La microcriminalità giovanile nelle città italiane: un’emergenza sistemica tra prevenzione e repressione. Il caso Palermo come paradigma nazionale
Palermo, 25/07/2025
A cura di Roberto Puleo
Nel cuore della Vucciria, storico quartiere del centro di Palermo, due giovani turisti sono stati aggrediti e rapinati in piena notte. L’episodio, riportato nei giorni scorsi dalla stampa locale e nazionale, non è purtroppo isolato. Uno dei due giovani è stato soccorso in stato confusionale, l’altro ha riportato ferite significative. Si tratta dell’ennesima azione predatoria ai danni di visitatori stranieri, in uno scenario urbano che sempre più spesso si trasforma in teatro di violenza gratuita.
Non è solo Palermo a fare i conti con questa deriva. Il fenomeno della microcriminalità giovanile, da tempo emerso in modo strutturale nelle grandi città italiane, oggi assume i contorni di una crisi sistemica che sollecita l’intervento congiunto di tutti gli attori istituzionali: forze dell’ordine, magistratura, enti locali, scuole, servizi sociali, terzo settore (volontariato), sistema penitenziario minorile.
Criminologia urbana e disagio giovanile: le nuove sfide dell’illegalità diffusa
Il concetto di “microcriminalità” — spesso sottovalutato nella percezione collettiva — racchiude un insieme di reati minori e medi (rapine, furti, aggressioni, vandalismi), generalmente non collegati a organizzazioni criminali strutturate, ma che compromettono profondamente la percezione di sicurezza urbana, soprattutto quando si concentrano in aree turistiche o centrali.
Secondo l’analisi criminologica, la crescita esponenziale di fenomeni di violenza giovanile (spesso di gruppo) risponde a una trasformazione della devianza: da comportamento episodico a fenomeno seriale, con caratteristiche di aggressività crescente, destrutturazione familiare, modelli culturali devianti e, in alcuni casi, processi embrionali di aggregazione criminale. Le cosiddette baby gang, presenti da Nord a Sud, sono la manifestazione di un disagio non più marginale ma profondamente radicato in contesti urbani deprivati e periferie prive di presìdi educativi, culturali e sociali.
Il prefetto di Palermo, Massimo Mariani, ha descritto con lucidità questa realtà:
“Molti degli autori degli episodi più recenti sono giovanissimi: sedicenni, diciassettenni, ma anche minori di 14 anni. Episodi che mostrano un uso sistematico della violenza per fini predatori, spesso in gruppo. Palermo, come molte altre città italiane, si trova ad affrontare una forma di criminalità che si incrocia con un’area di profondo disagio sociale, e per la quale i soli strumenti repressivi non bastano”.
Quadro giuridico: la responsabilità penale minorile e i limiti del sistema
L’ordinamento italiano riconosce la responsabilità penale solo a partire dai 14 anni di età, secondo quanto previsto dall’art. 97 c.p., che sancisce la non imputabilità assoluta dei minori di 14 anni. Tra i 14 e i 18 anni, la capacità di intendere e volere va accertata in concreto, con un processo penale minorile improntato al principio del “favor minoris” (D.P.R. 448/1988), che privilegia finalità rieducative, alternative alla pena detentiva.
Tuttavia, il quadro giuridico odierno appare sotto pressione. Il ricorso sistematico a misure alternative (messa alla prova, sospensione del processo, affidamento ai servizi sociali) si scontra con l’evidenza empirica di una devianza minorile sempre più reiterata e strutturata, spesso immune a interventi deboli o inefficaci. Alcuni minori, già autori di reati gravi, tornano a delinquere nel giro di pochi giorni.
Il principio della minima offensività e della personalizzazione della pena minorile, pur fondato su una solida cornice costituzionale e pedagogica, non può trasformarsi in impunità di fatto, specialmente nei confronti di atti violenti con impatto sociale elevato. Come ha ricordato il prefetto Mariani:
“Se da un lato dobbiamo mantenere ferma la distinzione tra criminalità minorile e organizzata, dall’altro non possiamo ignorare che il ripetersi di reati gravi da parte di giovanissimi impone un rafforzamento delle misure preventive e investigative”.
La risposta dello Stato: controllo del territorio e intelligence sociale
Accanto al sistema giudiziario minorile, è fondamentale il rafforzamento del presidio territoriale, soprattutto nelle aree ad alta frequentazione turistica o commerciale. Il sindaco di Palermo ha recentemente chiesto al Ministero dell’Interno l’invio di rinforzi, sollecitando un incremento stabile delle forze dell’ordine in città e la creazione di presìdi fissi notturni nelle zone più sensibili.
Il prefetto ha confermato che, da settimane, è stata implementata la presenza delle forze dell’ordine con servizi dinamici e pattugliamenti mirati, evidenziando il ruolo chiave della presenza fisica delle divise nel generare sicurezza percepita:
“La percezione della sicurezza si basa su due pilastri: il primo è il controllo del territorio, il secondo è l’attività investigativa. In entrambi i settori, Palermo ha risposto con efficienza, grazie anche al lavoro della Procura e delle forze di polizia giudiziaria nonché del Questore”.
A tale proposito, va ricordato che l’anno in corso ha visto operazioni antimafia di grande rilievo, che hanno portato all’arresto di centinaia di soggetti contigui a Cosa Nostra. Ma accanto alla criminalità mafiosa tradizionale, oggi è la criminalità “disaggregata” a generare allarme: bande spontanee, gruppi eterogenei di adolescenti, “cani sciolti” che si muovono in contesti abbandonati o socialmente deprivati.
Educazione, prevenzione e coesione: il paradigma integrato
L’azione repressiva, per quanto necessaria, non è sufficiente da sola a fronteggiare un fenomeno che ha radici educative, culturali ed economiche. Lo Stato deve investire nella prevenzione primaria: contrasto alla dispersione scolastica, sostegno alle famiglie fragili, presìdi culturali e sportivi nei quartieri a rischio.
Il paradigma integrato della prevenzione multipla, già teorizzato da numerosi studiosi di criminologia, prevede:Prevenzione sociale primaria, con azioni educative e di coesione urbana; Prevenzione situazionale, con interventi di urban security, videosorveglianza e illuminazione; Prevenzione secondaria, con monitoraggio di minori a rischio e progetti di mediazione; Prevenzione terziaria, per il reinserimento e la rieducazione dei minori autori di reato.
È auspicabile che il governo nazionale e le amministrazioni locali non riducano la sicurezza a tema emergenziale, ma la affrontino con visione strutturale e continuità politica. Il rischio, altrimenti, è che la microcriminalità giovanile diventi la nuova normalità urbana, con effetti devastanti sulla convivenza civile, l’economia locale e la tenuta democratica del territorio.
Palermo come laboratorio sociale dell’Italia urbana
Palermo, in questa prospettiva, non è solo teatro di cronaca, ma laboratorio nazionale di analisi criminologica e politica pubblica. Le sue contraddizioni riflettono quelle dell’Italia intera: una nazione alle prese con la crisi della coesione sociale, la fragilità educativa, l’erosione delle reti di protezione. Ma anche una nazione capace di risposte istituzionali solide, come dimostrano i recenti risultati investigativi.
Occorre ora una governance multilivello della sicurezza urbana, che tenga insieme ordine pubblico, giustizia minorile, politiche sociali, pianificazione urbana, partecipazione civica. Perché la sicurezza, prima ancora che repressione del reato, è presenza dello Stato, dignità dello spazio pubblico e garanzia di cittadinanza attiva per tutti.
Bibliografia essenziale
- Codice Penale italiano, artt. 97‑98
- D.P.R. n. 448/1988, art. 28
- Materiale giuridico su processo penale minorile e riforma Cartabia
- Studi su baby gang e microcriminalità giovanile in Italia
- SalvisJuribus, “Criminalità minorile e imputabilità: tra esigenze repressive e tutela educativa”
- Fonti istituzionali: dichiarazioni prefettizie e richieste del sindaco
Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS