«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio» Con le parole di Cesare Beccaria nel suo “Dei delitti e delle pene” si vuole aprire questo nuovo appuntamento Art Crime.
Cosa accomuna il celebre dipinto del Caravaggio “Giuditta e Oloferne” con il supplizio di Beatrice Cenci e dei suoi famigliari? Apparentemente nulla se non fosse che il dipinto fu commissionato al pittore nel 1599, lo stesso anno in cui si verificò una vicenda Giudiziaria che sconvolse la Roma del barocco e che per dinamica dei fatti è tanto affine alla vicenda biblica interpretata nel dipinto.
Che cosa successe?
Il Conte Francesco Cenci fu un uomo particolarmente dissoluto; fu accusato spesso di vari crimini, molti dei quali a sfondo sessuale, tra cui la sodomia che, al tempo, prevedeva la pena capitale. Riuscì a salvarsi la vita grazie al pagamento di pesanti cifre in danaro. Indebitato fino al collo, Malato di Rogna e di Gotta, si ritirò in esilio in un piccolo castello chiamato la Rocca, a Petrella, nel regno di Napoli con famiglia al seguito. La storia ci racconta che sua figlia Beatrice, spesso oggetto di incestuose fantasticaggini paterne, fu segregata in quella nera dimora insieme alla seconda moglie di lui, Lucrezia Petroni.
Vana fu la lettera di aiuto che Beatrice scrisse a Papa Clemente VIII, nella quale implorava il pontefice di porre fine alle sue sofferenze domestiche facendola entrare in convento o trovandole un marito.
La famiglia Cenci ormai esausta degli abusi subiti da parte del conte decise la soluzione estrema, il Parricidio. Si tentò ben due volte di eliminare fisicamente il nobile prima di riuscirvi; secondo le cronache Francesco Cenci scampò prima un avvelenamento ordito dalla figlia; successivamente si sventò un’imboscata di briganti, ma poi, trovò la morte in un rocambolesco agguato notturno a cui partecipò tutta la famiglia e alcuni membri della servitù.
Il Conte, stordito dall’oppio disciolto in una bevanda procuratagli da suo figlio Giacomo, fu ucciso dagli inservienti del castelletto. Marzio, detto il Catalano, che era maniscalco, gli spezzò le gambe con un mattarello; mentre Olimpio Calvetti, il castellano, lo colpi alla gola e alla testa con due chiodate.
Dopo varie sghembe simulazioni di incidente si optò per una caduta dal terrazzo e così, si finì per gettare il già deceduto conte da una balaustra della rocca.
Il corpo fu ritrovato poco tempo dopo e fu sepolto in fretta e furia in una chiesa locale.
Ad aprire l’inchiesta furono in prima battuta il Feudatario di Petrella e poi il Viceré di Napoli. Evidenti brame di accaparrarsi rocca e terreni? Non lo sapremo facilmente, ma lo stesso papa Clemente VIII volle partecipare alla vicenda giudiziaria, probabilmente allertato dalla lettera ricevuta tempo prima da Beatrice.
Le indagini ricostruirono la vicenda e portarono i protagonisti del “fattaccio” alla confessione sotto tortura, ma anche ad un ingrovigliato girone di morte che merita una lista cronologica dal primo
all’ultimo. A rivelare il complotto, per evitare la tortura fu il Calvetti, il castellano, che sotto pagamento di lauta mancia riuscì persino a fuggire. Fu riacciuffato in breve tempo da un conoscente dei Cenci, il Monsignor Mario Guerra, che per evitare ulteriori confessioni lo mise a tacere. Per sempre.
Marzio il Maniscalco dopo un andirivieni di confessioni, confronti, ritrattamenti e ferri arroventati, ammise tutto e morì per le ferite subite sotto interrogatorio. Al fine tutti i familiari confessarono stremati dalla tortura della corda.
Secondo la biografia Romanzata di Mastro Titta, conosciuto come “er Boia de Roma”, “memorie di un carnefice”, sappiamo dell’avvenimento intitolato “il supplizio de’ Cenci” fino ai minimi dettagli. L’opera in questione è stata falsamente attribuita al boia romano, ma fu scritta dal romanziere e cronista ottocentesco Ernesto Mezzabotta, probabilmente venuto veramente in possesso di diari e appunti del famoso Mastro taglia teste romano di Rugantino. Resta la discrepanza storica di un evento avvenutoalla fine del cinquecento e raccontato, poi, nell’ottocento; quasi tre secoli dopo.
Andiamo ai fatti.
Era l’undici settembre 1599, Lucrezia Petroni fu la prima ad essere decapitata, e, dalla presunta cronaca, si narra che il prorompente seno non le permetteva di adagiarsi prona sulla mortale panca dove la lunga spada del boia avrebbe fatto giustizia. Beatrice affrontò fieramente il patibolo al punto che lo stesso Boia compì il suo infame lavoro con grande esitazione; la testa della giovine si separò dal corpo dimenando ultimi furiosi scatti fra le preghiere di lei e le imprecazioni del pubblico.
Fu il turno di Giacomo Cenci, arrivato al patibolo già provato dalle ustioni subite durante il tragitto, per lui si risolse il calvario con un colpo di mazzola e un successivo squartamento.
Il giovane Bernardo, appena diciottenne, ottenne la “grazia” papale di dover assistere al massacro dei suoi cari legato ad una sedia con successivo carcere a vita. Sembra che perse i sensi al primo colpo di spada.
Buon per lui. Che dire del pubblico che assistette a questo macabro show? Persero la vita nella calca numerosi avventori: alcuni caddero nel Tevere annegando, altri perirono per soffocamento nei tumulti popolari che scoppiarono durante l’esecuzione. Furono testimoni dell’esecuzione i pittori Michelangelo Merisi da Caravaggio e Orazio Gentileschi che teneva per mano una giovane Artemisia di appena 6 anni.
La vicenda biblica di Giuditta e Oloferne ha affascinato artisti d’ogni epoca, la stessa Artemisia Gentileschi, anch’ella purtroppo vittima di abusi sessuali, ne dipinse una celebre versione. E cosa dire di Caravaggio? Se decise di dipingere il suo, o se il mecenate Ottavio Costa glie lo commissionò ispirato dalla vicenda dei Cenci, ad oggi, è una supposizione campata per l’aria e nulla più; ma la coincidenza storica ci lascia pensare.