Uccidere senza coscienza: quando la mente tradisce la realtà.

Di Mariantonietta Deiana (criminologa certificata AICIS).


Quando si parla di omicidio, il pensiero corre immediatamente a un gesto lucido, premeditato, compiuto con piena consapevolezza. Ma cosa accade quando un individuo uccide senza rendersi conto di ciò che sta facendo? È possibile togliere la vita a un altro essere umano in assenza di volontà, coscienza o intenzione manifesta? Mi  sono spesso confrontata con questi interrogativi, che aprono uno scenario affascinante e inquietante allo stesso tempo: quello dell’omicidio inconsapevole, ovvero della condotta omicida compiuta in stati alterati della mente.                       Questo articolo esplora le dinamiche psicologiche, neurologiche e giuridiche di un fenomeno tanto raro quanto emblematico della complessità della condotta umana.
Uno dei contesti più rilevanti in cui si può uccidere senza consapevolezza è quello degli stati dissociativi. La dissociazione è un meccanismo di difesa estremo che si attiva in presenza di traumi o situazioni di stress insostenibile. In questi momenti, la mente “si scollega” dalla realtà,producendo amnesie, derealizzazione o depersonalizzazione. Nei casi più gravi, un soggetto può agire in maniera automatica, senza integrare coscientemente le sue azioni. Si pensi, ad esempio, a un individuo che, dopo anni di abusi subiti, esplode improvvisamente in un gesto violento verso il suo persecutore, senza ricordare nulla dell’episodio. In letteratura criminologica, non sono rari i casi di “omicidio dissociativo”, dove la vittima è spesso legata al trauma originario dell’autore.
In tali situazioni, l’omicida non è in grado di percepire né valutare la portata delle proprie azioni mentre le compie, e talvolta nega persino la possibilità di averle commesse, perché realmente incapace di ricordare. Un’altra condizione che può condurre a omicidi inconsapevoli è quella dei disturbi psicotici, come la schizofrenia paranoide o i disturbi deliranti gravi.
Chi è affetto da psicosi può percepire la realtà in modo radicalmente alterato, guidato da allucinazioni uditive o visive e da convinzioni deliranti. Può accadere che l’individuo, convinto di trovarsi in pericolo o di dover rispondere a ordini superiori (cosiddetti comandi allucinatori),compia un omicidio per “difendersi” da una minaccia inesistente. Un esempio classico è quello di chi uccide un familiare perché, nella distorsione percettiva indotta dalla psicosi, lo identifica come un demone, un persecutore o un nemico pericoloso. In questi casi, la volontà omicida non esiste nella forma ordinaria: l’atto è guidato da una percezione alterata della realtà.
Anche condizioni fisiologiche e neurologiche possono condurre a automatismi pericolosi.       Durante episodi di epilessia temporale, ad esempio, alcuni soggetti possono compiere gesti violenti senza consapevolezza, per effetto di una crisi complessa parziale. Un altro esempio è rappresentato dal sonnambulismo violento, un disturbo comportamentale raro ma documentato, in cui un individuo, mentre dorme, può agire con forza e compiere azioni pericolose, inclusi atti letali, senza memoria al risveglio. Infine, stati indotti da sostanze psicoattive — come droghe dissociative o psichedeliche — possono determinare episodi di violenza inconsapevole. L’intossicazione altera la percezione, l’autocontrollo e il senso di realtà, facilitando comportamenti violenti senza piena coscienza.
Dal punto di vista giuridico, il nodo centrale è l’imputabilità. In Italia, l’articolo 85 del codice penale stabilisce che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se al momento in cui lo ha commesso non era imputabile, per infermità mentale o per altre condizioni che escludono la capacità di intendere o di volere”. Nei casi di omicidio inconsapevole, i periti valutano attentamente se, al momento del fatto, l’agente era capace di intendere e volere. Se l’infermità mentale è accertata, può essere disposto il proscioglimento e la misura di sicurezza (ad esempio il ricovero in REMS – Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza).
Tuttavia, la valutazione è complessa e spesso controversa: la linea che separa un blackout autentico da una simulazione è sottile, e la responsabilità morale rimane tema di dibattito.
Comprendere l’omicidio inconsapevole impone di andare oltre la semplice dicotomia colpevole/innocente. Significa riconoscere che la mente umana, in condizioni limite, può sfuggire al controllo razionale, aprendo spazi per comportamenti estremi e imprevedibili.
Per la prevenzione, diventa essenziale: riconoscere e trattare precocemente i disturbi psichiatrici gravi; monitorare le condizioni di stress post-traumatico e dissociazione in soggetti a rischio;
educare la società a riconoscere i segnali di allarme e a non stigmatizzare chi soffre di disturbi mentali. Uccidere senza sapere di uccidere non è una formula retorica, ma una realtà tragica che interroga giuristi, criminologi, psicologi e l’intera società. La responsabilità di chi compie questi atti non è cancellata, ma ridisegnata alla luce della coscienza assente.
Come criminologa, credo che solo uno sguardo integrato — capace di coniugare diritto, psicopatologia e analisi sociale — possa offrire risposte adeguate a queste sfide complesse. Comprendere l’omicidio inconsapevole è, in ultima analisi, comprendere le zone oscure della mente umana, dove il confine tra vittima e autore, tra colpa e innocenza, si fa drammaticamente sottile. L’omicidio inconsapevole rappresenta una sfida paradigmatica per la criminologia contemporanea perché mette in discussione le basi stesse su cui tradizionalmente si fondano l’analisi del comportamento deviante e la costruzione della responsabilità penale. Posso concludere dicendo che l’omicidio inconsapevole non è solo un tema di nicchia per specialisti: è uno specchio che riflette la vulnerabilità della mente umana e i liiti dei nostri sistemi di giustizia e cura. Accettare questa complessità significa abbracciare una criminologia matura, capace di interrogarsi non solo su chi agisce, ma su come e perché la mente può tradire il controllo stesso dell’azione.