscissero a fermarlo.​

 

Bari, 2017 – L’omicidio di Michele Amedeo

Ucciso nel parcheggio del suo posto di lavoro. La responsabile, Vincenza Mariani, era un’ex amante che non aveva accettato la fine della relazione. Prima di arrivare all’omicidio, aveva perseguitato Michele con lettere, minacce, e aveva incendiato la porta di casa. La vendetta è maturata lentamente, alimentata da una spirale di rifiuto e rabbia. Anche qui, la violenza era preceduta da segnali chiari.​

 

… Un caso emblematico: la vendetta con l’acido…

 

Il caso di Gessica Notaro, ex finalista di Miss Italia, rappresenta uno degli episodi più drammatici e emblematici di violenza di genere in Italia. Nel gennaio del 2017, Gessica fu sfregiata con l’acido dall’ex compagno Edson Tavares, un uomo incapace di accettare la fine della loro relazione. L’aggressione avvenne a Rimini, quando Tavares, dopo mesi di molestie e vessazioni, attese Gessica sotto la sua abitazione. Con un gesto premeditato e violento, le lanciò dell’acido sul volto, provocandole danni irreversibili e un dolore atroce.

 

Il movente di questa aggressione risiede nella gelosia e nel rancore di Tavares per la separazione, che lo spinsero a compiere un atto di inaudita crudeltà. L’acido, lanciato con intenzione di distruggere non solo l’aspetto fisico ma anche l’identità e la dignità della vittima, colpì Gessica in modo devastante, cambiando per sempre la sua vita. La sua testimonianza, tuttavia, non si limitò al dolore fisico e psicologico. Gessica si è fatta portavoce della lotta contro la violenza sulle donne, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di prevenire e contrastare questo tipo di violenza.

 

Il caso di Gessica Notaro, emblematico nella sua brutalità, sottolinea come la vendetta possa spingersi oltre il confine della sofferenza personale, trasformandosi in un atto devastante. Questi episodi non sono mai imprevedibili: riconoscere i segnali di un potenziale atto vendicativo è essenziale per intervenire prima che la violenza si concretizzi. È in questo contesto che entrano in gioco gli strumenti operativi, fondamentali per chi opera nella prevenzione e nel contrasto di questo tipo di crimine.

 

 

…Perché serve parlarne…

 

Il bisogno di vendetta è reale. E per chi opera nel campo criminologico, ignorarlo è un errore. Capire le sue dinamiche aiuta a riconoscere i segnali prima che si trasformino in azione. La vendetta nasce dal dolore, ma è un dolore che si traveste da giustizia privata. E quando si agisce mossi da essa, la linea tra la vittima e l’aggressore si ribalta.

(Pensiamo, per fare un esempio noto anche fuori dall’ambiente accademico, al caso del cosiddetto Canaro della Magliana: un toelettatore di cani che, nel 1988, attirò nella sua bottega un ex pugile legato alla criminalità romana e lo torturò per ore, in un gesto estremo di vendetta. Per anni, l’uomo aveva subito umiliazioni, pestaggi e soprusi da parte della vittima, che lo usava come bersaglio fisso. Quel giorno decise di ribaltare i ruoli. Il fatto suscitò clamore mediatico e ispirò il film Dogman di Matteo Garrone, che ha rielaborato in chiave simbolica quella vicenda, mostrando come la vendetta possa nascere da anni di sopraffazione silenziosa).

 

 

Quando la vendetta entra in gioco, la sola intuizione non basta. L’intervento deve essere guidato da metodi concreti e strumenti affidabili, soprattutto per chi opera nella prevenzione del crimine — dalla polizia giudiziaria agli operatori del sistema penale, passando per assistenti sociali e psicologi forensi. Questi professionisti necessitano di strumenti chiari ed efficaci per comprendere se il rischio di un atto vendicativo è solo una minaccia teorica o se siamo davvero a un passo dall’agire.

 

Una traccia operativa per la valutazione del rischio di vendetta dovrebbe partire da un’accurata raccolta dei segnali premonitori. La presenza di una recente rottura relazionale, come una separazione, un licenziamento o una denuncia, è spesso il primo campanello d’allarme. Frasi ossessive o minacciose — espressioni come “me la pagherà” o “se non lo fa lui, lo faccio io” — sono indicatori di potenziale pericolo, così come la tendenza al controllo, che può manifestarsi attraverso appostamenti, monitoraggio sui social media, o anche interrogatori indiretti tramite amici.

 

Un altro segnale è il ritiro sociale, accompagnato da atteggiamenti paranoici o di ipercontrollo. È fondamentale annotare ogni episodio ricorrente o circostanza particolare, in quanto la ripetizione di certi comportamenti è spesso un indicatore chiave di un rischio crescente.

 

Oltre alla raccolta dei segnali, è importante utilizzare strumenti strutturati per una valutazione più accurata. In questo ambito, modelli come il SARA (Spousal Assault Risk Assessment), utilizzato in contesti di relazioni intime interrotte, sono particolarmente utili. In Italia, questo strumento viene utilizzato a discrezione delle procure e dei servizi sociali specializzati, ma sta entrando gradualmente nei protocolli di polizia e nei centri antiviolenza. Altri strumenti, come il DASH (Domestic Abuse, Stalking and Honour-Based Violence), utile in fase di primo contatto o denuncia, e l’HCR-20, uno strumento clinico-criminologico che valuta il rischio di violenza in base a fattori storici, clinici e contestuali, permettono una diagnosi più precisa e immediata.

 

Se la valutazione del rischio risulta elevata, non basta applicare una misura cautelare come l’allontanamento o il divieto di avvicinamento. È necessario attivare un monitoraggio attivo, coinvolgendo i servizi territoriali in un’azione integrata. Una rete tra forze dell’ordine, servizi sociali, terapeuti e, se necessario, mediatori penali, può essere decisiva per proteggere la vittima prima che l’aggressione avvenga. Il Codice Rosso (L. 69/2019) stabilisce la priorità per i procedimenti che coinvolgono rischi per l’incolumità della vittima, un aspetto fondamentale per agire tempestivamente.

 

Un altro passo fondamentale è l’intervento sul soggetto a rischio. Se il soggetto non ha ancora agito ma mostra segnali chiari di un’intenzione vendicativa, è possibile avviare un percorso di presa in carico trattamentale. Programmi di responsabilizzazione emotiva e gestione del conflitto, che possono essere proposti in carcere o in misura alternativa, offrono una via per intervenire prima che l’atto violento si consumi. Alcuni Uffici Esecuzione Penale Esterna (UECP) hanno già avviato progetti con psicologi e criminologi per trattare soggetti con moventi vendicativi, aumentando così le possibilità di prevenire la violenza.

 

Infine, non bisogna mai dimenticare la protezione della vittima. Non aspettare che l’aggressione avvenga per agire. Chi teme una vendetta, generalmente, ha buone ragioni per farlo. È cruciale raccogliere dichiarazioni dettagliate, anche se il reato non si è ancora consumato, utilizzando strumenti legali come le sommarie informazioni testimoniali (art. 362 c.p.p.), per formalizzare il racconto della vittima sin dalle prime fasi investigative. Allo stesso modo, devono essere proposte immediatamente misure di protezione, anche informali, come il cambio di domicilio o il contatto diretto con le forze dell’ordine, per garantire la sicurezza della persona coinvolta.

 

Bibliografia

  •  Adriano Zamperini (2007), Psicologia della violenza. Dalle relazioni interpersonali alla guerra
  • Giuseppe Maiolo e Giuliana Franchini (2011), Il rancore. Un’emozione che avvelena la mente
  • Anna Costanza Baldry (2003), Violenza domestica e stalking. Conoscere e affrontare il problema