La terzietà del giudice e il peso della riforma: tra Eschilo e la coscienza del giusto

di Francesco Paolo Iacovelli

Quest’oggi, rileggendo Le Eumenidi di Eschilo, mi sono fermato su una frase che mi è rimasta impressa: Atena istituisce il primo tribunale umano e invita i giudici a “decidere con mente giusta”, ponendo fine al ciclo della vendetta.
Ecco, mi sono chiesto se, duemilacinquecento anni dopo, noi siamo ancora in grado di farlo.

Oggi si parla molto di riforma della magistratura e di separazione delle carriere, un tema che torna ciclicamente nel dibattito pubblico e che questa volta, tra audizioni parlamentari e prese di posizione contrastanti, sembra essere arrivato a un punto di svolta.
Il principio alla base è nobile: garantire maggiore imparzialità a chi giudica, evitando che chi oggi accusa possa domani trovarsi sul banco dei giudici.

Ma la domanda, forse più profonda, è un’altra: basta separare le funzioni per rendere davvero terzo un giudice?

La terzietà, nel suo senso più autentico, non nasce da una riforma amministrativa. È un atto morale, una disposizione dell’animo. È la capacità di sottrarsi a ogni influenza – politica, sociale o emotiva – per restare fedele soltanto al diritto e alla propria coscienza.

E qui, inevitabilmente, ritorna Eschilo.
In Le Eumenidi, Atena chiama a sé le Erinni, le antiche dee della vendetta,  e le invita a deporre l’odio. Le parole della dea sono solenni:

“Non voglio che la vostra ira domini la città, ma che la giustizia abiti tra gli uomini.”


È in quel momento che nasce l’Areopago, il primo tribunale della storia, e con esso l’idea che la giustizia non sia più punizione cieca, ma equilibrio.
Gli dèi cedono il passo agli uomini, ma a una condizione: che imparino a dominare se stessi prima di giudicare gli altri.

Questo principio, tanto antico quanto attuale, è ciò che oggi rischiamo di smarrire nel tecnicismo delle riforme.
La separazione delle carriere, se non accompagnata da una formazione etica e da una cultura della responsabilità, rischia di essere una misura formale che non modifica la sostanza.
Perché un giudice separato dall’accusa ma non dal proprio pregiudizio resta prigioniero della stessa logica che la riforma vorrebbe superare.

La cronaca giudiziaria degli ultimi mesi ci ha ricordato quanto sia difficile mantenere intatta la fiducia dei cittadini nella giustizia.
Processi seguiti come spettacoli, anticipazioni mediatiche, opinioni che precedono le sentenze: tutto contribuisce a creare l’idea che la giustizia sia, più che terza, “parte”.

Eppure, la fiducia è il fondamento su cui si regge l’intero sistema.
Senza di essa, anche la sentenza più tecnicamente corretta rischia di apparire ingiusta.

Forse, allora, la vera riforma dovrebbe partire da qui: dalla formazione del giudicare, non solo del giudice.
Dalla consapevolezza che chi amministra la giustizia deve essere libero anche dal bisogno di piacere, dal consenso mediatico, dalla pressione dell’opinione pubblica.

Perché la giustizia vera non è mai una conquista definitiva: è un esercizio fragile, un equilibrio che si rinnova ogni volta che qualcuno decide, da solo, tra la voce della legge e quella della coscienza.
E in quell’istante, sospeso tra il dubbio e la verità, il giudice torna a essere ciò che Atena aveva immaginato: non un dio, non un uomo qualunque, ma il punto esatto in cui l’umanità tenta, ancora una volta, di farsi giusta.