“Mia Moglie”: quando la complicità di massa diventa violenza digitale

 

di Antonio Diurno – Criminologo AICIS, Formatore, Scrittore

Per sei anni è rimasto lì, sotto gli occhi di tutti.
Un gruppo Facebook dal nome apparentemente innocuo – Mia Moglie – che, dietro la facciata domestica, nascondeva un vero e proprio spazio tossico.
Oltre 32.000 membri vi condividevano e commentavano foto intime delle proprie compagne, spesso senza alcun consenso.
Una forma di violenza normalizzata, che non si è consumata in qualche angolo remoto del web, ma dentro la piattaforma social più diffusa al mondo.

Il gruppo è stato chiuso soltanto ieri, dopo le segnalazioni, le denunce pubbliche e la mobilitazione di attivisti come Carolina Capria, che hanno costretto Meta a intervenire.
Ora indaga la Polizia Postale.
La domanda però resta sospesa: quanti altri spazi simili, magari su Telegram o in forum chiusi, continuano a prosperare lontano dai riflettori?

Dal 2019, con l’introduzione del cosiddetto Codice Rosso, l’Italia ha previsto un reato specifico per la diffusione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti normato dall’articolo 612-ter del codice penale,
che prevede pene fino a sei anni di carcere e multe fino a 15 mila euro.
Gli strumenti giuridici esistono, ma il divario tra teoria e pratica resta evidente.
La repressione da sola non argina un fenomeno che affonda le sue radici in dinamiche sociali e culturali molto più profonde.

Una ricerca del 2022, condotta da “Permesso Negato” e “The Fool”, stima che almeno due milioni di italiani abbiano visto proprie immagini intime diffuse online senza autorizzazione.
Un numero enorme, che rende l’idea di quanto il problema sia diffuso.
Ed è proprio la diffusione a trasformarsi in pericolo culturale: quando un comportamento diventa così comune, rischia di apparire normale e inevitabile.

Analizzando il caso Mia Moglie emergono tratti ricorrenti:

•La concezione del corpo femminile come proprietà: un’eredità del maschilismo ancora radicato, che porta a percepire l’intimità della partner come un trofeo da esibire, un capitale erotico da spendere davanti a una platea virtuale.
•La dinamica del branco, all’interno del quale la responsabilità si diluisce, l’illecito diventa rito collettivo, strumento di appartenenza.
•La persistenza dei contenuti. Chiudere un gruppo non significa cancellare ciò che è stato diffuso.
Le immagini vengono salvate, riciclate, spostate su piattaforme più chiuse, difficili da controllare.
Per la vittima, la violenza non ha una fine naturale: continua a riaffiorare nel tempo.

Infine, ci sono le lacune delle piattaforme, il cui intervento è sempre tardivo, aggravato spesso dalle nuove tecniche di deepfake che rendono ancora più difficile il controllo.

Dietro norme e numeri però, ci sono sempre persone.
Chi subisce la diffusione di immagini intime senza consenso vede colpita la propria identità più profonda.
Le conseguenze vanno dalla vergogna all’isolamento, fino a disturbi ansiosi, depressivi e casi di ideazione suicidaria.
A questo dolore si somma spesso la vittimizzazione secondaria: la sensazione di non essere creduti o tutelati, l’iter burocratico e giudiziario che costringe a rivivere il trauma senza ricevere un’adeguata protezione.

Oggi esistono strumenti rapidi per difendersi.
In Italia, il Garante per la Privacy offre un canale dedicato per chiedere il blocco immediato delle immagini; la piattaforma internazionale “StopNCII” permette invece di registrare in un database sicuro le proprie foto per impedirne la ricircolazione e naturalmente resta fondamentale denunciare alla Polizia Postale, conservando prove digitali come link, screenshot e ID di gruppo.

La vera sfida resta a monte: prevenire, soprattutto educando i più giovani.
Non basta dire in maniera vuota e paternalistica “non si fa”: bisogna spiegare perché, mostrare le conseguenze psicologiche e legali, insegnare a rispettare i confini propri e altrui. In un mondo iperconnesso, queste non sono competenze accessorie: sono parte integrante della cittadinanza digitale.

Il caso Mia Moglie è un simbolo. Dimostra che la violenza digitale non prospera solo grazie a chi diffonde contenuti, ma anche grazie a chi guarda, commenta o resta in silenzio.
È una complicità di massa, resa possibile dall’architettura delle piattaforme e da una cultura che fatica a riconoscere pienamente il diritto di ciascuno a disporre della propria immagine.
La domanda iniziale – quanti gruppi simili esistono ancora? – ha una risposta semplice: troppi.

La criminologia ci insegna che la repressione penale non basti.
Occorre una risposta integrata: leggi applicate con rigore, piattaforme realmente responsabili, percorsi educativi diffusi e, soprattutto, un cambiamento culturale.

Lo specchi davanti al quale siamo stati posti è scomodo: non stiamo parlando di pochi criminali isolati, ma di una comunità di 32.000 persone che ha trovato normale fare branco attorno alla violazione dell’intimità.
E fin quando considereremo normale ciò che non lo è il problema continuerà a ripresentarsi.