Incompatibilità dello stato di salute dell’indagato con la detenzione in carcere

L’AICIS, in consueta collaborazione con Juranews, presenta l’analisi approfondita della recente sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, n. 11682 del 24 marzo 2025. In questo intervento, non ci limitiamo a esporre i fatti e le motivazioni della decisione, ma offriamo anche uno spunto riflessivo sulle implicazioni giurisprudenziali e sui principi che orientano il delicato bilanciamento tra le esigenze cautelari e la tutela dei diritti individuali.

La vicenda nasce dal ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, finalizzato a contestare l’ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva respinto la richiesta di aggravamento della misura cautelare applicata a L.B.A. Questo imputato, con una storia giudiziaria segnata da reati connessi all’associazione mafiosa, era inizialmente sottoposto a custodia cautelare in carcere e, nel 2020, aveva ottenuto il beneficio degli arresti domiciliari a seguito dell’emergenza pandemica.

Il Pubblico Ministero, invocando la storica appartenenza dell’imputato alla ‘ndrangheta e la condanna definitiva nel processo “Nuova Alba”, aveva sostenuto la necessità di ripristinare la detenzione in carcere, richiamando una presunzione di pericolosità sociale e il rischio concreto di reiterazione del reato. Tuttavia, l’attenzione si è presto spostata sulla necessità di valutare in modo più articolato il profilo umano e sanitario dell’imputato, evidenziando un inevitabile contrasto tra le esigenze di sicurezza e il rispetto delle garanzie individuali.

Nel dettaglio: elementi e riflessioni

La Suprema Corte, esaminando il ricorso, ha concluso per la sua genericità e insufficienza, stabilendo alcuni elementi fondamentali che meritano un’attenta riflessione:

  • Età e Salute:
    L’imputato, 76enne, presentava condizioni di salute particolari che, secondo l’art. 275, comma 4, c.p.p., impediscono l’applicazione automatica della custodia cautelare in carcere, a meno che non emergano esigenze eccezionali chiaramente giustificate. Questo aspetto non solo tutela l’individuo, ma evidenzia anche come il sistema debba sempre coniugare sicurezza e umanità.

  • Valutazione Concreta del Rischio:
    La Cassazione ha sottolineato che la gravità del reato o una condanna di primo grado non possono, di per sé, giustificare il ritorno alla detenzione. È necessaria un’analisi dettagliata basata su elementi attuali e specifici – come il rischio concreto di reiterazione del reato e la possibilità di fuga – che permetta di identificare con precisione le esigenze cautelari.

  • Genericità del Ricorso:
    Il ricorso del PM si è rivelato troppo generico, limitandosi a richiamare la storia criminale dell’imputato senza una motivazione approfondita sull’effettiva necessità di un inasprimento della misura. Tale approccio evidenzia la difficoltà di coniugare l’esigenza di sicurezza con un’analisi che tenga conto delle peculiarità di ogni caso.

Questo percorso analitico apre a una riflessione più ampia: il diritto penale non può prescindere da una valutazione contestuale, in cui ogni decisione assume la forma di un bilanciamento attento e calibrato tra la salvaguardia della collettività e il rispetto dei diritti fondamentali di ciascun individuo.

Riflessioni sul bilanciamento tra sicurezza e diritti

La sentenza n. 11682/2025 non solo costituisce un punto di riferimento giurisprudenziale, ma si configura anche come un invito a riconsiderare le modalità con cui il sistema giudiziario deve affrontare la valutazione delle misure cautelari. La decisione della Cassazione riafferma l’importanza di adottare un approccio personalizzato: il giudice deve analizzare, caso per caso, se il ritorno alla detenzione in carcere sia realmente giustificato da elementi concreti e attuali, anziché affidarsi a criteri predefiniti legati esclusivamente alla gravità del reato o alla storia criminale dell’imputato.

Questo orientamento sottolinea che, pur in presenza di una condanna per reati di criminalità organizzata, l’applicazione della custodia cautelare più restrittiva deve essere sempre preceduta da una valutazione attenta e specifica del rischio effettivo, tenendo conto anche delle condizioni personali, come l’età e lo stato di salute. Solo in questo modo si garantisce un equilibrio tra la necessità di proteggere la sicurezza pubblica e quella di rispettare le garanzie individuali.

In sintesi

In conclusione, la pronuncia della Corte di Cassazione rappresenta un’importante occasione per ripensare il rapporto tra sicurezza e diritti individuali. Essa ci ricorda che il diritto penale, pur essendo strumento di tutela della collettività, deve sempre essere applicato in modo equilibrato e personalizzato. L’analisi di questa sentenza evidenzia come l’aggravamento delle misure cautelari debba essere supportato da elementi oggettivi e non possa basarsi esclusivamente su criteri predefiniti o su una mera rilettura del passato.

Con questo approfondimento, l’AICIS, in collaborazione con Juranews, non solo fornisce un’analisi dettagliata di una vicenda giurisprudenziale complessa, ma offre anche uno spunto riflessivo su come il sistema giudiziario possa e debba continuare a evolversi, garantendo un’efficace tutela della collettività senza dimenticare il rispetto inalienabile dei diritti fondamentali di ogni individuo.

Fonte della sentenza: https://juranews.it/docs/juranet/3247564

di Francesco Paolo IACOVELLI