Delitti sotto l’ombrellone Episodio 8 – Il sogno di un ragazzo per bene

Il cielo è limpido a Posillipo, ma l’aria sa di tempesta trattenuta.
Sotto l’ombrellone, il Commissario Montella spinge via la sabbia dal taccuino, una sigaretta dietro l’orecchio solo per abitudine… e comincia a scrivere.

Nel nuovo episodio di Delitti sotto l’ombrellone, la morte ha il volto giovane di chi non dovrebbe morire.
Con uno zaino sulle spalle.
Con un sogno troppo grande per il quartiere in cui è nato.
E con una mano che stringe un’altra, nel tentativo di restare a galla.

Un amore nato per caso.
Una vita segnata dalla povertà e dalla scelta sbagliata.
Una guerra tra clan che non perdona chi vuole uscire dal giro.

Per risolvere questo caso, Montella dovrà guardare oltre il sangue e i verbali…
…perché certe verità non stanno negli atti giudiziari, ma nei sogni interrotti di un ragazzo per bene.

Delitti sotto l’ombrellone
Episodio 8 – Il sogno di un ragazzo per bene

Il mare oggi è calmo.
Troppo calmo.
Sembra una piscina d’albergo, eppure so che sotto quella superficie liscia c’è corrente, e la corrente trascina giù senza farsi vedere.
Un po’ come questa storia.

Sotto l’ombrellone, sposto il giornale e apro il taccuino.
La penna scivola da sola.
Il caso di oggi non è come gli altri.
Non c’è lusso, non ci sono ville o eredità.
C’è un ragazzo.
E c’è la povertà.
Quella che non ti lascia scelta.

Caso n. 243 – Il sogno di un ragazzo per bene

Si chiamava Salvatore Russo.
Diciassette anni.
Nato e cresciuto ai Quartieri Spagnoli, in un palazzo che odorava di cucine miste e umidità.
Tre stanze, quattro persone: madre, due fratellini e lui.
Il padre? Scomparso quando Salvatore aveva otto anni.
Qualcuno dice emigrato in Germania, altri “sparito” per un conto non pagato.

A quattordici anni, Salvatore faceva il garzone in un bar.
A quindici, era già “u’ piccirill’ cu ‘o zainett’”.
Uno zaino nero, logoro, sempre sulle spalle.
Dentro: bustine.
A volte polvere, a volte pasticche.
Consegne rapide, due parole, soldi in tasca.
Mai fermarsi, mai chiedere.

La camorra ha un talento speciale: sa riconoscere chi non ha altre strade.

Poi arrivò lei.
Chiara Montemurro, sedici anni.
Capelli lisci, odore di shampoo buono, sorriso disarmante.
Studentessa del liceo classico, casa a Posillipo, padre magistrato, madre insegnante di storia dell’arte.
Il loro incontro non era scritto da nessuna parte.
Fu il caso, una gelateria di via Toledo.
Lei ordinava un cono, lui consegnava un pacco a pochi metri.
Si guardarono.
E nel suo sguardo, Salvatore vide un pezzo di mondo che non aveva mai toccato.

Da lì, messaggi nascosti, incontri di mezz’ora, passeggiate corte.
Chiara ascoltava.
Salvatore parlava poco, ma quando parlava le raccontava il sogno di “uscire”.
Trovarsi un lavoro onesto.
Magari imparare un mestiere.
“Con te sarebbe più facile”, le disse una volta.

La realtà arrivò prima dei sogni.

L’ultimo incarico gliel’avevano descritto come “semplice semplice”:
un pacco piccolo, da portare a Ponticelli.
Un’ora e mezzo di tragitto, un pagamento buono.
“Poi ti prendi una pausa, Sasa’”, gli avevano promesso.

Non sapeva – o forse sapeva, ma sperava di no – che la cosca rivale aveva messo una taglia sui corrieri della sua zona.

Lo trovarono in un vicolo stretto, con le spalle al muro.
Due colpi al petto, sparati da vicino.
Nessuna fuga.
Nessun testimone disposto a parlare.

Quando arrivai sulla scena, erano le 23:47.
Il corpo era già stato coperto con un lenzuolo bianco.
Il sangue aveva formato una chiazza scura, assorbita dal selciato.
Il pacco non c’era più.
Lo zaino, invece, sì: vuoto, con una cerniera rotta.

I rilievi della scientifica furono meticolosi:

  • Bossoli calibro 9, marca Geco.
  • Nessun segno di colluttazione.
  • Polvere da sparo sulle mani di Salvatore: segno che aveva cercato di proteggersi, forse alzando le braccia.
  • Sul cellulare, ultimi messaggi a “C.”: “Sto finendo, poi vengo”.

Le telecamere di due negozi avevano ripreso l’inizio dell’agguato: due scooter senza targa, due uomini col volto coperto.
Poi, buio.

Il fascicolo arrivò al pubblico ministero di turno: Dott. Antonio Montemurro.
Non ci volle molto perché il destino giocasse la sua carta più crudele.
Quel nome, “Montemurro”, era lo stesso della ragazzina a cui Salvatore scriveva messaggi ogni sera.
Il padre di Chiara.

Lo vidi il giorno in cui lo capì.
Stava leggendo un rapporto quando si fermò.
La mano gli tremò leggermente.
Poi richiuse il fascicolo con un gesto lento.
Nessuna parola.
Solo un respiro più profondo, come per inghiottire qualcosa di amaro.

L’indagine si mosse a fatica.
Nessuno parlava.
Gli amici di Salvatore spariti, i vicini improvvisamente sordi.
Le uniche informazioni arrivarono da un intercettato della cosca opposta:
“Era ‘o piccirill’ che voleva fare ‘o guappo e scappare… non poteva campare”.

Non era un regolamento di conti, era un messaggio.
Un avvertimento a tutti quelli che pensano di potersi sfilare.

Epilogo sotto l’ombrellone

Il caffè oggi è freddo.
L’ho dimenticato lì, a guardare il mare fermo.
Chiudo il taccuino, ma resto seduto.
Perché certe storie, anche se scritte, non ti lasciano.

Mi chiedo:
Quante vite nascono già in trappola?
E quante, anche quando provano a correre verso l’uscita, trovano solo un muro… con due colpi in fondo?

Il vento arriva dalla terra.
Porta odore di benzina e pane appena sfornato.
E un’eco di passi veloci, di uno zaino che non pesa più.

Salvatore voleva solo cambiare strada.
Ma in certi quartieri, le strade non portano mai via.

 

(ogni riferimento a fatti, cose o persone è puramente casuale)

di Francesco Paolo Iacovelli –      ogni diritto è riservato