Oltre il diritto esiste un volto invisibile della pena.

Con questo articolo voglio riflettere con voi su qualcosa che, troppo spesso, sfugge allo sguardo della giustizia penale: il peso delle conseguenze. Non quelle scritte nelle sentenze, ma quelle che si annidano nella vita delle persone, dove il diritto non arriva.

 

C’è un confine invisibile, ma netto, tra la pena che viene imposta dallo Stato e quella che la vita, in certe circostanze, impone senza bisogno di codici, giudici o sentenze. È un confine che si apre ogni volta che il diritto si trova davanti a un dolore che precede qualsiasi valutazione giuridica. Quando il processo non serve a ristabilire un equilibrio, ma rischia di appesantire una sofferenza già insostenibile.

Parliamo allora di due concetti: da una parte, la pena giuridica, quella che si studia nei manuali, che si misura in anni, che si infligge secondo criteri di proporzionalità e colpevolezza. Dall’altra, la pena naturale, quella che la vita infligge direttamente, senza mediazioni, senza filtri, e che spesso lascia ferite molto più profonde di qualsiasi detenzione.

Il diritto penale, per come lo conosciamo, è pensato per essere razionale. Deve rispondere a una violazione con una sanzione. Non può permettersi il lusso di “sentire”. Ma l’essere umano sì. E chi si occupa di diritto – non solo chi lo pratica ma anche chi lo studia, lo interpreta, lo insegna – non può evitare di fare i conti con questa dimensione più difficile, più sfumata, ma incredibilmente reale: quella della pena vissuta, sofferta, subita anche quando non c’è colpa nel senso stretto del termine.

Ora, lasciatemi introdurre un pensiero che arriva da lontano, ma che parla benissimo a questo presente. Christian Thomasius, giurista e filosofo tedesco del Seicento, a mio parere non è tra i più citati quando si parla di filosofia del diritto, e forse proprio per questo merita approfondimento. Thomasius distingueva in modo netto tra la pena divina e la pena umana, ma soprattutto tra la vendetta e la funzione civile della pena. Per lui, la pena non doveva avere uno scopo punitivo in senso stretto, ma essere finalizzata alla pace sociale, al miglioramento della convivenza. La sua era una giustizia che sapeva farsi pragmatica, ma anche profondamente umana. Scriveva, ad esempio, che “le pene non si devono infliggere per far soffrire, ma per insegnare a vivere meglio insieme”.

Ora chiediamoci: cosa può insegnare a vivere meglio insieme una condanna formale, quando chi ha agito ha già perso tutto? Quale funzione educativa può avere una sentenza, se arriva dopo che la vita ha già colpito con una violenza ben più radicale?

Parliamo di una madre, per esempio. Marzo 2024, Longare, provincia di Vicenza. Il suo bambino, due anni appena, muore mentre lei lo sta lavando. Si allontana un attimo, pochi minuti. Quando torna, il piccolo è immobile. I soccorsi non bastano. Non si può tornare indietro. Non si può correggere nulla.

La magistratura apre un fascicolo, come è giusto che sia. La madre viene indagata per omicidio colposo. Ma qui non ci interessa l’esito processuale, e non per indifferenza, ma perché la questione che ci poniamo è un’altra: cosa potrà mai aggiungere, concretamente, una condanna? Che tipo di giustizia sarebbe quella che arriva su una vita già devastata?

Thomasius ci aiuta a leggere tutto questo da un altro angolo. Ci suggerisce che il diritto deve saper distinguere tra giustizia e accanimento, tra il bisogno di punire e il dovere di comprendere il contesto umano dell’azione. La sua visione non era buonista – tutt’altro – ma lucida: non sempre punire equivale a fare giustizia.

 

Ecco allora il punto vero: ci sono circostanze in cui la pena naturale – quella interiore, esistenziale, intima – è già talmente lacerante da rendere superflua ogni altra sanzione. Una madre che ha perso un figlio per un suo errore, anche minimo, anche involontario, porta una ferita che nessun processo potrà sanare o aggravare. E proprio per questo, infliggerle una pena aggiuntiva rischia di essere più una formalità rituale che un atto realmente giusto.

Questo non vuol dire che il giudice debba trasformarsi in psicologo, né che la giustizia debba farsi pietà. Vuol dire solo che – se vogliamo essere coerenti con l’idea che la pena serve a qualcosa – dobbiamo chiederci se, in certi casi, serva davvero. O se non sia già stata scontata in una forma che il diritto non può nemmeno nominare.

La pena naturale, per sua natura, è indivisibile. Non si commuta, non si sospende, non si estingue per prescrizione. Ti accompagna. Sta lì, e ci sta per sempre. È per questo che chi studia criminologia, chi vive il diritto dal lato della persona, non può accontentarsi di definizioni codicistiche. Deve confrontarsi con l’umanità profonda delle situazioni.

E allora sì, il dualismo tra pena legale e pena naturale non è solo un esercizio accademico. È un tema che ci costringe a pensare in modo più autentico alla responsabilità, al giudizio, alla funzione della giustizia. Non tutto ciò che è punibile deve essere punito. Non tutto ciò che è accaduto ha bisogno di una condanna per essere riconosciuto.

A volte, la vera giustizia è saper fermarsi. Saper dire: qui non serve altro. Qui il dolore ha già fatto tutto il lavoro. Ed è stato un lavoro spietato.

Ed è lì, proprio lì, che ci giochiamo la nostra idea di umanità.

 

di Francesco Paolo IACOVELLI