A cura di Roberto Puleo
“A volte davvero sembra che il mondo giri al contrario”. Con questa frase, un magistrato – di cui non è necessario fare il nome – ha aperto un suo intervento sui social, esprimendo stupore per ciò che accade oggi nel nostro Paese. Eppure le sue parole sollevano una questione cruciale: se perfino un magistrato, chiamato ad applicare le leggi, manifesta smarrimento, come possono i cittadini sentirsi realmente tutelati?
Lo stesso magistrato ha ricordato con nostalgia un’epoca in cui i poliziotti inseguivano i ladri, li arrestavano e questi venivano puniti per i loro reati. Oggi, invece, denuncia l’esistenza di “norme bizzarre” che finiscono per ribaltare i ruoli: i ladri arrivano persino a denunciare chi li ferma. Un paradosso che rischia di minare la fiducia nelle istituzioni e di vanificare l’impegno delle forze dell’ordine.
Leggi confuse o contraddittorie generano quello che molti definiscono un vero e proprio corto circuito. Le forze dell’ordine, strette tra dovere e burocrazia, si trovano spesso costrette a giustificare atti che paiono contrari al buon senso. La formula dell’“atto dovuto” diventa la giustificazione per applicare norme che, nei fatti, finiscono per colpire chi serve lo Stato. Non sono rari i casi in cui agenti vengono indagati o processati per aver semplicemente svolto il proprio lavoro: da interventi di ordine pubblico a inseguimenti di ladri, sempre più spesso gli operatori devono difendere non solo la legalità, ma anche sé stessi, davanti a tribunali che applicano leggi percepite come inadeguate. Il risultato è un clima di insicurezza che coinvolge non soltanto i cittadini, ma anche chi indossa una divisa.
La giustizia non può ridursi a un meccanismo cieco. I magistrati, oltre ad applicare la legge, dovrebbero avere il coraggio di segnalare storture e incongruenze, ponendo l’attenzione su ciò che non funziona. Se le norme sono scritte male, vanno corrette senza esitazione. Se gli operatori di polizia diventano vittime di un sistema distorto, serve un intervento urgente. La fiducia dei cittadini non è inesauribile: se viene tradita, si incrina il legame fondamentale tra Stato e società civile.
Il monito è chiaro: le leggi devono essere giuste e chi le applica deve farlo con equilibrio e responsabilità. Solo così si eviterà di vivere in un Paese dove davvero sembra che il mondo giri al contrario.
Ed è qui che si inserisce un altro tema drammatico, strettamente collegato al problema dell’ordine pubblico: le piazze trasformate in campi di battaglia. Vorrei capire, infatti, cosa c’entra la guerriglia urbana nelle nostre città con la pace in Palestina. È davvero avvilente che una tragedia come quella che sta insanguinando Gaza venga trasformata in un pretesto per aggredire le forze dell’ordine. Scene di scontri, 56 agenti feriti, cortei spaccati tra chi voleva manifestare davvero per la pace e chi, invece, aveva soltanto voglia di distruggere.
Non si tratta di dissenso, non si tratta di protesta civile. È la solita vecchia storia: frange organizzate, infiltrati ben noti, gruppi antagonisti che trasformano le piazze in teatri di violenza. Eppure c’è chi continua a minimizzare, a voltarsi dall’altra parte, a fingere che sia “parte del gioco democratico”. No: questa non è democrazia, questa è violenza.
E allora basta con le ambiguità. Le condanne devono essere nette, senza se e senza ma. Gli organizzatori non possono limitarsi a lavarsi le mani: se a Roma 50.000 persone hanno manifestato pacificamente, significa che isolare i facinorosi si può. A Milano non lo si è fatto, e i risultati sono stati sotto gli occhi di tutti.
C’è un rischio serio, concreto: che la violenza diventi l’unico linguaggio di certe frange, con collegamenti inquietanti persino a reti internazionali che vivono di odio e destabilizzazione. Ma la pace non si costruisce con le spranghe né con i caschi in testa. Ogni volta che una piazza diventa teatro di scontri, la causa che si dice di voler difendere viene tradita. E il messaggio che resta è uno solo: chi urla più forte e mena più duro ruba la scena. Ma non conquista nulla, se non il disprezzo di chi ancora crede nella libertà, nella democrazia e nel diritto a manifestare pacificamente.
Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS