Di Massimo Mancini
Carrozze, abiti sontuosi, trasformazioni urbanistiche, effervescenza culturale e scientifica. La “Belle époque” dei poeti maledetti e dei pittori ritrattisti di una nobiltà opulenta e festosa. In questa cornice dorata una serie di decessi misteriosi. Forse i dolori acuti all’addome, la nausea, la sete intensa furono considerati sintomi troppo comuni per essere dei campanelli d’allarme d’avvelenamento; così come vari disturbi neurologici del caso. Ma quando le unghie cominciavano a staccarsi, si sviluppavano grandi ulcere e la pelle appariva in qualche modo mummificata, allora si
cominciava a sospettare qualcosa di più grave. Al banco degli imputati i colori.
Il verde, il giallo, il rosso, il blu con la loro straordinaria lucentezza hanno nascosto per moltissimo tempo un lato oscuro che artisti d’ogni epoca hanno ignorato. La produzione del colore su scala industriale ha una storia abbastanza recente ma la scoperta del pigmento si perde nella notte dei tempi. Piombo, mercurio, cianuro hanno creato delle tinte stupende e con una forte stabilità nel tempo; ma l’esposizione prolungata ad esse cosa può comportare?
Ad oggi il quesito è diventato oggetto di raccomandazioni in termini di sicurezza personale, soprattutto per chi fa
largo uso di pigmenti. Si conoscono storie in cui artisti hanno subito conseguenze decisamente gravi proprio a causa dei colori. Lo stesso Vincent Van Gogh nella sua travagliata esistenza pare che abbia subito danni neurologici a causa del giallo di cromo. Il tanto amato giallo dei girasoli è stato un killer silenzioso, che il pittore olandese utilizzò generosamente e spesso, si dice, applicandolo con le mani nude.
Che successe con il verde?
Il verde di Parigi fu un pigmento straordinario, estremamente economico da produrre; garantiva una resa estetica meravigliosa, ma nascondeva un insidioso pericolo. In verità l’acetato arsenito di rame(II), chiamato verde di Parigi perché utilizzato per derattizzare le fogne della capitale Francese, col suo tono smeraldino finì per colorare di tutto: abiti, gilet, scarpe, guanti, pantaloni, candele, decorazioni per dolci, balocchi, dipinti.
Troppo bello per essere letale? pericolosamente cool. Nonostante le evidenze scientifiche sulla pericolosità, ci fu per molto tempo un forte scetticismo. Fu impiegato in ambito medico e cosmetico; nell’era vittoriana, si impiegava in cialde e saponi considerati miracolosi per la bellezza della pelle e per ottenere quel “Pallore da arsenico” che tanto
piaceva. Veniva prescritto per l’asma, il tifo, la malaria, i dolori mestruali e persino la sifilide.
In pittura era considerato innocuo, a meno che non se ne ingerisse una moderata quantità. Seppure non v’è certezza
scientifica sull’avvelenamento da arsenico in ambito pittorico, le esalazioni tossiche unite ai gas dei solventi potrebbero essere state comunque un agente pericoloso per molti artisti. Sono molti i pittori che inconsapevolmente lo utilizzarono, ma non ci sono prove scientifiche sui loro effetti.
Monet ne fece un largo uso, e dipingeva “en plein air”, pertanto la pericolosità del pigmento era di certo ridotta; eppure c’è chi sostiene che possa essere stata la causa della sua cecità in vecchiaia.
In un clima di totale incoscienza furono i muri delle case dell’ottocento a denunciare questo colorato assassino, si scoprì, infatti, la fatale reazione scatenata dall’umidità sulle pareti che faceva liberare gas tossici. Ancora oggi, tuttavia, sembra che la quantità di composti velenosi emessi dalla carta da parati non fosse sufficiente a uccidere direttamente, ma nonostante ciò si pensa che le esalazioni fecero ammalare e probabilmente uccisero lo stesso Napoleone Bonaparte nella sua residenza di San’Elena.
Sul finire del XIX secolo, più della metà delle carte da parati conteneva pigmenti a base di arsenico, compresi il verde di Scheele e il verde di Parigi, ma oltre alla carta da parti, un altro silenzioso assassino era in agguato.
Come nel celebre romanzo di Umberto Eco, anche un libro poteva uccidere. Volumi ottocenteschi foderati con tessuti tinti di verde; decisamente da maneggiare con cura, o, per meglio dire “da trattare con i guanti”.