Se fossi stato lì, io, avrei davvero riconosciuto il pericolo in tempo?

Criminologo
È una domanda che nasce dal dolore, non dalla certezza.
Da quel nodo allo stomaco che resta quando il rumore si spegne e rimangono solo le immagini.
Il pericolo raramente arriva netto. Non entra con un cartello. Si insinua piano, confuso, mescolato alla normalità: un odore, un rumore, una sensazione che fatica a trovare parole.
Finché non lo riconosciamo, il corpo resta fermo. Non per scelta, ma perché reagisce a ciò che può nominare.
Non nasce nell’istante dell’emergenza. Nasce molto prima, nei luoghi in cui ci fidiamo, nei contesti che appaiono ordinati, autorizzati, protetti. Dove la sicurezza non è percezione, ma promessa implicita.
Nell’ambito della criminologia ambientale si dice che quando un “ambiente comunica normalità”, l’allerta si abbassa. Il cervello si rilassa perché crede di poterlo fare. E così, quando qualcosa devia, sembra solo un’anomalia passeggera.
A questo si aggiunge una dinamica più intima: una generazione che cresce con adulti sempre presenti, pronti a intervenire, a risolvere, a proteggere. È stato fatto per amore, ma con un costo silenzioso: i genitori elicottero hanno sottratto allenamento all’incertezza, alla lettura dei segnali deboli, alla capacità di decidere quando muoversi.
Così il cervello impara, senza rendersene conto, che se c’è un pericolo qualcuno interverrà. Quando questo non accade, si resta sospesi.
Intorno, gli altri fanno lo stesso. Il gruppo diventa conferma silenziosa: se nessuno corre, forse non è ancora il momento.
E poi c’è anche lo schermo dei loro smartphon, ma li non è colpa. È un riflesso: qualche secondo di distanza dal corpo, trasformando la realtà in qualcosa di apparentemente irreale.
È un gesto umano. Troppo umano.
Quando il pericolo si impone senza mediazioni, il tempo è già scaduto.
E da fuori arriva il giudizio: “Perché non hanno capito?”
Ma questa domanda non aiuta. La verità dolorosa è che non hanno potuto riconoscere il pericolo in tempo. Non per superficialità, ma perché la società, per anni, ha insegnato loro che il rischio era altrove, delegato, sotto controllo.
La criminologia serve a collocare il peso dove deve stare: su chi progetta, gestisce, autorizza. Perché se sappiamo che l’essere umano esita, il sistema deve proteggere prima dell’esitazione.
Un luogo affollato deve essere sicuro anche quando le persone leggono male i segnali. Anzi, soprattutto allora.
Scrivere queste righe non consola.
Ma forse aiuta a non aggiungere altra ingiustizia al dolore.

Detto questo, e guardando tutto a bocce ferme, sarà necessario affrontare con rigore le responsabilità penali.
Dopo tragedie simili iniziamo a cercare un colpevole ed una responsabilità anche perchè non tutto può definirsi una ” tragica fatalità”.
Da un punto di vista psicologico attribuire una colpa serve per reggere l’urto emotivo e a ridurre l’angoscia tenendo presente che le vittime non sono solo coloro che non ci sono più, ma anche i familiari, i superstiti , i soccorritori.
Da un punto di vista criminologico, chi ha vissuto una esperienza del genere difficilmente potrà cancellarla dagli archivi della memoria per cui ci sarà un lungo e difficile lavoro di rispesa emotiva e la ricerca delle responsabilità rischia di diventare un bersaglio per la rabbia.
Da un punto di vista penalistico siamo ancora sul piano della colpa ( con il grande rischio di sfociare nel campo del dolo eventuale.
Si dovrà chiarire se le vie di uscita erano presenti, accessibili e chiaramente segnalate, se i materiali utilizzati per la ristrutturazione fossero sicuri e se la struttura fosse effettivamente in grado di ospitare quel pubblico senza trasformarsi in una trappola.
Sul piano penale, i profili sono netti e gravi:
Sarà necessario verificare se chi gestiva la struttura abbia adempiuto al proprio dovere inderogabile di prevenzione, vigilanza e gestione del rischio, se le misure previste fossero reali e non solo formali.
Ogni omissione, ogni scelta organizzativa insufficiente o rinviata, ogni sottovalutazione dei segnali di rischio diventerà elemento di accertamento della responsabilità.
Non ci saranno scuse, né attenuanti.
Chi aveva il potere di impedire l’irreparabile non può nascondersi dietro deleghe, protocolli sulla carta o speranze.
La sicurezza è un obbligo concreto, costante e vincolante.
La giustizia dovrà ricostruire ogni passaggio, attribuire le responsabilità con rigore e chiarezza assoluta.
Comprendere le dinamiche umane non attenua colpe.
Chi aveva l’autorità per proteggere non può “non aver visto”.
Il dolore esige verità. E quella verità sarà inesorabile.
E resta quella domanda, che non accusa e non assolve:
se fossi stata lì, io, avrei davvero riconosciuto il pericolo in tempo?