Il contributo degli psicologi dell’emergenza sulla scena del crimine

di Alessandro Grimaldi

La violenza estrema nella vita ordinaria oltre a provocare morti e feriti, può determinare conseguenze devastanti sul piano della salute mentale di familiari, testimoni e professionisti del soccorso intervenuti sulla scena del crimine.
Nel contesto di un crimine violento, come ad esempio un omicidio a sfondo sessuale, lo psicologo dell’emergenza può rivelarsi una figura professionale indispensabile, ponendosi al confine tra il fatto in sé raccontato dalla scena del crimine e la prima esposizione a quell’ambiente, da parte dei presenti che, progressivamente, dovranno elaborare la situazione.
Il suo intervento può riguardare fasi critiche di tamponamento emotivo, dove la gestione del “qui ed ora” può fare la differenza tra un trauma passeggero e una patologia cronica.
Convocati su una scena del crimine, i familiari vivono una scissione temporale improvvisa. Il professionista della salute mentale interviene in quel momento fortemente allarmante, affiancando le persone coinvolte in quello spazio delicato che si frappone tra il bisogno umano di comprensione e la fredda necessità di dover rispondere alle procedure.
La prima fase da gestire è la comunicazione del decesso, quando si ha la “fortuna” di non averlo appreso dai social media. In un contesto ideale, gli psicologi preparano e supportano l’ufficiale di polizia, assicurandosi che la notizia sia data in un posto protetto, con linguaggio diretto ed empatico, evitando espressioni che possano creare confusione (es. “suo figlio è andato via”). È fondamentale preparare il funzionario alla possibilità di trovarsi dinanzi ad una reazione dissociativa e/o catatonica.
Nel caso della dissociazione, la mente prova a difendersi, distaccandosi dalla realtà. È verosimile che la persona possa rispondere in modo confuso, bloccarsi emotivamente, avere un’improvvisa amnesia transitoria.
In caso di catatonia, invece, si possono osservare alterazioni motorie che vanno da un’estrema immobilità (es. rigidità e mutismo) ad una anomala agitazione motoria, entrambe accompagnate da sintomi che includono ridotte risposte agli stimoli, ecolalia (ripetizione di parole o frasi), stereotipia (ripetizione di movimenti).
Segue la fase del riconoscimento della salma, dove lo psicologo dell’emergenza è chiamato a preparare la persona disegnata al riconoscimento ad affrontare un’esperienza scioccante sul piano emotivo, a maggior ragione se, in caso di omicidio feroce, il corpo della vittima appare sfigurato. Se proprio necessario, lo specialista preparerà la persona a ciò che vedrà, proponendo, se possibile, la focalizzazione su un dettaglio del corpo, così da evitare il radicamento nella mente di un’immagine fortemente traumatizzante.
In effetti, lo psicologo, allo scopo di evitare che si attivi un’emergenza nell’emergenza, potrebbe suggerire la possibilità di effettuare il riconoscimento tramite persona attinta dalla cerchia di conoscenze della vittima, non strettamente legate ad essa, che possano testimoniare circa l’identità della stessa. Ancora, si potrebbe valutare, con l’autorità giudiziaria, l’evenienza di confermare l’identità del cadavere senza coinvolgere terze persone (es. impronte digitali, DNA, etc.).
La terza fase da gestire riguarda i lunghi tempi d’attesa per la rimozione del cadavere. I recenti eventi di cronaca hanno confermato come, a volte, capiti che i parenti delle vittime arrivino sulla scena del crimine e da quel momento trascorrano ore prima che si possa rimuovere il corpo. Ai tempi lunghi, dettati dalle necessarie attività di rilievo della polizia giudiziaria, è possibile che si associ il bisogno profondo di stare vicini alla vittima. In questo caso, lo psicologo dell’emergenza gestisce questa attesa, giustificando i tempi tecnici e trasformando un’azione burocratica in una fase di transizione dolorosa, ma protetta.
Un altro ruolo importante degli psicologi dell’emergenza sulle scene del crimine è l’eventuale supporto alle forze dell’ordine e ai soccorritori. Davanti a un omicidio efferato, infatti, i presunti meccanismi di difesa professionali possono non mostrarsi all’altezza, oppure cedere difronte ad una scena di sangue mai vista. Lo psicologo, in questi casi, monitora con discrezione tutti i soggetti che, a vario titolo, intervengono, cercando eventuali segnali di congelamento o di reattività sproporzionata. All’occorrenza agisce sul campo con un breve intervento sull’emotività, aiutando l’operatore a mantenere la lucidità necessaria per svolgere il suo lavoro.
Particolare attenzione si deve avere sulla reazione emotiva del personale non strettamente specializzato sui crimini violenti che, di solito, è il primo ad arrivare. In questo caso l’impatto può essere devastante e lo psicologo sarà chiamato ad aiutare la normalizzazione delle conseguenti reazioni fisiologiche (tremori, tachicardia, nausea, …).
Si tenga anche presente che un soccorritore traumatizzato, oltre a preoccupare per la sua salute mentale, può correre anche il rischio di inquinare la scena con comportamenti inadeguati.
Per questi motivi, quindi, sarebbe utile il coinvolgimento dello psicologo dell’emergenza, che potrebbe fungere da consulente per gli inquirenti, a maggior ragione se si tratta di un criminologo clinico. Sia chiaro che, il suo intervento si riduce al contesto di emergenza, affidando, successivamente, il supporto di familiari e operatori agli appositi servizi territoriali.

*Criminologo qualificato AICIS ex legge 4/2013