Ci sono indagini che partono male e poi non finiscono più. È il caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, trovata morta nell’ufficio di via Poma a Roma. L’omicidio è irrisolto ma ora è arrivato il tempo delle “suggestioni”: espressione con cui ha tagliato corto il pubblico ministero dicendosi orientato ad archiviare l’ennesima indagine. Un magistrato che onorando la sua funzione richiede prove e non suggestive congetture, fermo restando l’encomiabile impegno degli inquirenti che hanno tentato di dipanare la matassa. Sta di fatto che dopo ben 34 anni le indagini in questi giorni si sono concentrate sul figlio dell’allora portiere del palazzo di via Poma. Perché solo ora? L’uomo che pure era presente al ritrovamento del corpo non era mai stato incluso nella lunga lista degli indagati, poi scagionati. Riguardo al suo ruolo nella vicenda l’accusato ormai 64enne ha riferito ai giornalisti de Il Messaggero: di essere, il 7 agosto 1990 «arrivato a Roma per combinazione». Era presente quando è stato trovato la ragazza. Quanto all’orario dell’omicidio ha spiegato che «con mio papà e la mia matrigna abbiamo pranzato e siamo andati a dormire. Ci siamo alzati verso le 17. Siamo andati in farmacia, dal tabaccaio, in altri luoghi». Con il padre, aggiunge, «non è che siamo stati sempre insieme. Poi abbiamo cenato e lui è andato a dormire dal signor Valle, che era anziano». Dopo «sono arrivati alcuni personaggi che hanno bussato alla porta e ci hanno chiesto se potessimo andare a cercare la ragazza in ufficio», ed è seguita la scoperta del cadavere di Simonetta Cesaroni. Ma spiega, «non l’avevo mai vista prima». L’uomo dice poi di credere a un possibile coinvolgimento dei servizi segreti ma senza fornire elementi a supporto. Quanto alla sua agenda telefonica che risulterebbe tra gli oggetti ritrovati in quell’ufficio in realtà «apparteneva a mio padre. Fu ritrovata, dicono, dal papà di Simonetta fra gli effetti personali della figlia e restituita in questura. Stranamente – conclude – di quella agenda non c’è traccia fra i reperti. Scomparsa».
Tempo che passa, verità che fugge
Certo, pensare di trovare prove oggi contro chicchessia è una bella chimera investigativa: la scena del crimine fu ripulita, da chi non si sa; la povera ragazza massacrata da 29 pugnalate stringeva ancora in una mano un ciuffo di peli: ma non furono fatte analisi per individuarne la provenienza genetica e chi sa se si potranno più recuperare; l’arma del delitto non fu mai trovata: si cercò un tagliacarte ma ora i periti parlano invece di un coltello; poi ci sono le telefonate anonime che Simonetta aveva ricevuto nei giorni precedenti e ancora quelle intercettate nel corso delle indagini e mai sviluppate fino in fondo. Per chiudere, la commissione antimafia (sic) che si è occupata dell’indagine, avrebbe desecretato alcuni documenti che farebbero pensare ad un depistaggio messo in atto da uomini dello Stato. Insomma, un pasticcio davvero brutto, complicato da un altro dettaglio: un’intercettazione del 30 marzo 2008 dimostra che alcune persone sapessero dell’omicidio alcune ore prima della scoperta del cadavere. In quella intercettazione ne avevano parlato tra di loro. Si tratta di tre telefonate effettuate nel tentativo di informare del tragico evento il presidente degli Ostelli della Gioventù nei cui uffici Simonetta venne uccisa. Lo cercavano per notiziarlo dell’evento, insomma, peccato che al momento il cadavere ancora non era stato rinvenuto.
La strana scena del crimine:
Ammesso che si possa parlare di una sola scena del crimine (non si esclude ora l’ipotesi che l’omicidio potesse essere avvenuto altrove) il corpo senza vita di Simonetta fu trovato presso un ufficio dell’Aiag (associazione italiana alberghi della gioventù). Si è sostenuto che l’Aiag, presso cui uffici Simonetta era stata mandata a sbrigare alcune pratiche un paio di volte alla settimana, fosse vicina ai servizi segreti. A inviarla lì il suo datore di lavoro Salvatore Volponi, anche lui indagato e poi scaglionato per l’omicidio della giovane.
Il calcolo dell’ora della morte:
Come fu stabilito l’orario della morte? A convincere gli inquirenti che la morte fosse avvenuta in un lasso di tempo di 25 minuti tra le 17,35 e le 18,00 sono state le telefonate effettuate dalla ragazza. Alle 17,00 Simonetta chiamò un’impiegata che lavorava in quell’ufficio di mattina per chiederle la password del computer; la donna prima di aderire alla richiesta, aveva chiamato il proprio dirigente nonché la responsabile amministrativa. Poi, alle 17,30 aveva richiamato Simonetta in ufficio. Ma l’impiegata non conosceva personalmente Simonetta e quindi, la voce al telefono era proprio la sua? Su questo è stato sollevato qualche dubbio ipotizzando che la ragazza potesse essere stata uccisa anche un’ora prima. Il dato è importante, poiché l’alibi di diversi sospettati così crollerebbe.
La scena ripulita e il “pizzino”:
Simonetta verso le 18,20 avrebbe dovuto chiamare il suo principale, Salvatore Volpini, per comunicargli la fine dell’orario di lavoro. Allarmati per non avere notizie della giovane, la sorella e il fidanzato, assieme al Volpini, andarono in via Poma, si fecero aprire la porta dalla moglie del portiere del palazzo e lì trovarono il corpo nudo riverso a terra. La scena era stata ripulita e sul pavimento venne rinvenuto un foglio di carta cona la scritta “CE” e un disegno i un impiccato accompagnata dalla frase “DEAD OK”, ovvero “morta, ok”.
E’ l’ora del profiling, e del poliziotto annoiato:
Gli investigatori si concentrarono sul biglietto: era evidentemente la firma dell’assassino. Incominciò uno studio sul profilo psicologico del killer, quello che i criminologi chiamano “criminal profiling”. Si tratta di un’attività finalizzata all’identificazione dell’autore di un crimine attraverso l’analisi di tutte le informazioni reperite sulla scena del crimine. Il criminal profiler cerca di risalire alla personalità di chi ha commesso un reato. Grazie al suo lavoro, gli inquirenti hanno la possibilità di restringere il cerchio dei sospettati ed individuare il colpevole. Ottimo passo avanti nell’indagine? No, lavoro inutile. Dopo mesi si appurò che il “pizzino” era solo uno scarabocchio che un poliziotto annoiato durante i rilievi di polizia si era divertito a tracciare su un pezzo di carta per ammazzare il tempo. Che la scena fosse stata contaminata non ci sono dubbi, dopo questa marchiana violazione dei doveri di conservazione imposti dal codice di procedura.
Le tracce di sangue e il DNA dell’assassino isolato dopo 18 anni:
Sulla scena del crimine vennero rinvenute tracce di sangue. Una molto importante sulla maniglia interna della porta di ingresso. Importante poiché permise di estrarre – ben 18 anni dopo, nel 2008 – una traccia di DNA frammisto della vittima e di un uomo non identificato. La traccia fu comparata, senza successo, con il DNA di 31 sospettati, tra i quali anche il datore di lavoro Salvatore Volponi.
Scoperto il colpevole, che poi è innocente:
Salvatore Volponi: il datore di lavoro di Simonetta è stato il primo ad essere sospettato. Quando aprirono la porta dell’ufficio in cui fu trovato il cadavere, entrando nel buio si lasciò scappare un “bastardo”. Vuol dire tanto, ma anche niente: aveva un’idea di chi potesse essere stato? E’ stata solo una reazione emotiva irrazionale? Comunque lui – se prendiamo per buona la determinazione degli inquirenti sull’ora della morte – aveva un alibi: era rimasto nella tabaccheria della moglie, alla stazione Roma-Termini, fino alle 19,15. Disse che quel giorno non era andato in via Poma. Il portiere del palazzo e sua moglie non lo smentirono anche se dissero di averlo però visto più volte nei giorni precedenti: il che non prova nulla.
Pierino Vanacore: il portiere del palazzo. Col suo arresto il caso sembrava finalmente risolto. Sui suoi pantaloni venne rinvenuta una macchia di sangue che gli costò la galera. Le analisi scientifiche appurarono però che non era il sangue di Simonetta e il portiere fu scarcerato. Tanti anni dopo, nel 2010, Pierino avrebbe dovuto testimoniare nel processo Busco (il fidanzato di Simonetta a sua volta incriminato), ma si suicidò in circostanze strane: annegò in mare, in 90 centimetri d’acqua, e lasciò un biglietto che recitava: “vent’anni di sofferenze e sospetti ti portano al suicidio”. Strano, dal momento che era stato scagionato da anni.
Federico Valle: anche nel suo caso si pensò ad una svolta. Succede quando piuttosto che cercare “il” colpevole si cerca “un” colpevole. E soprattutto quando di mezzo c’è qualche ambiguo informatore della polizia. Il ragazzo era nipote dell’anziano Architetto Cesare Valle che abitava nel palazzo. Secondo l’accusa Federico avrebbe agito mosso dal rancore: era convinto che suo padre, Raniero Valle, fosse l’amante di Simonetta. Si appurò invece che la convinzione era infondata. Raniero aveva orecchiato una conversazione tra Simonetta e le sue amiche in cui la giovane aveva parlato della sua relazione con tale Raniero: ma si trattava di Raniero Busco, che all’epoca era il suo fidanzato. Come mai la figura di Federico Valle finì sotto il cono di luce degli inquirenti? A spostare l’indagine su di lui fu uno strano soggetto. Un informatore della polizia in rapporti di contiguità con l’ambiente dei servizi segreti. Rivelò che aveva ricevuto una confidenza dalla madre di Federico secondo cui il ragazzo la sera del delitto tornò a casa sporco di sangue. La notizia si rivelò non veritiera e gli indizi del tutto insufficienti.
Raniero Busco: fu la volta del fidanzato di Simonetta. L’accusa nei suoi confronti fu mossa bel 17 anni dopo il delitto. Questa volta il caso per gli inquirenti (ancora una volta) era finalmente risolto. Una traccia del suo DNA era stata isolata sul corpetto e sul reggiseno di Simonetta. Inoltre, la ragazza presentava una lesione sul capezzolo sinistro che l’accusa riteneva essere l’esito di un suo morso. Prove schiaccianti, dunque, tanto che i giudici di primo grado lo condannarono a 24 anni di reclusione. La sentenza venne poi ribaltata in appello e l’assoluzione definitiva fu confermata a febbraio del 2013 dalla Cassazione.
Una girandola di colpevoli sbattuti in prima pagina, un uomo condannato a 24 anni di carcere e poi assolto per carenza di prove certe. Trentadue anni di indagini approdate ora in Parlamento. Ma tempo che passa, verità che fugge.
Ora, dopo 34 anni, avanti il prossimo.