Caso Orlandi: 41 anni dopo verranno ascoltate le amichette oramai ultracinquantenni

Le testimonianze di due amiche della povera Manuela Orlandi, la ragazza scomparsa a Roma il 22 giugno 1983, sono reputate molto importanti a distanza di 41 anni dall’epoca dei fatti. Saranno sentite dalla Commissione Parlamentare che indaga sul caso ancora irrisolto ora che hanno la bella età di 56 e 58 anni.

La prima, Laura Casagrande, allieva della scuola di musica «Ludovico da Vittoria» frequentata anche da Emanuela, a suo tempo fu chiamata in causa dai rapitori nei loro messaggi di rivendicazione; l’altra Cristina Franzé, anche lei amica della figlia del messo pontificio, era legata al gruppo dell’Azione cattolica attivo nella chiesa vaticana di Sant’Anna. Poi c’è Sonia De Vito, coetanea e confidente di Mirella Gregori (l’altra ragazza scomparsa il 7 maggio 1983), in passato indagata per reticenza e considerata ora, dal vicepresidente della Bicamerale, «un teste chiave» nell’inchiesta. 

Oramai è certo (e vedremo perché) che tra le due sparizioni, quella di Emanuela e quella di Mirella, c’è un sicuro nesso che però non è mai stato sciolto.

Del resto, il mistero sulla scomparsa delle due ragazze si infittisce sempre di più man mano che si indaga. Per esempio, ultimamente è emerso un episodio di molestie dello zio ai danni della sorella più grande di Emanuela. Ma questo basta a far rientrare l’uomo nel novero dei sospettati? In realtà la donna ricordando l’episodio in una intervista sul Corriere della Sera minimizza: «all’epoca mi sentii a disagio, oggi mi ci farei una risata sopra. Non so che cosa gli fosse scattato, fu uno scivolone». Ma soprattutto evita di collegare il comportamento dello zio alla vicenda di Emanuela: al giornalista che le chiede se crede possibile che anche la sorella avesse potuto subire simili attenzioni risponde lapidaria: «Lo escludo, senza dubbi».

Questo per dire che l’inchiesta si arricchisce ogni tanto di particolari, come quello citato, che in realtà si iscrivono tra le tante ipotesi di una investigazione che brancola nel buio.

Ora le speranze di ottenere un po’ di luce sono, come si dice, appese agli interrogatori delle (ex) ragazze, perché si è sempre saputo (e non si sa come ciò sia comprensibile) che nel giallo Orlandi-Gregori un ruolo rilevante e poco esplorato è stato proprio quello delle amiche venute in qualche modo a conoscenza di qualcosa sull’imminente allontanamento da casa (indotto con un tranello) sia di Emanuela sia di Mirella, poi diventato per entrambe un tragico e irrimediabile sequestro di persona.

Perché ascoltare Sonia De Vito?

Sonia è figlia dell’allora titolare del bar all’angolo del palazzo di via Nomentana 91 nel quale Mirella Gregori (anche lei figlia di un barista) abitava con la famiglia (i genitori Paolo e Maria Vittoria Arzenton e la sorella Antonietta). Il suo nome compare nelle quattro inchieste giudiziarie concluse con altrettante archiviazioni (1983-1997 e 2008-2015).

Ma quello che dovrà spiegare ora è la frase da lei pronunciata, intercettata dal SISDE (Servizio Segreto Civile) nell’autunno del 1983. Nell’appunto datato 31 ottobre 1983, gli agenti scrivono che cinque giorni prima, il 26 ottobre, a quasi sei mesi dal mancato ritorno a casa, parlando di Mirella Gregori con un’altra ragazza ai tavolini del bar di famiglia, Sonia diceva: «Certo, lui ci conosceva. Contrariamente a noi che non lo conoscevamo. Quindi poteva fare quello che voleva… Come ha preso Mirella poteva prendere anche me…». Ma questo «lui» non è stato mai identificato.  Cosa omise di dire, forse per paura o perché intimidita? Cambiò casa e non mutò linea neanche quando ricevette un avviso di garanzia per reticenza. All’epoca il suo silenzio portò gli inquirenti a battere piste indiziarie. Per esempio portò gli inquirenti ad indagare sulle sue frequentazioni e su quelle di Mirella Gregori. Ed è così che venne aperto un nuovo filone d’indagine.

Infatti, la Procura negli anni ’90 pose sotto la lente un esponente della Gendarmeria, che abitava in un palazzo vicino a quello di Mirella ed era solito frequentare lo stesso bar. Il nome del poliziotto vaticano saltò fuori solo a fine 1985, quando mamma di Mirella, la signora Vittoria, lo riconobbe in un addetto alla vigilanza di papa Wojtyla andato in visita alla parrocchia del quartiere. Dopo un inspiegabile ritardo di otto anni, nel luglio 1993, finalmente la signora fu convocata e fu la sua deposizione a consentire l’identificazione di B. R. come la persona notata più volte intrattenersi con la figlia e l’amica Sonia…». A suo carico pesava un particolare elemento indiziario: la telefonata intercettata alle 19:53 del 12 ottobre 1993. Il gendarme parlava con qualcuno che chiamava “capo”, dandogli del “lei”. In base a successive ipotesi investigative, poteva trattarsi o del cappellano di Sua Santità, o del comandante della Gendarmeria. Capo: «Pronto!», Gendarme: «Sì, dica…», Capo: «Che sai di Orlandi? Niente! Noi non sappiamo niente! Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori! Ecco, del fatto che è avvenuto fuori di competenza… dell’ordine italiano», Gendarme: «Ah, così devo dire?», Capo: «Ebbè, eh… Che ne sappiamo noi… Non dirlo, eh, che è andata alla Segreteria di Stato…», Gendarme: «No, no… All’interno non devo dire niente. Niente». A parte tutto quello che si evince, considerato quel «non dire», è che anche del caso Gregori si era occupata la Segreteria di Stato, circostanza che di fatto ufficializzava un aspetto fondamentale: la piena connessione, ammessa da personalità in alto nelle gerarchie, tra le sparizioni di Mirella e di Emanuela. Successivamente, il 19 dicembre 1997, il gendarme fu prosciolto dall’accusa del duplice sequestro di persona. 

Ma c’è un altro elemento sul quale Sonia potrebbe fare luce, 41 anni dopo. Si tratta dei i primi minuti della scomparsa della sua amica, quel 7 maggio. Sonia e Mirella, da quanto è stato possibile ricostruire, attorno alle 15:30 si chiusero per un quarto d’ora nella toilette del bar. A fare cosa non fu mai chiarito. Agli atti la versione data da Sonia, dopo il mancato ritorno a casa, è che Mirella le aveva detto che sarebbe andata a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Ma su Villa Torlonia i controlli non diedero risultati. Però in zona esiste anche un altro parco, Villa Albani Torlonia, che potrebbe essere stato teatro di oscure manovre.  Dobbiamo considerare a questo proposito che tale Marco Accetti che ha dato prova di essere stato presente sulla scena per il possesso del flauto riconosciuto dalla famiglia, nel 2013 dichiarò a verbale che in quei 15 minuti Mirella s’era nascosta in bagno per effettuare «la cambiata» dei vestiti indossati uscendo da casa con quelli già consegnati in precedenza a Sonia. Un elenco di indumenti che poi diventerà significativo del coinvolgimento dell’«Americano» (il telefonista del rapimento), grazie alla telefonata giunta al bar dei Gregori a fine settembre 1983: «Prendi carta e penna… Mirella indossava maglieria Antonia, jeans Redin con cintura, maglietta intima di lana, scarpe con il tacco di colore nero lucido marca Saroyan…».

Negli atti d’indagine del 2013 si legge: «Furono presi dalla ragazza tedesca (un’asserita complice, mai identificata, ndr), che occultò i suoi capelli biondi dentro una parrucca castana e le furono consegnati in una busta dall’amica della Gregori. Era nei nostri progetti poterli occultare nella sede o abitazione di un qualcuno presso il quale operavamo pressioni, e minacciare lo stesso di far rintracciare gli abiti dagli inquirenti dopo una nostra segnalazione anonima. Ogni singolo capo poteva essere nascosto presso dimore diverse. Per questo furono scelti dalla Gregori, dietro nostra indicazione, con etichetta facilmente identificabile. La ragazza ci diede in anticipo la lista degli stessi abiti. Per questo motivo, in seguito, rendemmo pubblica la lista dei vestiti».

Perché sentire Laura Casagrande?

Laura Casagrande, oggi 56enne, compagna della scuola di musica (canto corale e flauto) frequentata da Emanuela a Sant’Apollinare potrebbe dare un contributo nella soluzione di fatti riscontrati ma tuttora non chiariti. Laura raccontò di aver visto per l’ultima volta Emanuela dietro di lei, sul marciapiede, poco dopo le 19 di quel 22 giugno

L’8 luglio 1983, il telefonista detto l’«Americano» (identificabile, in base a tre consulenze foniche, in Marco Accetti) chiamò proprio casa Casagrande per la rivendicazione del rapimento di Emanuela. Come mai? Perché Laura Casagrande diventò un’«interlocutrice speciale» dei sequestratori?  Un’altra evidenza, non ancora spiegata, consiste nel fatto che sulla copertina dello spartito che la Orlandi aveva nello zaino al momento di sparire, fatto trovare il 4 settembre 1983 in un cestino dei rifiuti, erano stati aggiunti a penna (scritti dall’ostaggio, dimostrò una perizia) i nomi di Laura Casagrande e quelli di altre due amiche, Gabriella Giordani e Carla Di Blasio, anche loro poi citate in comunicazioni dei rapitori. 

Perché ascoltare Cristina Franzè 

Cristina Franzè, frequentava la parrocchia di Sant’Anna, all’interno delle Sacre mura, dove Emanuela aveva preso i sacramenti ed era solita partecipare alle attività di gruppo. Secondo un’altra nota firmata Sisde, proprio a casa di Cristina, non molto prima della scomparsa, la «ragazza con la fascetta» aveva partecipato a una festa nella quale si presero la scena tre giovanissimi militari, forse marinai, intenti «a rimorchiare» ragazze con modi non garbati.