di Massimo Mancini
La zattera della Medusa, opera di Theodore Gericault non è solo un dipinto, ma una
storia vera di naufragio, di superstiti, di perdizione, di cannibalismo.
Era il 1° Luglio del 1810, La fregata francese Méduse fu varata nei cantieri della Loira
Inferiore durante il periodo delle guerre Napoleoniche. Erano molte le leggende che
aleggiavano intorno a quella nave; si credette sin da subito che il natante non fosse nato
sotto una buona stella; tanto fu che la cerimonia del varo di rivelò di una tristezza quasi
inesplicabile. La polena, rappresentante appunto la testa di Medusa, troneggiava sulla
prua della nave e, a detta dei presenti, non prometteva buoni auspici. Un disastro.
A farne avverare l’infame destino fu l’inesperienza di un comandante, tale Hugues Duroy
de Chaumareys. L’ufficiale di marina vantava nobili origini e, anni prima si distinse non
tanto per le sue doti militari, quanto più per essere uno dei rari scampati alla morte della
spedizione Quiberon.
Con il restauro della monarchia francese nel 1814, Re Luigi XVIII decise di riportare i
vecchi nobili a capo della marina e dell’esercito; e fu cosìche il Duroy fu nominato
Capitano di Fregata, e beneficiò non solo del grado, ma anche della pensione, e si ritirò.
Non è chiaro ciò che spinse l’arrugginito comandante a salire a bordo della fregata
Medusa, soprattutto dopo aver passato quasi venticinque anni a terra; ma, per volontà, o
per fato, finìcomunque nella spedizione che dalla Francia andava verso il Senegal.
Insieme alla Medusa, vi erano la corvetta Echo e il Bricco Argo.
Il comandante Duroy, assecondando l’andamento fiero e rapido della fregata, distanziò di
molte miglia il resto della flotta fino a perderne la vista all’orizzonte. Non correva buon
sangue a bordo. Gli altri ufficiali cercarono invano di consigliare il comandante Duroy,
che per altro detestavano quasi apertamente a causa delle ultime vicissitudini politiche.
Quando si trovarono totalmente isolati sull’immensa distesa d’acqua, il comandante
decise di fidarsi di un passeggero che paventava di aver già navigato in quei paraggi, ma
l’inesperienza totale dei due portò alla rovina. Fu cosìche, sbagliando il proprio punto
nave, invece di passare al largo del banco di Arguin la fregata ci s’incagliò rovinosamente
sopra. Era il 2 Luglio 1816 intorno alle tre pomeridiane; il vascello restò bloccato a una
dozzina di leghe fuori dalla costa Mauritana, tutti i tentativi di disincaglio da parte della
ciurma sono stati praticamente inutili. Si decise di costruire un natante con materiali di
recupero della nave; quella fu la zattera che avrebbe dovuto salvare la vita a più di
centocinquanta membri dell’equipaggio. Un paio di giorni dopo si abbattéuna poderosa
tempesta che danneggiò inesorabilmente lo scafo della fregata. Acqua nella chiglia. Si
optò per l’abbandono immediato della nave. Nel disordine più totale, in un clima di
ammutinamento con marinai ubriachi e ostili, si stilò, in gran segreto, una lista che
ripartiva l’equipaggio sulle scialuppe e mezzi di emergenza sperando di poter
raggiungere la costa Sahariana. Una decina di uomini restarono a bordo della fregata,
confidenti in un prossimo salvataggio; ma ne furono ritrovati solamente tre,
sopravvissuti a stento, il quattro settembre successivo.
Incidente voluto o fortuito, le scialuppe che avrebbero dovuto rimorchiare la zattera
trasportandola fino a terra mollarono le cime; il peso della zattera non consentiva il
rimorchio della stessa e fu cosìlasciata andare ai marosi.
Alcuni membri dell’equipaggio riuscirono a raggiungere la costa e si avventurarono nel
deserto; furono ben presto vittime dell’aspro clima, della siccità e dell’ostilità dei
beduini. Pochi sopravvissuti, dopo quindici giorni, furono ritrovati erranti nel Sahara da
una carovana guidata da un ufficiale camuffato in abiti moreschi, e trovarono salvezza.
Il comandante Duroy fu ritrovato in mare, vivo, insieme ad altri sopravvissuti, a bordo di
quel che restava delle scialuppe; totalmente alla deriva. La scoperta fu aberrante.
Quasi quindici giorni di disperazione in mare. La fame e la sete portarono i disgraziati,
Impazziti e disidratati a rodere con i denti prima i cordami, poi le loro stesse cinture e i
cappelli. Si scannarono fra loro. I sopravvissuti mangiarono i loro compagni morti e
uccisero i più deboli. L’evento è ricordato come una delle tragedie marinare più nere.
In questa cornice catastrofica Theodore Gericault, a soli 29 anni ultimò uno dei manifesti
del romanticismo francese, appunto, “La zattera della Medusa”. Forte dei racconti dei
sopravvissuti e le cronache uscite sui giornali del tempo, il pittore riuscìa tradurre
artisticamente tutta l’angoscia e la disperazione di un evento nero in una sola scena. Un
capolavoro assoluto.
Riguardo l’esecuzione dell’opera circolano storie altrettanto particolari; pare, infatti, che
lo studio dei i corpi e dei toni dell’incarnato dei morti sia stato effettuato su veri e propri
resti umani presi da un obitorio. Si vociferava addirittura che nell’atelier del pittore ci fu
per diverso tempo una testa sotto formalina presa in prestito da un manicomio. Roba da
far rabbrividire Mary Shelley, che, guarda caso, scrisse Frankenstein proprio un paio di
anni prima la presentazione del quadro.
