Di Francesco Iacovelli
Ci sono momenti in cui la criminologia ti costringe a fermarti. Non davanti ai reati, ma davanti alle persone. E spesso mi ritrovo a ripensare a qualcosa che gli studiosi dei primi del Novecento avevano intuito, senza forse comprenderlo fino in fondo: ogni comportamento umano nasce da una tensione tra ciò che siamo e ciò che la società ci permette di essere.
È un pensiero semplice, quasi banale, eppure centrale in tutto ciò che osserviamo ogni giorno.
Quando ci troviamo di fronte a una devianza, piccola o grande che sia, la domanda non dovrebbe mai essere “cos’è successo?”, ma “cosa sta succedendo dentro e attorno a quella persona?”.
Perché il comportamento è solo la punta dell’iceberg: sotto c’è la cultura, la famiglia, la comunità, il modo in cui impariamo, o non impariamo, a stare al mondo.
Ed è qui che bussa alla nostra coscienza l’antropologia, che ci ricorda come ogni atto umano sia radicato in un contesto.
Non è un alibi, è una lente.
Una lente che uso ogni volta che mi capita di analizzare un caso o una dinamica collettiva: osservare le persone dentro il loro ambiente, nelle loro relazioni, persino nei loro silenzi.
I primi criminologi del secolo scorso cercavano l’anomalia nell’individuo; oggi, chi come me si occupa di analisi sociale sa che l’anomalia, spesso, è nel terreno che coltiva quel comportamento.
E questo terreno siamo tutti noi: famiglie, istituzioni, reti sociali, linguaggio, cultura, aspettative, paure.
Niente nasce da solo.
E niente, soprattutto, nasce nel vuoto.
È affascinante, e allo stesso tempo inquietante, osservare come certi comportamenti che definiamo “devianti” siano in realtà segnali, messaggi, tentativi — maldestri, distruttivi, ma pur sempre tentativi — di affermare un’identità che non riesce a trovare spazio altrove.
E questo lo vediamo nei giovani, negli adulti, nelle comunità fragili, nei contesti dove parlare è difficile e chiedere aiuto lo è ancora di più.
Quando guardo un comportamento problematico, io non vedo solo il fatto: vedo un percorso che si è interrotto.
Un legame che si è rotto.
Un bisogno che non ha trovato parola.
Forse è per questo che la criminologia, pur essendo una scienza dura, mi porta spesso a riflettere in modo umano, personale.
Perché ogni gesto violento o trasgressivo ha sempre un eco, un’origine remota che affonda nella storia culturale di un individuo.
E questa storia non la si può raccontare con numeri e definizioni, ma con la capacità di ascoltare.
Ascoltare senza giudicare subito.
Ascoltare senza voler trovare per forza il colpevole in pochi secondi.
Ascoltare per capire.
E qui ritorna, paradossalmente, il valore originario della criminologia: non quello della classificazione, ma quello dell’osservazione.
Osservare l’essere umano, non il reato.
Osservare i contesti, non solo gli atti.
Osservare le crepe, non solo i crolli.
Mi accorgo sempre di più che le questioni che affrontiamo oggi — violenza domestica, devianza giovanile, distorsioni del linguaggio digitale, perdita di identità nei gruppi sociali — sono tutte manifestazioni di un unico grande fenomeno: la fragilità dei legami.
È lì che nasce il problema.
E lì che bisogna guardare.
Non c’è devianza senza una relazione ferita.
Non c’è violenza senza una storia spezzata.
Non c’è comportamento antisociale senza un ambiente che non è riuscito a contenere, guidare o accogliere.
È questo il punto in cui criminologia, antropologia e sociologia si intrecciano.
Sono tre voci diverse, ma tutte raccontano lo stesso: gli esseri umani non si spiegano da soli.
E allora, mentre scrivo, mi chiedo:
siamo ancora capaci di leggere davvero le persone?
Di guardare oltre la superficie?
Di riconoscere un disagio prima che diventi un fatto di cronaca?
Se questa analisi deve avere un senso, per me è questo:
invitarci tutti a ripensare ai comportamenti non come etichette da appiccicare, ma come segnali da interpretare.
Segnali che ci riguardano.
Che parlano di noi.
Della nostra cultura.
Delle nostre mancanze e delle nostre possibilità.
Chiudo con una convinzione che mi accompagna da anni:
Non possiamo cambiare la realtà se continuiamo a guardare i comportamenti devianti come isole separate.
Dobbiamo ricostruire le mappe, rimettere insieme i pezzi, considerare l’essere umano in tutta la sua complessità.
Solo così la criminologia torna ad essere ciò che dovrebbe:
non una scienza del reo, ma una scienza delle persone.