11/04/2026
A cura di Roberto Puleo
Appare oggi necessario fare chiarezza su un problema sociale sempre più avvertito: la diffusione, tra i giovani, dell’abitudine a portare con sé armi da taglio, in particolare coltelli, durante la vita quotidiana nelle nostre città.
Ci si interroga frequentemente sul fenomeno delle cosiddette baby gang e sui gruppi di adolescenti che si aggregano per realizzare condotte devianti, spesso rivolte contro i propri coetanei più che contro il mondo adulto. Limitare l’analisi a una lettura meramente delinquenziale o aggregativa rischia, però, di risultare riduttivo. È necessario interrogarsi sulle dinamiche psicologiche e sociali sottese a tali comportamenti, collocandole all’interno di un quadro teorico più ampio, capace di cogliere la complessità del fenomeno.
Una domanda centrale emerge: questi giovani agiscono esclusivamente per finalità offensive, oppure sono essi stessi portatori di una diffusa percezione di insicurezza? In altri termini, il porto del coltello rappresenta uno strumento di aggressione o una forma distorta di autodifesa?
In una prospettiva criminologica, il fenomeno può essere letto come espressione di una paura interiorizzata, alimentata da contesti sociali percepiti come instabili, conflittuali o privi di adeguati riferimenti istituzionali. In tale ottica, la discrepanza tra obiettivi socialmente condivisi e mezzi legittimi per raggiungerli può generare forme di adattamento deviante. Il giovane, privo di strumenti percepiti come efficaci per garantire la propria sicurezza o affermazione sociale, può ricorrere a mezzi alternativi, tra cui il porto di armi impropria come il coltello.
Parallelamente, all’interno di determinati gruppi giovanili possono svilupparsi sistemi di valori autonomi e alternativi rispetto a quelli dominanti. In tali contesti, il possesso del coltello assume una valenza simbolica: non solo strumento di difesa o offesa, ma segno di appartenenza, riconoscimento e status all’interno del gruppo.
La devianza, quindi, non si configura esclusivamente come comportamento individuale, ma come prodotto di dinamiche collettive e identitarie, nelle quali il gruppo svolge una funzione centrale di legittimazione.
A ciò si aggiunge la dimensione dell’apprendimento sociale: i comportamenti devianti vengono appresi attraverso processi di osservazione, imitazione e rinforzo all’interno dei gruppi di riferimento. Il giovane che interiorizza modelli comportamentali basati sull’uso della violenza o sull’esibizione di armi tenderà a riprodurli, soprattutto quando tali condotte risultano premiate in termini di prestigio, visibilità o riconoscimento sociale.
Un ulteriore elemento interpretativo è rappresentato dal ruolo dei legami sociali. La devianza appare più probabile in presenza di relazioni deboli o fragili con le principali agenzie di socializzazione, quali famiglia, scuola e comunità. In assenza di vincoli sociali forti e di figure di riferimento autorevoli, il giovane può sviluppare una maggiore propensione a comportamenti devianti, percependo come legittimo il ricorso a strumenti di difesa autonoma o di affermazione personale.
Non va trascurato, inoltre, l’aspetto normativo e culturale. Le armi da fuoco e altri strumenti offensivi sono sottoposte a rigorose restrizioni legislative e a un forte stigma sociale.Il coltello, oggetto di uso quotidiano e tradizionalmente di facile reperimento, non è percepito come arma in senso stretto e ha goduto, almeno fino a tempi recenti, di una maggiore accessibilità e di una minore percezione del rischio legale. Ciò contribuisce a una significativa sottovalutazione della sua reale pericolosità.
Si crea, pertanto, un vero e proprio cortocircuito cognitivo: il giovane, pur consapevole del divieto e della gravità connessa all’uso di armi da fuoco, tende a percepire il coltello come uno strumento “accettabile” o comunque meno grave, legittimandone così il possesso.
Tale distorsione percettiva si inserisce nei processi di giustificazione del comportamento deviante, attraverso i quali l’individuo riduce il disvalore morale delle proprie azioni, riformulandole come necessarie, inevitabili o socialmente tollerabili.
A completare il quadro, assume particolare rilievo la dimensione identitaria. In una fase evolutiva caratterizzata dalla ricerca di sé e dalla necessità di riconoscimento, il coltello può trasformarsi in un oggetto simbolico capace di rappresentare forza, controllo, rispetto e appartenenza. In contesti sociali fragili o marginalizzati, tale simbolismo può rafforzarsi, contribuendo alla costruzione di identità devianti strutturate attorno alla logica del confronto e della difesa preventiva.
In conclusione, il fenomeno dei giovani armati di coltello non può essere interpretato unicamente come una manifestazione di devianza o criminalità, ma deve essere analizzato come il risultato di un intreccio complesso di fattori: paura, bisogno di appartenenza, costruzione identitaria, percezione distorta del rischio, apprendimento sociale e carenze nei meccanismi di controllo sociale.
Solo attraverso una lettura integrata e multidisciplinare, supportata da solidi riferimenti teorici e da un’attenta osservazione dei contesti sociali, sarà possibile elaborare strategie efficaci di prevenzione e intervento. Interventi che non si limitino alla repressione del comportamento, ma che incidano sulle cause profonde che lo generano: rafforzamento dei legami sociali, presenza educativa nei territori, sviluppo di modelli alternativi di riconoscimento e promozione di una cultura della sicurezza non fondata sulla paura, ma sulla fiducia nelle istituzioni e nella comunità.