Criminalità negli ultimi giorni: cronaca, contesto e lettura criminologica

A cura di Roberto Puleo

5 gennaio 2026

 

ZEN, Palermo: dove il crimine non è emergenza ma sistema. Allo ZEN di Palermo il crimine non esplode: si sedimenta. Non arriva all’improvviso, non si manifesta come evento eccezionale, ma si insinua nella quotidianità fino a diventare parte del paesaggio urbano e umano. Qui la devianza non è solo una scelta individuale, ma spesso l’esito prevedibile di un contesto segnato da isolamento, povertà educativa e assenza istituzionale. Nato come quartiere di edilizia popolare e mai realmente integrato nel tessuto cittadino, lo ZEN è oggi uno spazio dove la distinzione tra legalità e illegalità si fa labile. Spaccio, microcriminalità, occupazioni abusive e danneggiamenti non seguono logiche episodiche, ma routine consolidate, osservabili e ripetitive. Le operazioni di polizia interrompono temporaneamente il flusso, senza modificarne la struttura. Dal punto di vista criminologico, lo ZEN rappresenta un caso emblematico di criminalità di contesto: un ambiente in cui il reato non è l’eccezione, ma una possibilità normalizzata. I minori crescono osservando modelli devianti come strategie di sopravvivenza, mentre i residenti onesti vivono una doppia condizione di vittimizzazione — materiale e simbolica — stretti tra paura quotidiana e stigmatizzazione mediatica. Raccontare lo ZEN significa allora superare la logica dell’emergenza e interrogarsi su una domanda scomoda: quanto il crimine è prodotto dal territorio e quanto dall’assenza di alternative reali? In questa risposta si gioca il confine tra repressione sterile e vera sicurezza.

Negli ultimi giorni la cronaca nazionale e internazionale ha restituito un quadro composito e, per certi versi, inquietante della criminalità contemporanea. Episodi diversi per natura, gravità e contesto — dalla microcriminalità predatoria ai fatti tragici avvenuti in luoghi di aggregazione, fino alle operazioni di contrasto delle forze dell’ordine — delineano un filo rosso che attraversa le nostre città e le nostre società: la fragilità dei contesti sociali, la percezione diffusa di insicurezza e il progressivo spostamento del crimine verso forme sempre più opportunistiche e simboliche. Raccontare questi fatti non significa limitarsi alla cronaca, ma interrogarsi sui meccanismi criminologici che li generano, li alimentano o li rendono possibili. La criminologia, infatti, non studia soltanto il reato, ma il contesto, l’autore, la vittima e l’ambiente in cui il fatto prende forma.

Tra i fenomeni più ricorrenti degli ultimi giorni si collocano i reati predatori, in particolare quelli ai danni di infrastrutture automatiche come sportelli bancomate Postamat, spesso colpiti con tecniche ormai consolidate, oserei dire da film, come gli assalti a portavalori. Si tratta di episodi che, pur non avendo l’impatto mediatico dei grandi delitti, incidono profondamente sulla vita quotidiana dei cittadini, generando disservizi, danni economici e una crescente percezione di vulnerabilità. Dal punto di vista criminologico, questi reati rientrano nella categoria della criminalità razionale e opportunistica. Gli autori agiscono dopo un’attenta valutazione costi-benefici: scelgono obiettivi isolati, orari notturni, contesti con scarsa sorveglianza e sistemi di sicurezza percepiti come aggirabili. È l’applicazione concreta della Routine Activity Theory, secondo cui il crimine si verifica quando convergono tre elementi: un autore motivato, un obiettivo idoneo e l’assenza di un controllore efficace. Questa tipologia di criminalità non nasce nel vuoto, ma si innesta spesso in contesti socioeconomici fragili, dove precarietà lavorativa, marginalità e scarsa fiducia nelle istituzioni,come la magistratura, alimentano una cultura della sopravvivenza illegale. Non si tratta di giustificare il reato, ma di comprenderne le radici strutturali.

Accanto ai reati intenzionali, la cronaca recente ha riportato tragedie avvenute in luoghi di aggregazione, come locali notturni, spazi ricreativi o eventi pubblici. Anche quando l’evento non ha origine dolosa, la criminologia invita a riflettere sul concetto di responsabilità sistemica. In questi contesti, il rischio non deriva da un singolo comportamento deviante, ma dalla somma di più fattori: sovraffollamento, carenze nei controlli, uso improprio di materiali pericolosi, inosservanza delle norme di sicurezza. Dal punto di vista criminologico e vittimologico, si parla di vittimizzazione collettiva, in cui le vittime non sono bersagli selezionati, ma soggetti esposti a un contesto strutturalmente insicuro. Questi eventi sollevano interrogativi cruciali sul confine tra incidente e responsabilità penale, ma soprattutto sulla prevenzione situazionale: quanto investiamo davvero nella sicurezza degli spazi pubblici? Quanto pesa la logica del profitto rispetto alla tutela dell’incolumità delle persone?

Negli stessi giorni, numerose operazioni di polizia hanno interessato aree urbane considerate sensibili, con controlli mirati contro lo spaccio, i reati contro il patrimonio e la criminalità diffusa. Questi interventi rispondono a una strategia di prevenzione generale e speciale, che mira non solo a reprimere il reato, ma a interrompere la continuità spaziale e temporale dell’attività criminale. In criminologia ambientale si parla di hot spotpolicing: concentrare risorse e presenza nei luoghi dove il crimine tende a ripetersi. L’obiettivo è duplice: aumentare il rischio percepito per l’autore del reato e restituire ai cittadini un senso di controllo e sicurezza. Tuttavia, tali strategie mostrano limiti evidenti se non accompagnate da politiche sociali di medio-lungo periodo. Il controllo repressivo, da solo, rischia di spostare il problema senza risolverlo, generando una criminalità più mobile e adattiva.

Lo ZEN di Palermo non è soltanto un quartiere periferico: è il risultato concreto di una politica urbanistica fallita, di decenni di assenza istituzionale e di interventi emergenziali mai strutturali. Nato come progetto di edilizia popolare, lo ZEN si è trasformato nel tempo in un non-luogo urbano, fisicamente separato dalla città e simbolicamente escluso dal suo racconto ufficiale. Le indagini giudiziarie, le relazioni delle forze dell’ordine e le cronache locali convergono su un punto: allo ZEN la criminalità non si manifesta in forma episodica, ma segue logiche stabili e ripetitive. Spaccio di sostanze stupefacenti, furti, rapine, danneggiamenti e occupazioni abusive costituiscono una economia criminale di sopravvivenza, spesso tollerata o subita da una popolazione priva di alternative reali. Dal punto di vista investigativo, emerge una costante: lo ZEN funziona come territorio a controllo informale, dove l’assenza dello Stato viene colmata da micro-strutture di potere locale. Non si tratta necessariamente di criminalità organizzata in senso classico, ma di una criminalità diffusa e adattiva, capace di rigenerarsi rapidamente dopo ogni intervento repressivo. La criminologia definisce questo modello come criminalità sistemica di contesto: il reato non è l’eccezione, ma una delle modalità possibili di interazione sociale ed economica. In tale ambiente, i confini tra autore, vittima e testimone si assottigliano, producendo un clima di omertà non ideologica, ma funzionale alla sopravvivenza quotidiana. Le operazioni di polizia ad “alto impatto”, ciclicamente concentrate nel quartiere, producono arresti, sequestri e un temporaneo abbassamento della visibilità criminale. Tuttavia, le inchieste dimostrano come tali azioni incidano raramente sulle cause strutturali: povertà educativa, dispersione scolastica, assenza di lavoro, degrado abitativo. Il risultato è un effetto elastico: la pressione repressiva si allenta e il sistema torna rapidamente al suo equilibrio precedente. Particolarmente allarmante è il coinvolgimento dei minori. Le segnalazioni dei servizi sociali e i procedimenti minorili mostrano come lo ZEN rappresenti un bacino costante di reclutamento informale: giovani utilizzati come vedette, corrieri, spacciatori di basso livello. Qui la devianza non è una scelta improvvisa, ma un percorso normalizzato, appreso per imitazione e necessità. Sul piano vittimologico, lo ZEN è un quartiere doppiamente colpito. Da un lato subisce il danno diretto dei reati; dall’altro è vittima di una narrazione semplificata e stigmatizzante, che riduce il territorio a simbolo del degrado, cancellando le esperienze di resistenza civile, associazionismo e legalità diffusa. Questa etichettatura produce un effetto criminogeno ulteriore: rafforza l’isolamento e legittima l’idea di un territorio irrecuperabile. Un’analisi onesta impone una conclusione scomoda: lo ZEN non è un’emergenza di ordine pubblico, ma una questione strutturale di sicurezza e diritti. Senza un intervento integrato — investigativo, sociale, educativo e urbanistico — ogni azione repressiva resterà parziale. La sicurezza, in questo contesto, non si costruisce solo con pattuglie della Polizia e arresti, ma con presenza istituzionale continua, opportunità concrete e restituzione di dignità urbana.

Un elemento trasversale a tutti i fatti recenti è la percezione di insicurezza. Spesso il timore dei cittadini non è direttamente proporzionale ai dati reali sui reati, ma è alimentato dalla ripetizione di episodi, dalla loro diffusione mediatica e dalla sensazione di assenza di controllo. La criminologia della paura insegna che la sicurezza è anche un fatto simbolico: una vetrina infranta, un bancomat fatto esplodere, un locale che diventa teatro di una tragedia producono un impatto emotivo che va oltre il singolo evento. La città viene percepita come meno prevedibile, più ostile, meno governabile. Questa paura sociale, se non gestita, può trasformarsi in sfiducia nelle istituzioni, richiesta di soluzioni punitive immediate e polarizzazione del dibattito pubblico.

I fatti di cronaca degli ultimi giorni mostrano come la criminalità contemporanea non sia un fenomeno monolitico, ma un insieme di dinamiche intrecciate: economiche, sociali, culturali e ambientali. La lettura criminologica consente di andare oltre l’emotività del momento, offrendo strumenti per comprendere e prevenire. La sicurezza non può essere affidata esclusivamente alla repressione, né ridotta a slogan. Richiede analisi, prevenzione, responsabilità istituzionale e partecipazione sociale. Solo così sarà possibile trasformare la cronaca nera in un’occasione di riflessione collettiva e di crescita civile.