di Alessandro Grimaldi
Il video del ragazzo che lancia un gatto nel vuoto alla presenza dei compagni, a quanto pare compiaciuti, è diventato virale in poco tempo e ha alimentato lo sdegno dell’opinione pubblica, inferocita contro il gesto e il suo autore.
La valutazione del comportamento è complessa e, necessariamente, deve tener conto di più aspetti che necessitano un approccio multidisciplinare. Non è semplice misurare il peso dell’azione, ma non per questo si può concludere, a priori, semplificando, che si tratta di un gesto criminale, almeno dal punto di vista della criminologia clinica.
Sul piano giuridico, infatti, l’interpretazione è univoca e siamo difronte al un reato contemplato dall’art. 544 ter del Codice Penale che così recita: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte dell’animale.”
Dalla prospettiva della criminologia clinica la riflessione è più articolata poiché se da un lato autorevoli autori, come John Macdonald e successivamente Robert Ressler, indicano la violenza sugli animali come possibile segno premonitore di una tendenza all’omicidio seriale, è anche vero che gli stessi e i loro successivi colleghi invitano a non assolutizzare il concetto, poiché il passaggio non è automatico, altrimenti avremmo un esercito di potenziali serial killer.
Siamo tutti d’accordo, infatti, che non esistono caratteristiche che, per la loro sola presenza, possono dare la certezza di una personalità deviata in attesa della sua prima vittima umana. Si parla, allora, non solo di fattori di rischio, ma di comportamenti che spesso si ritrovano negli assassini seriali, anche se non tutti coloro che li posseggono lo sono o lo diventano. In altre parole, se non tutti coloro che maltrattano gli animali sono necessariamente serial killer, la casistica ci dice che, invece, i serial killer hanno iniziato con l’inveire con la specie animale per poi evolvere.
Ciò non toglie che, la violenza sugli animali rientra a pieno titolo tra i fattori di rischio che potrebbero indicare una predisposizione, insieme a disturbi post-traumatici, aggressività infantile, isolamento sociale, disturbi della personalità, ossessioni, abusi di sostanze, dissociazione, disfunzioni sessuali, etc.
La crudeltà verso gli animali, quindi, è sicuramente un segnale d’allarme, che attira l’attenzione su una personalità deviata, non necessariamente omicida, ma che comunque esprime un comportamento che può andare dalla semplice mancanza di empatia, ai più complessi e momentanei impulsi eccitatori che si attiverebbero alla visione della sofferenza e della morte dell’altro.
Un esempio, tra i tanti, rilanciato anche da una recente serie televisiva, è la storia Jeffrey Dahmer, giornalisticamente conosciuto come il mostro di Milwaukee, responsabile di almeno 17 omicidi tra il 1978 e il 1991. Da giovane Dahmer mutilava e uccideva gli animali, mostrando una forte predisposizione alla violenza e alla soppressione della vita.
Al di là di questi casi limite, la violenza sugli animali, indipendentemente dal fatto che possa trasferirsi sulla persona, ha delle implicazioni psicologiche che non devono essere trascurate, poiché potrebbero giustificare comportamenti sociali magari non violenti, ma disturbati. Dicevamo, innanzitutto, la mancanza di empatia e di compassione, con il possibile conseguente comportamento antisociale; ma anche la sensazione di potere e di controllo sull’altro.
Per il benessere personale e sociale diventa, allora, di fondamentale importanza, in termini preventivi ed educativi, riconoscere precocemente, durante l’infanzia e l’adolescenza, atteggiamenti violenti nei confronti degli animali. In presenza di tali comportamenti l’opinione pubblica, il mondo della comunicazione, la comunità educante e gli operatori sanitari sono chiamati ad unire le forze ed intervenire a supporto del giovane in questione e della sua famiglia. Se infatti, come già detto, non tutti coloro che maltrattano gli animali diventeranno serial killer, l’intervento su queste persone potrebbe aiutare a contenere una possibile esplosione della violenza.
L’AUTORE
Alessandro Grimaldi, Criminologo qualificato AICIS ex legge 4/2013