Catone, la giustizia e la coscienza del giudizio. Una riflessione sul caso di Alessia Pifferi

di Francesco Paolo IACOVELLI

Oggi, chiacchierando con una persona a me cara di Catone il Censore, si discuteva sulla moralità della giustizia. Quelle parole mi sono poi risuonate nella mente alla notizia della recente sentenza che ha visto la condanna a 24 anni, anziché l’ergastolo, di Alessia Pifferi, in un caso di omicidio che ha profondamente colpito l’opinione pubblica.
Non voglio soffermarmi sul merito della decisione, le motivazioni spetterà leggerle e comprenderle, ma sulla sensazione che ogni volta lascia il sistema giudiziario quando una pena appare, per percezione collettiva, più indulgente che severa.

Marco Porcio Catone, detto il Censore, rappresentava nella Roma repubblicana l’idea che la giustizia fosse innanzitutto un atto morale. La legge, per lui, era virtù, rigore, responsabilità civile. Oggi, a distanza di secoli, quelle parole ci interrogano ancora: quanto la nostra giustizia conserva il suo valore morale? E quanto, invece, rischia di cedere al relativismo, alla comprensione, alla paura di giudicare?

La criminologia moderna ci ricorda che ogni decisione giudiziaria ha anche un impatto sociale. Quando una sentenza viene percepita come troppo mite, il problema non è soltanto giuridico, ma simbolico: si incrina la fiducia del cittadino nella capacità dello Stato di proteggere e tutelare. È un vuoto che può diventare criminogeno, perché alimenta l’idea che la legge non sia più un limite, ma un’interpretazione.

Catone avrebbe forse detto che la giustizia deve “educare” prima ancora che punire, e che una pena giusta non serve solo a ripagare il torto, ma a ristabilire un equilibrio sociale.
Il rischio, oggi, è che nella comprensione dell’uomo si perda la condanna del gesto, che nell’attenuante si smarrisca il principio.

Non è un problema di norme, il nostro ordinamento è solido, ma di applicazione e percezione. La stessa giurisprudenza ci insegna che la funzione rieducativa della pena non può mai sostituire quella preventiva e retributiva, altrimenti la giustizia smette di essere esempio e diventa negoziazione.

E allora forse vale la pena tornare a Catone, quando ammoniva: “È pericoloso l’uomo che sa parlare bene, ma non sa pensare giusto.”

Perché giudicare non significa solo applicare il diritto, ma interpretare la responsabilità.
E in questo equilibrio fragile tra il rigore e la compassione si misura la maturità di una civiltà.

Una giustizia morale, come l’avrebbe voluta Catone, non è quella che consola, ma quella che educa, anche quando è severa. Perché solo dove la pena conserva la sua forza simbolica, la legalità può continuare a essere creduta, e non solo imposta.

Di Francessco Iacovelli