Crescere senza bruciare le tappe.

di Barbara Demelas, Criminologa AICIS

 

Tenere più vicini a casa i figli di 15 o 16 anni non è un gesto di sfiducia, ma una forma di cura. A quell’età si è nel mezzo: non più bambini, ma nemmeno adulti. Il desiderio di libertà è forte, così come la voglia di sentirsi “grandi”, soprattutto in occasioni simboliche come il Capodanno. Eppure proprio quei momenti, così carichi di aspettative, possono diventare più grandi delle spalle che li devono reggere.
Stare un po’ più vicino a casa non significa togliere qualcosa, ma accompagnare. Significa dire: “La tua voglia di mondo la vedo, ma per ora camminiamo insieme”. È un tempo in cui si impara a conoscersi, a capire i propri limiti, a sbagliare in modo protetto. Le regole, se spiegate e vissute con coerenza, non soffocano: danno una cornice sicura dentro cui crescere.
E poi c’è una verità semplice che spesso dimentichiamo: avranno tempo. Avranno tanti Capodanni davanti, notti lunghissime, scelte autonome, libertà piene. Questo, a 15 o 16 anni, è solo uno dei primi capitoli, non il libro intero. Proteggerli adesso non vuol dire trattenerli per sempre, ma prepararli ad andare lontano con più consapevolezza.
Tenere i figli un po’ più vicini, quando serve, è anche un atto di fiducia nel futuro: il loro. Perché le occasioni non scappano, il tempo sì. E crescere, fatto bene, non ha bisogno di bruciare le tappe.