Due madri nello specchio: libertà e oppressione a confronto

Immaginate di trovarvi davanti allo specchio di un negozio di abbigliamento. Uno di quelli grandi, che riflettono tutto: voi, chi vi sta attorno, e persino qualcosa che non sapete di osservare.

Accanto a voi c’è una donna occidentale con un bambino in braccio.

Sta provando dei vestiti. Il bambino si muove, lei lo sorregge con naturalezza, si osserva nello specchio, valuta un colore, una forma. È una scena quotidiana, rassicurante.

In quello spazio il corpo è libero di esistere, di mostrarsi, di essere semplicemente corpo. La maternità non è un problema, non è sotto esame: è normale.

 

Restate davanti a quello specchio ancora un istante.
E l’immagine cambia.

 

Nello stesso riflesso compare un’altra donna, anche lei con un bambino in braccio.

Ma non ci sono più abiti appesi, non c’è leggerezza. C’è una piazza iraniana.

La donna stringe il figlio con un braccio, lo protegge, mentre con l’altro alza il pugno, grida, guida la folla. Il suo corpo non è neutro, è esposto.

Non sta scegliendo cosa indossare, sta scegliendo se piegarsi o rischiare di spezzarsi. Lo specchio smette di essere oggetto e diventa confine, separazione netta tra due possibilità di vita.

È da qui che bisogna partire per comprendere ciò che sta accadendo in Iran.

In questi giorni il popolo iraniano è sceso in piazza perché non aveva più spazio dove arretrare. Quando una pressione dura troppo a lungo, il silenzio smette di funzionare. La piazza non nasce dall’improvvisazione, nasce dall’esaurimento. E quando a riempirla sono soprattutto le donne, quando sono loro a togliersi il velo e a stare davanti, significa che qualcosa di profondo si è rotto. Il gesto non è simbolico: è definitivo.

Quelle donne conoscono il rischio. Sanno che il loro corpo diventa bersaglio immediato. Eppure avanzano. Alcune con i figli in braccio. Non per esibirli, ma per proteggerli. Perché portare un bambino in piazza, in quel contesto, non è incoscienza: è una dichiarazione brutale di verità. Significa dire che il pericolo non è la strada, ma ciò che attende se si resta fermi.

In Iran il controllo non si limita alla forza visibile. Entra nella vita quotidiana, si deposita nei gesti minimi, trasforma il corpo femminile in una superficie da correggere, da coprire, da contenere. La donna non è mai solo una persona: è una variabile da gestire. Quando questo controllo tocca la salute, il sangue, la malattia, quando persino il ciclo mestruale diventa motivo di esclusione e umiliazione, la violenza non ha più bisogno di gridare. È ovunque, silenziosa, stabile.

I bambini crescono in questo spazio ristretto, imparando presto che il futuro non è una promessa, ma una concessione fragile. Studiano senza poter immaginare davvero un domani diverso. Non perché manchi l’intelligenza, ma perché manca la possibilità. E quando una generazione cresce senza aspettativa, il legame che tiene insieme una società inizia a sfilacciarsi lentamente, senza rumore.

Per questo l’immagine di quella donna che guida una folla con un figlio in braccio non è solo potente. È rivelatrice. Mostra il punto in cui la paura smette di essere efficace. Mostra che il controllo, quando diventa totale, produce l’effetto opposto: non ordine, ma rottura. Non silenzio, ma esposizione.

La politica internazionale spiega lo sfondo, ma non il cuore. Qui è in gioco qualcosa di più semplice e feroce: chi ha diritto a esistere senza chiedere permesso. Chi può essere visibile senza essere punito. Chi può ammalarsi senza essere colpevolizzato. Chi può crescere immaginando un futuro.

Ed è per questo che torno a quello specchio. Alla donna che prova vestiti e alla donna che alza il pugno con un bambino in braccio. Non sono due immagini lontane. Sono due esiti possibili della stessa storia. Cambiano i sistemi, cambiano le regole, ma il confine è sottile. Molto più sottile di quanto siamo disposti ad ammettere.

Questo non nasce dal bisogno di spiegare, né dal desiderio di interpretare ciò che accade da una posizione comoda. Nasce dall’urgenza di restare dentro a ciò che sta succedendo, di non trasformarlo in un racconto distante, archiviabile, digeribile. Perché quello che vediamo non è una crisi come tante altre, non è l’ennesima notizia destinata a scivolare via. È una soglia che viene attraversata, un punto dopo il quale non si torna indietro allo stesso modo.

Quando una donna stringe suo figlio con un braccio e con l’altro guida una folla, non cerca attenzione, non chiede comprensione. Sta dicendo che la sopravvivenza non basta più. Sta dicendo che vivere piegati non è vivere. Sta dicendo che, se quel bambino dovrà affrontare la paura, allora tanto vale affrontarla adesso, in pieno giorno, davanti a tutti.

Questo è il momento in cui una società smette di reggersi sull’obbedienza e inizia a reggersi sul coraggio. Ma è anche il momento in cui chi osserva da fuori deve scegliere se guardare davvero o continuare a rassicurarsi con la distanza, con l’idea che tutto questo appartenga ad altri.

Quello specchio non riflette solo l’Iran. Riflette la fragilità di ciò che chiamiamo normalità. Riflette quanto poco serve perché i diritti vengano compressi, perché un corpo diventi colpa, perché il silenzio diventi regola. Riflette una verità scomoda: nessuna società è immune, nessuna libertà è definitiva, nessuna conquista è al riparo dall’erosione dell’indifferenza.

E allora la domanda non è cosa sta accadendo in Iran.
La domanda è un’altra, più urgente, più brutale:

quanto deve avvicinarsi quell’immagine allo specchio prima di spezzare l’indifferenza?

 

Di Francesco Iacovelli