Con Vincenzo Circosta non si comincia mai parlando di sicurezza. Si comincia parlando di vita, di percorsi che si sono incrociati prima dei ruoli, prima dei titoli. Poi, quasi senza accorgersene, la conversazione scivola in quel territorio dove la sicurezza smette di essere una disciplina e diventa una responsabilità condivisa. È lì, in quel confine sottile tra pubblico e privato, che nasce la nostra amicizia: una fiducia costruita nel tempo, su stima reciproca, ascolto e visioni che non hanno mai bisogno di essere allineate a forza.
Quando Vincenzo dice «la partnership pubblico-privato nella sicurezza è una leva strategica, se ben costruita», non cerca di convincere. Lo dice perché sa che parliamo la stessa lingua. Lui, criminologo certificato, presidente AICIS per il Trentino-Alto Adige, docente universitario, senior security manager certificato, titolare della Homeland Securnet Srl, vive ogni giorno quel confine tra decisione e responsabilità, tra prevenzione e intervento. Io lo ascolto sapendo che dietro le sue parole non c’è teoria, ma esperienza concreta: silenziosa, costante, mai spettacolare.
Il mondo è cambiato più in fretta delle categorie con cui continuiamo a leggerlo. Le minacce non hanno più una direzione unica: cybercriminalità, terrorismo, criminalità organizzata, infrastrutture critiche, eventi pubblici ad alta esposizione. Pensare che lo Stato possa reggere tutto da solo è rassicurante. Pensare che il privato possa farlo senza regole è pericoloso. È nel mezzo, in quello spazio di collaborazione reale, che la partita si gioca. E lì la partnership pubblico-privato mostra tutta la sua forza: non sostituirsi, ma rafforzarsi a vicenda.
Vincenzo lo dice in modo semplice ma potente: il pubblico porta autorità, legittimazione, coordinamento. Il privato porta specializzazione, innovazione, velocità, capacità di investimento. Non si annullano, si completano. E quando non lo fanno, il sistema scricchiola.
Parliamo di infrastrutture strategiche, aziende che contano, luoghi pieni di persone, figure politiche esposte, eventi complessi dove basta un errore per cambiare tutto. La sicurezza non tollera improvvisazioni. Richiede pianificazione, tecnologia, controllo degli accessi, gestione dei flussi, lettura costante del contesto. Ma soprattutto richiede fiducia: quella che non nasce da una firma, ma dall’esperienza condivisa.
A un certo punto Vincenzo si ferma e sorride. «Ti dirò di più». È il suo tono quando sta per raccontare qualcosa che conta davvero. Trento. Un evento pubblico. Due membri AICIS, uno nel pubblico, lui nel privato, che si trovano a collaborare quasi per caso. Nessuna teoria, nessuna narrazione preparata. Eppure tutto funziona. Analisi di rischio che coincidono, procedure che si parlano, decisioni che scorrono senza attriti. Ognuno nel proprio ruolo, ma senza alzare muri. «Ci siamo accorti», dice, «che stavamo facendo esattamente ciò che per anni avevamo solo discusso».
In quell’esperienza c’è tutto: condivisione reale delle informazioni, lettura dei segnali deboli, adattamento in tempo reale, prevenzione che smette di essere reazione e diventa anticipo. E c’è innovazione: monitoraggi avanzati, analisi predittive, piattaforme integrate di comando e controllo. Tecnologie che il privato sviluppa, ma che il pubblico governa, inserendo tutto nella legalità, nella proporzionalità, nella tutela dei diritti.
La fiducia non è cieca: nasce da regole chiare, ruoli definiti, standard condivisi, formazione congiunta, controlli reali. Senza questo, la partnership resta un concetto elegante. Con questo, diventa una struttura solida che regge quando tutto il resto vacilla.
La partnership pubblico-privato, in conclusione, non è una scorciatoia: è una scelta strategica, un impegno concreto per proteggere ciò che conta e per costruire resilienza. Non è solo teoria, non è solo regole: è lavoro fianco a fianco, è fiducia che si costruisce giorno dopo giorno, è competenza che si intreccia con responsabilità.
E allora funziona. Perché quando pubblico e privato si incontrano davvero, quando gli sforzi si completano e le idee si confrontano, la sicurezza smette di essere un concetto astratto. Diventa qualcosa di concreto, vivo, capace di resistere anche quando tutto intorno vacilla. E in quel processo, l’amicizia, la fiducia, la condivisione diventano il motore invisibile che rende possibile tutto.
«Se ne parla da tempo», dice Vincenzo, «ma adesso è diverso. Questo è il momento di agire insieme, questo è il momento di AICIS».
Forse è vero. Perché AICIS nasce e cresce proprio lì dove nascono le amicizie vere: sul confine. Tra pubblico e privato, tra pensiero e azione, tra ciò che si studia e ciò che si fa. La sicurezza non si esternalizza: si condivide. E quando accade davvero, come a Trento, non resta solo una buona pratica. Resta un’esperienza che lascia il segno… e un’amicizia che rende possibile quella sicurezza.