Delitti sotto l’Ombrellone Episodio 2 – Delitto al sole. Il mistero dell’arma che non c’era

Il sole torna a picchiare forte sulla spiaggetta partenopea dove il Commissario Montella, con taccuino e sguardo inquieto, continua a interrogare il silenzio del mare.
Nel secondo appuntamento della nostra rubrica, riemerge un caso chiuso troppo in fretta. Un cadavere senza sangue. Nessuna arma. Solo una traccia d’acqua e un’intuizione destinata a cambiare tutto.

Montella prende nota. Rilegge. Ricostruisce. E ci lascia, ancora una volta, affacciati sul bordo del mistero.
Perché sotto l’ombrellone, niente è davvero come sembra.

Delitti sotto l’Ombrellone

Episodio 2 – Delitto al sole. Il mistero dell’arma che non c’era

 

Domenica. Lido “Le Sirene”, Posillipo.

Il caldo era impazzito.

Mergellina sfrigolava come una padella dimenticata sul fuoco, e io, come al solito, cercavo tregua sotto il mio ombrellone sfilacciato, taccuino sulle ginocchia e pensieri a spasso.

C’era qualcosa che non mi lasciava in pace.

Un’ombra mentale, un dettaglio che grattava dietro la fronte.

Avevo chiuso un caso due giorni prima, almeno sulla carta.

Eppure… mi tornava in mente a onde. Come il risucchio di una marea che si rifiuta di sparire.

 

Il caso di Gaetano Del Prete. 42 anni.

Venditore ambulante di gelati. In spiaggia lo conoscevano tutti.

Aveva un carretto blu, la risata facile e le tasche bucate dal vizio del gioco.

Lo trovarono riverso in un vicolo dietro al lungomare.

 

Ore 9:47 del mattino.

Quando arrivai sulla scena, la sensazione fu netta:

troppa pulizia. Troppo silenzio.

Come se qualcuno avesse apparecchiato la morte con cura chirurgica.

 

Il corpo era disteso, faccia in giù, le mani aperte come chi si arrende.

Indossava ancora il grembiule da lavoro.

Nessuna granita. Nessun carretto. Nessun cliente.

 

Alla nuca, una sola ferita. Precisa. Letale.

Ma niente sangue. Niente arma. Solo una sottile arrossatura, quasi… una bruciatura da freddo.

 

La scientifica parlò chiaro.

Frattura occipitale. Nessuna scheggia. Nessun oggetto contundente nelle vicinanze.

Solo un riflesso d’acqua sotto la testa.

Un’ombra liquida che non rientrava nel protocollo.

 

Nel freezer del chiosco, una stranezza: la temperatura era calata in ritardo.

Qualcuno l’aveva aperto. Ma per quanto? Perché?

 

Poi, la scena.

Qualche giorno dopo, una bambina lanciò un blocco di ghiaccio sulla sabbia.

Non un gelato. Un cono artigianale, appuntito.

Si spezzò in mille pezzi, lasciando solo acqua e aria.

 

Fu lì che lo capii.

L’arma non c’era perché non esisteva più.

 

E se l’assassino avesse usato un oggetto solido ma destinato a sparire?

Un’arma perfetta, temporanea.

Affilata come una colpa ben nascosta.

Un cono di ghiaccio.

 

Il corpo era stato ritrovato un’ora dopo la morte.

L’acqua sul cemento era ancora lì, ma nessuno ci aveva fatto troppo caso.

 

E poi c’era lui. Bruno Santoro.

Coinquilino e socio di Del Prete.

Una convivenza logora, fatta di conti in sospeso e silenzi carichi.

Negli ultimi mesi avevano litigato per tutto: incassi, turni, chi pagava cosa.

Santoro si sentiva usato. Invisibile.

Ma il rancore, a volte, non grida. Aspetta.

 

Lo convocammo.

 

Durante l’interrogatorio cercò di restare neutro. Ma quando gli dissi:

 

“Del Prete si è fatto male con qualcosa di molto freddo…”

sorrise, storto, e rispose:

 

“Con tutto quel ghiaccio che teneva… gli si è sciolto pure il cervello!”

 

Una battuta. Ma troppo precisa.

 

Gli raccontai una bugia: che il freezer artigianale aveva un sensore digitale che registrava ogni apertura.

Panico.

 

“L’ho aperto solo un attimo! Era roba mia! Non c’era niente che non doveva esserci!”

 

Era fatta.

 

Avevo il movente – frustrazione, gelosia, soldi.

L’occasione – la sua presenza lì.

E soprattutto, la confessione involontaria.

 

Il colpo era stato secco. Letale. Un’arma fatta in casa, forse con uno stampo per ghiaccio.

Poi: niente.

Solo una pozza d’acqua che nessuno sapeva leggere.

 

Lo arrestammo il giorno dopo.

Non disse molto. Solo:

 

“Era tutta roba mia. Lui ci faceva i soldi, e io manco un grazie.”

 

Il rancore ha una forma liquida. E quando ghiaccia, taglia.

 

Postilla nel taccuino, pagina 44

Il sole picchiava come allora.

Il ghiacciolo che avevo in mano si stava sciogliendo, lento.

 

Scrissi:

“Le armi non sempre si trovano. A volte evaporano.

E il delitto perfetto non esiste. Solo quello che sa aspettare il momento giusto per sciogliersi.”

 

Epilogo sotto l’ombrellone

Il mare si era alzato.

Una madre chiamava il figlio con gli occhi.

Un bagnino ascoltava la radio.

Io richiusi il taccuino.

 

Sotto il sole di Posillipo, anche il gelo può uccidere.

E il crimine, se è fatto bene, non lascia rumore. Solo vapore.

di Francesco Paolo Iacovelli        ogni diritto riservato