
Ci sono luoghi che smettono di essere solo geografia e diventano simbolo.
Bibbiano, piccolo comune della provincia di Reggio Emilia, nel 2019 è stato travolto da una vicenda che lo ha trasformato da paese di poche migliaia di abitanti a parola-slogan. Una parola che, ancora oggi, evoca scandalo, sospetto, sfiducia.
Il caso esplose come una deflagrazione: titoli urlati sulle prime pagine, servizi televisivi con immagini forti, talk show che alimentavano il fuoco di un racconto cupo. Si parlò di un presunto “sistema degli affidi” che strappava bambini alle famiglie per destinarli ad altri genitori, in un intreccio di interessi e manipolazioni. La cronaca lasciò presto spazio alla narrazione. E la narrazione, quando prende velocità, ha un difetto: divora le sfumature.
Sei anni dopo, se si abbandonano le semplificazioni mediatiche e si guardano le carte processuali, il quadro appare molto diverso. Dei 108 capi d’imputazione iniziali, molti sono stati ridimensionati; altri sono finiti in prescrizione; diversi procedimenti si sono chiusi con proscioglimenti e assoluzioni. Non è mai stata provata l’esistenza di una “centrale degli affidi” organizzata e sistematica, come invece si gridava nei primi giorni. Restano condanne importanti — su condotte gravi e personali — ma lontane dall’immagine di un meccanismo nazionale che molti avevano evocato.
Come criminologo, ciò che colpisce è la distanza tra queste due dimensioni: la verità mediatica, rapida, semplificata e potente, e la verità processuale, lenta, complessa, spesso meno spettacolare. Una volta che un marchio viene impresso nell’opinione pubblica, è difficilissimo cancellarlo. Anche quando i tribunali correggono, ridimensionano o ribaltano le accuse, il danno reputazionale resta. La condanna sociale era già stata emessa nei talk show e sui social molto prima che i giudici pronunciassero le loro sentenze.
Il prezzo pagato da questa distanza non è astratto. È fatto di persone che hanno visto la propria reputazione annientata in poche ore. Di professionisti e amministratori pubblici che hanno subito attacchi feroci, spesso senza possibilità di difesa. Di famiglie che hanno perso fiducia nei servizi sociali, percepiti come minacciosi anziché protettivi. Di cittadini che, da quel momento, hanno guardato con sospetto ogni intervento delle istituzioni nell’ambito della tutela dei minori. Senza dimenticare la politica, che ha cavalcato la vicenda trasformandola in un vessillo ideologico, più utile a consolidare consensi che a ricostruire verità.
Perché riprendere in mano oggi Bibbiano? Perché questo caso è un laboratorio perfetto per capire quanto la narrazione del crimine possa influenzare la percezione collettiva. Non parliamo solo di giustizia, ma di cultura sociale. Ci insegna che, quando la macchina mediatica costruisce un racconto, la correzione giudiziaria arriva quasi sempre troppo tardi. È come se il processo mediatico bruciasse tutte le tappe, lasciando cicatrici che neppure le assoluzioni riescono a cancellare.
Qui si inserisce la funzione della criminologia: restituire complessità, ridare proporzioni, mostrare le zone grigie che la comunicazione tende a schiacciare. Non significa negare i fatti, né minimizzare le condanne. Significa spiegare che esistono sempre più livelli di lettura e che una sentenza non coincide automaticamente con uno slogan. Con la lente di AICIS, il nostro compito è proprio questo: analizzare gli scarti tra cronaca e processo, capire gli effetti sociali della narrazione, e ricordare che ogni storia ha un costo che va oltre le aule di tribunale.
Oggi Bibbiano non è solo un procedimento giudiziario ormai in larga parte definito. È un monito: ci ricorda che il confine tra giustizia e racconto mediatico è sottile e fragile. Ogni volta che lo superiamo, qualcuno paga un prezzo altissimo — in termini di reputazione, di fiducia collettiva, di credibilità delle istituzioni.
E questo è il vero insegnamento che dobbiamo portare con noi: distinguere tra processo e processo mediatico non è un esercizio teorico. È un dovere civile, se vogliamo evitare che il prossimo “Bibbiano” diventi, ancora una volta, più grande dei fatti stessi.
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