A cura di Roberto Puleo
Oggi assistiamo impotenti all’ennesima ingiustizia da parte della magistratura ai danni di un integerrimo servitore dello Stato: il Prefetto Renato Cortese, nuovamente condannato per aver fatto semplicemente il proprio dovere.
Ma chi è davvero Renato Cortese? Di certo non quel “delinquente in divisa” che qualcuno vorrebbe far credere. Al contrario: è uno dei poliziotti più capaci, riservati e leali che le forze dell’ordine italiane abbiano conosciuto negli ultimi decenni. Un uomo che ha servito il Paese con una dedizione rara, assumendo incarichi delicatissimi e garantendo sicurezza a milioni di cittadini.
È l’uomo che, grazie a un lavoro meticoloso, intelligente e coraggioso, ha posto fine agli incubi degli italiani catturando un latitante sanguinario come Bernardo Provenzano. Un professionista autentico, con un curriculum che dovrebbe essere studiato nelle scuole di polizia, non processato nelle aule di tribunale.
Eppure, come denuncia anche il generale Vannacci, viviamo in un mondo “al contrario”: chi serve lo Stato può essere infangato, mentre chi delinque trova spesso attenuanti e comprensioni infinite. Una magistratura libera – a volte fin troppo libera – di interpretare i fatti senza tenere conto del contesto, della logica operativa, del momento storico e dei soggetti coinvolti. Un mondo capovolto, dove il bersaglio sembra essere proprio chi lavora per la sicurezza collettiva.
Accanto a questa distorsione istituzionale, osserviamo un’altra deriva che riguarda i più giovani. Una generazione cresciuta in un benessere apparente, in cui nulla manca sul piano materiale ma quasi tutto è venuto meno sul piano educativo, valoriale e identitario. Ragazzi che non si accontentano più delle cose semplici, che si annoiano rapidamente, che non riconoscono l’autorità e faticano a distinguere tra bene e male. Per colmare quel vuoto si riuniscono in gruppi, in “branco”, diventando talvolta protagonisti di una giustizia fai-da-te che è solo violenza pura.
È il fenomeno dei cosiddetti Maranza milanesi, delle baby-gang, delle nuove sottoculture urbane che imitano codici criminali, linguaggi da strada e atteggiamenti di sfida. Si ritrovano nelle città con la scusa della movida, che troppo spesso diventa teatro di accoltellamenti, rapine, aggressioni filmate e diffuse sui social come trofei. In pochi minuti si consumano atti tipici della criminalità di strada: violenze senza motivo, bullismo estremo, intimidazioni che ricordano dinamiche di branco più che normali comportamenti adolescenziali.
Molti di questi ragazzi – soprattutto minorenni – vengono trascinati da giovani adulti che fungono da veri e propri “maestri di devianza”, normalizzando comportamenti illeciti. Emulano atti visti sui social, nei videoclip o in film che spettacolarizzano la criminalità, restituendo un’immagine potente e vincente del delinquere: una narrativa che, sul piano criminologico, richiederebbe maggiore filtro, responsabilità e consapevolezza culturale.
Sul piano criminologico, ci troviamo davanti a due piani distinti ma strettamente collegati.
Da un lato, la crisi di fiducia nelle istituzioni: quando figure come Cortese vengono giudicate senza considerare la complessità operativa e la responsabilità istituzionale, nasce un senso di sfiducia generale. La percezione di ingiustizia mina l’autorità delle istituzioni e delegittima proprio coloro che dovrebbero costituire un esempio.
Dall’altro lato, la metamorfosi della microcriminalità giovanile, con gruppi devianti organizzati secondo logiche di branco. Le principali cause sono il vuoto educativo e valoriale, l’assenza di figure adulte credibili, l’influenza dei social come amplificatori di comportamenti devianti, la ricerca identitaria attraverso atti violenti filmati e condivisi, la normalizzazione mediatica di modelli antisociali. Tutto ciò genera comportamenti impulsivi, emulativi, privi di controllo: una devianza fluida, non collegata alla criminalità organizzata ma capace di produrre improvvisa violenza incontrollabile.
La dimensione di questo “mondo al contrario” può essere definita, in criminologia, come un fenomeno di anomia: quando la società perde la coerenza interna dei valori e le regole vengono applicate in modo contraddittorio, si crea uno spazio in cui la devianza prolifera. Se chi serve lo Stato viene punito, mentre giovani che delinquono trovano giustificazioni e attenuanti, il messaggio che passa è devastante: il confine tra giusto e sbagliato si dissolve.
La domanda allora è inevitabile: viviamo davvero in un “mondo capovolto” o abbiamo smarrito il senso del limite, dell’educazione, del rispetto?
La verità è che oggi convivono due crisi – una istituzionale e una sociale – che si alimentano a vicenda: lo Stato che non protegge i suoi servitori migliori, e una generazione che non cresce con radici solide. La soluzione non può essere né la rassegnazione né la rabbia.
Occorre recuperare l’autorevolezza delle istituzioni, rimettere al centro merito, competenza e sacrificio di chi tutela il Paese. E serve un grande investimento educativo, culturale e comunitario, per restituire ai giovani il senso del limite, del rispetto e della responsabilità.
Solo così eviteremo che l’ingiustizia contro uomini come Renato Cortese rappresenti un ulteriore tassello di una società smarrita, e solo così impediremo alle nuove generazioni di perdersi in un vortice di devianza senza significato.
Perché un Paese che non difende i suoi servitori migliori e non educa i suoi figli rischia davvero di vivere per sempre in un mondo capovolto.