Ordigno contro Ranucci: un attacco alla democrazia

Di Antonio Diurno

Nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025 un ordigno è esploso sotto un’automobile parcheggiata davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, giornalista investigativo e volto storico del programma Report di Rai 3. L’auto è stata distrutta, una seconda vettura danneggiata e la facciata di un edificio adiacente colpita. Non si registrano feriti, ma la deflagrazione è stata tale da mettere in pericolo chiunque fosse transitato in quel momento.

Questo episodio va letto non come un fatto isolato, bensì come un segnale sistemico. Colpire fisicamente un cronista significa colpire il meccanismo stesso di controllo democratico esercitato dall’informazione d’inchiesta. Quando la pedagogia della paura si estende dall’attività professionale alla sfera privata, la minaccia non è più soltanto individuale: diventa una compressione collettiva della libertà critica e del diritto di ciascuno a conoscere la verità.

La scena dell’attentato rivela un modus operandi intimidatorio esplicito: l’ordigno è stato collocato sotto l’auto di Ranucci, in un luogo pubblico ma adiacente alla sua abitazione. È un gesto che invade lo spazio privato e invia un messaggio inequivocabile — nessuna distanza tra la persona e il suo ruolo professionale. Secondo fonti investigative, la potenza dell’esplosione è stata tale da poter causare conseguenze gravi, anche se non è stata accertata una finalità omicida diretta.

Il contesto in cui si inserisce questo atto è tutt’altro che nuovo. La redazione di Report e lo stesso Ranucci avevano già ricevuto minacce negli ultimi anni. In un episodio del 2024, successivo a un servizio sul conflitto Israele-Palestina, un messaggio anonimo recitava: «Meritate una pulizia etnica… stile redazione Charlie Hebdo». Ranucci ha più volte dichiarato che tali minacce sono state segnalate alla scorta e alle autorità competenti.

Questa continuità di intimidazioni delinea un chiaro pattern di escalation: prima le minacce verbali e digitali, poi la pressione pubblica e infine un atto materiale di violenza. È una strategia che combina mezzi criminali e funzione di controllo sociale, con l’obiettivo di silenziare chi indaga sui poteri, scegliendo la paura come deterrente.

Non è la prima volta che il giornalismo d’inchiesta viene colpito con metodi simili. Daphne Caruana Galizia, uccisa nel 2017 a Malta con un’autobomba, stava indagando su intrecci di corruzione politica. Ján Kuciak e la sua compagna furono assassinati nel 2018 in Slovacchia per le inchieste del reporter su mafie e collusioni istituzionali. Anna Politkovskaja in Russia e Giancarlo Siani in Italia sono altri nomi simbolici di un giornalismo che ha pagato con la vita la fedeltà alla verità. Ogni volta che una voce viene spenta o minacciata, la ferita non riguarda solo chi scrive, ma l’intera comunità che ha diritto di sapere.

In questo scenario, l’atteggiamento delle istituzioni è cruciale. È doveroso che le più alte cariche dello Stato abbiano condannato con fermezza il gesto e manifestato solidarietà a Ranucci, ma la condanna verbale non basta. Occorre un impegno concreto e organico: indagini rapide e approfondite che colleghino le minacce pregresse all’attentato; protocolli di protezione per i giornalisti più esposti, comprensivi di analisi del rischio, sicurezza personale e tutela familiare; misure legislative che rendano realmente perseguibili le intimidazioni verso chi fa informazione d’inchiesta; e, soprattutto, la costruzione di un ambiente culturale in cui il giornalismo sia riconosciuto come bene pubblico essenziale, non come disturbo da eliminare.

La libertà di stampa non è un ornamento, ma una pietra angolare della democrazia. Un ordigno contro un giornalista non è mai un gesto casuale: è un tentativo di spegnere una voce che serve alla collettività. Se non reagiamo con urgenza e metodo, rischiamo di normalizzare l’impunità e di legittimare il silenzio come linguaggio del potere.

Oggi più che mai occorre che chi ha voce — istituzioni, media, cittadini — risponda con fermezza. Perché non è solo Sigfrido Ranucci a essere sotto minaccia: è il diritto di tutti noi a essere informati, a conoscere, a capire. E contro quel silenzio, che troppo spesso diventa complice, serve una parola netta, coraggiosa, libera.