Anatomia di una violenza che si ripete..

Francesco Iacovelli – Criminologo

Non riesco più a dormire quando accade.

Non è un’espressione enfatica. È una frattura nel ritmo naturale delle cose. La notte si dilata e diventa un luogo di pensiero obbligato. Le immagini si ripresentano con una precisione crudele. L’ultima – la ragazza di diciassette anni uccisa dal suo fidanzato, un giovane pugile – non resta confinata nella cronaca. Si insinua. Si impone.

Diciassette anni.
Un’età che dovrebbe aprire orizzonti, non chiuderli per sempre.

E mentre l’opinione pubblica si divide tra analisi, ricostruzioni, responsabilità, dentro rimane una domanda più essenziale, quasi primitiva: perché continuiamo a non imparare?

Non possiamo più rifugiarci nella parola “raptus”. Non possiamo più evocare il mostro isolato. I femminicidi, le violenze domestiche, gli omicidi dentro le relazioni affettive non sono anomalie statistiche. Sono una sequenza. Una cadenza. Un ritmo che si ripete con una regolarità che spaventa più del singolo evento.

Quello che turba non è solo il colpo finale. È l’istante che lo precede.
Quel frammento di coscienza in cui l’individuo sa.
Sa che sta per compiere qualcosa di irreversibile.
Sa che sta per spezzare una vita.
Eppure non si ferma.

Qual è quel punto esatto in cui la mente si offusca senza perdere del tutto la consapevolezza?
Qual è quel grilletto che scatta senza una sicura morale?

Viviamo in un’epoca che parla incessantemente di violenza di genere. Le scuole affrontano il tema del consenso. Le televisioni ospitano dibattiti continui. Le leggi si aggiornano, si irrigidiscono, si ampliano. Il linguaggio giuridico si raffina. Le pene aumentano.

Eppure accade ancora.

Questo dovrebbe inquietarci più del singolo delitto.

Forse stiamo attribuendo alla norma una funzione salvifica che non può avere. L’inasprimento delle pene è necessario, ma non è un dispositivo psicologico. Nessuno, nel momento in cui l’impulso prende il sopravvento, apre mentalmente il codice penale per valutare la durata della condanna. Nessuno si arresta davanti a una formula legislativa più precisa.

La legge interviene dopo.
Sempre dopo.

Se vogliamo comprendere davvero, dobbiamo spingerci oltre il piano giuridico e oltre quello puramente informativo. Dobbiamo entrare in una dimensione più profonda, quasi antropologica.

In molte società tradizionali, studiate dall’antropologia cosiddetta esotica, il legame con la donna era intrecciato all’onore, al prestigio, all’identità stessa dell’uomo. La perdita non era solo affettiva: era simbolica. Era crollo del sé. In quei sistemi culturali il controllo equivaleva a stabilità identitaria.

Siamo convinti che quei modelli siano scomparsi?
O si sono soltanto rivestiti di modernità?

Quando una relazione viene vissuta come possesso e non come reciprocità, la separazione non è un evento relazionale: diventa una minaccia esistenziale. E una mente fragile, incapace di tollerare la frustrazione, può reagire distruggendo ciò che percepisce come causa del proprio annientamento.

Forse il problema non è che non parliamo abbastanza.
Forse il problema è che non trasformiamo abbastanza.

Interveniamo sul piano cognitivo, mentre il detonatore è identitario.
Modifichiamo le norme, ma non sempre scardiniamo le strutture simboliche profonde che legano identità e dominio.

Ed è questa la riflessione che inquieta più di tutte: se la radice è antropologica, culturale, identitaria, allora il cambiamento richiede molto più di una legge. Richiede una revisione del modo in cui costruiamo l’idea di relazione, di potere, di sé.

La ragazza di diciassette anni non è solo una vittima. È lo specchio di una fragilità collettiva che non vogliamo riconoscere fino in fondo.

Finché non avremo il coraggio di interrogarci su quella continuità invisibile tra l’uomo arcaico e l’uomo contemporaneo, continueremo a reagire con sdegno. Continueremo a legiferare. Continueremo a discutere.

Ma continueremo anche, tragicamente, a contare.

 


Ilaria Pempinella – Avvocato – Criminologa

Ma anche a contare questi casi si perde il sonno, che dirla così sembra già disumanizzare la tragedia, normalizzare la narrazione. Ma in questo i numeri sono volti, nomi, storie e vite troppe volte spezzate nel fiore della loro esistenza.

Nel 2023 in Italia sono state uccise 120 donne.
Di queste, 96 in ambito familiare o affettivo.
Oltre 60 per mano del partner o dell’ex partner.

Nel 2024 i numeri non hanno segnato una frattura netta. Hanno oscillato. Non sono crollati.

Dietro ogni cifra c’è un fascicolo.
Dietro ogni fascicolo c’è un sopralluogo, un sequestro, un’autopsia, una misura cautelare, un interrogatorio.
Dietro ogni procedimento c’è un codice che tenta di dare forma giuridica all’indicibile.

L’omicidio volontario aggravato ed ora il reato di femminicidio.
L’aggravante della relazione affettiva.
L’articolo 577 del codice penale.
Il cosiddetto “Codice Rosso”, nato per accelerare la tutela, per ridurre i tempi tra denuncia e intervento.

Eppure, anche con strumenti più rapidi, con corsie preferenziali, con misure cautelari rafforzate, arriviamo spesso troppo tardi.

Come avvocato, lo vedo in quella fase che precede il fatto irreparabile.
Denunce ritirate.
Segnali sottovalutati.
Condotte persecutorie considerate “conflitti di coppia”.
Minacce che non sembrano ancora abbastanza gravi da giustificare una restrizione immediata della libertà.

Il diritto penale vive di prove.
La prevenzione vive di segnali.

E tra questi due piani esiste uno scarto pericoloso.

Le statistiche sulle violenze di genere parlano di migliaia di ammonimenti del Questore ogni anno. Di centinaia di misure cautelari per maltrattamenti in famiglia. Di un numero altissimo di procedimenti per atti persecutori. Ma solo una parte di queste situazioni evolve in omicidio.

Ed è proprio questo il punto più difficile da sostenere giuridicamente: il diritto non può punire una pericolosità presunta, ma deve intervenire su fatti accertabili. E quando il fatto diventa omicidio, la funzione è già mutata: non è più preventiva, è sanzionatoria.

Molti imputati non sono soggetti estranei al tessuto sociale. Non sono figure marginali. Sono giovani, lavoratori, studenti, talvolta senza precedenti. Questo non attenua la responsabilità. La rende più complessa.

Perché costringe a riconoscere che la violenza non è sempre il prodotto di una devianza manifesta, ma talvolta di una fragilità emotiva strutturata, di una concezione distorta del legame, di una incapacità di accettare la fine.

Il processo penale ricostruisce il “come”.
Talvolta il “quando”.
Raramente riesce a restituire fino in fondo il “perché”.

E allora i numeri restano. Tornano. Si accumulano.

Ogni volta si parla di giro di vite. Di nuove aggravanti. Di pene più severe. E il sistema reagisce, si aggiorna, si rafforza. Ma il diritto, per sua natura, non educa. Non plasma identità. Non ristruttura modelli relazionali.

Può punire.
Può contenere.
Può proteggere, quando riesce ad arrivare in tempo.

Ma non può da solo modificare quella frattura antropologica di cui parlavi prima.

In un processo per femminicidio, mi accorgo che la vera battaglia non è solo giuridica. È narrativa. È culturale. È impedire che quella donna diventi un numero nel dispositivo di sentenza. È restituirle spessore umano dentro una formula tecnica.

Perché la sentenza scriverà: “condanna a…”.
Ma non potrà scrivere ciò che è stato tolto: futuro, maternità possibile, professione, sogni, quotidianità.

E allora sì, anche contare fa perdere il sonno.

Perché ogni numero che cresce non è soltanto un dato statistico. È la prova che stiamo ancora intervenendo prevalentemente dopo.

Finché il diritto sarà l’ultimo argine e non il primo presidio culturale, continueremo ad avere sentenze corrette. Condanne esemplari. Impianti accusatori solidi.

Ma continueremo anche a dover spiegare, ancora una volta, perché non siamo riusciti ad arrivare prima.