Il processo mediatico e le conseguenze reattive di una condanna che arriva dai social

di Alessandro Grimaldi

Nel panorama criminologico contemporaneo, capita spesso che i processi giudiziari non si celebrano solo nelle aule dei tribunali, ma prima ancora negli spazi dove la collettività si erge a pubblica accusa e collegio giudicante che emette la condanna.

L’avvento dei social media, poi, si è imposto come pericolosa variabile esogena, in grado di alterare la percezione della realtà, rendendo, in alcuni casi, davvero complessa la comprensione reale del fatto e, soprattutto, la possibilità di stilare un possibile profilo psicologico dell’autore del reato.

Basti pensare come un innocuo avviso di garanzia possa trasformasi, in poche ore, in una virale condanna incancellabile, ignorando la presunzione di innocenza, rischiando di inquinare l’efficacia stessa delle indagini e, eventualmente, minacciando e il benessere mentale dell’accusato.

Le indagini su crimini seriali, ad esempio a sfondo sessuale o, comunque, di forte impatto emotivo, richiedono approfondimenti scrupolosi, dove il mantenimento del segreto istruttorio è fondamentale per evitare che l’autore del reato, qualora non fosse stato ancora individuato o fermato,  possa affinare il proprio modus operandi e/o, eventualmente, evolvere nel suo disturbo psicotico.

Tuttavia, l’inarrestabile monitoraggio sociale rischia di attivare un’ansiosa risposta istituzionale, a volte erroneamente giustificata dalla necessità di rinforzare il sistema e placare l’indignazione.

Dal punto di vista dello psicologia clinica, l’impatto di questa sovraesposizione su un presunto sospetto individuato e indagato può essere pericoloso. Indipendentemente da un eventuale disturbo pregresso, più o meno latente, la pressione mediatica può agire come un forte fattore stressogeno, capace di disarticolare l’equilibrio psichico dell’individuo o di aggravare la sua condizione psicotica già eventualmente manifesta.

Una prematura condanna sociale, sia nell’innocenza che nella colpevolezza da dimostrare, può portare a disturbi adattivi come, ad esempio, fenomeni di scissione. In questi casi, alla percezione del sé reale si contrappone l’immagine speculare della persona innocente, per legge, fino alla dimostrazione della sua colpevolezza, oppure carnefice oltre ogni ragionevole dubbio. Questa dicotomia può portare ad una scissione dell’Io, dove l’accusato smette di riconoscersi, scivolando in stati dissociativi o amplificando i suoi deliri, per proteggersi dalla persecuzione interna ed esterna.

Un altro aspetto riguarda l’isolamento sociale a seguito di esposizione mediatica, che può provocare forme di depressione più o meno gravi in chi è stato accusato di reati minori che non richiedono la custodia cautelare e, ipoteticamente, potrebbero continuare una vita normale durante il processo. L’accusato, ormai condannato dalle prime pagine, potrebbe falsamente convincersi che qualunque prova di innocenza porterà, sarà comunque inutile di fronte alle false convinzioni collettive.

La verità giudiziaria, inoltre, ha dimostrato che, in diversi casi, il suicidio dell’indagato non equivale ad un’ammissione di colpa, ma diventa l’ultima possibilità per soffocare il malessere scaturito dal pregiudizio che ha distrutto la sua reputazione professionale e/o familiare.

Così, in queste situazioni, l’annientamento del sé, non trova riscontro nelle motivazioni depositate post-sentenza, ma in argomentazioni che precedono tutto l’iter giudiziario e sono codificate in calce ad un post che informa dell’avviso tutt’altro garantista ricevuto da un soggetto, per legge presumibilmente innocente fino al terzo grado di giudizio, in diversi casi non togliendogli la libertà, ma permettendo che gli venga tolta la dignità.

Tutto questo perché il crimine affascina l’opinione pubblica, toccando le paure ancestrali dell’essere umano. A tal proposito, mantenendosi nella cornice delle competenze cliniche, sarebbe auspicabile che si affianchi al processo un percorso di psico-educazione, affinché l’imputato, innocente o colpevole, possa imparare a tenere la giusta distanza emotiva dai fatti che lo coinvolgono  per evitare spiacevoli reazioni, pericolose per sé o per gli altri.