
Oggi la rubrica di Domeniche Criminali è diversa dalle altre. Oggi non raccontiamo solo un caso di cronaca, ma rendiamo omaggio alla memoria di un uomo che ha sacrificato la propria vita per un’idea di giustizia e legalità. Un uomo il cui impegno e il cui esempio sono ancora oggi un punto di riferimento per la nostra Repubblica.
Piersanti Mattarella non era un magistrato, non era un poliziotto, non era un uomo delle istituzioni chiamato a combattere la mafia con l’uso della forza. Era un politico, un servitore dello Stato che aveva scelto la strada più difficile: riformare la Sicilia dall’interno, scardinando i meccanismi di potere che per decenni avevano favorito la criminalità organizzata. Un progetto che gli costò la vita.
Oggi, a oltre quarant’anni di distanza, la sua eredità politica e morale vive nelle istituzioni italiane, rappresentate dal fratello Sergio Mattarella, attuale Presidente della Repubblica.
Raccontare il sacrificio di Piersanti significa ricordare il prezzo che molti uomini giusti hanno pagato per rendere l’Italia un Paese libero dall’oppressione mafiosa.
Con questo omaggio vi accompagniamo in una nuova lettura di Domeniche Criminali
Il fatto
Palermo, 6 gennaio 1980. È mezzogiorno e mezza. Le strade del centro iniziano a ripopolarsi dopo la quiete delle festività. L’aria è fredda, ma limpida, il sole illumina i viali alberati di via Libertà. Piersanti Mattarella esce di casa con la moglie e i figli. Ha appena indossato il cappotto, stringe tra le mani il breviario. Sta per mettersi alla guida della sua Fiat 132: come ogni domenica, sta andando a messa.
Non c’è nulla di strano in quella routine. Ma nel momento in cui Mattarella chiude lo sportello, un uomo si avvicina rapidamente alla vettura. Nessuna esitazione. Un’arma compare, il bagliore metallico della canna, il suono sordo di sei spari in rapida successione.
Il presidente della Regione Siciliana viene colpito al torace e al collo. Il suo corpo si accascia sul sedile. Il sangue impregna la tappezzeria. Sergio Mattarella, suo fratello minore, accorre disperato, lo tira fuori dall’auto cercando di sorreggerlo. Ma è inutile. Piersanti è ormai morente, la vita gli sfugge tra le braccia.
Nessuno ha dubbi sulla natura dell’omicidio: questa non è una rapina, non è un delitto passionale.
È un’esecuzione.
Un messaggio chiaro. Un avvertimento per chiunque pensi di poter cambiare la Sicilia.
La caccia ai killer
La città entra in stato di shock. Le forze dell’ordine vengono mobilitate, gli investigatori setacciano ogni pista.
Chi ha ucciso Piersanti Mattarella?
Le prime ipotesi portano immediatamente a Cosa Nostra. L’assassinio ha tutte le caratteristiche di un’esecuzione mafiosa: rapidità, precisione, nessuna esitazione. Ma c’è un dettaglio che complica tutto: l’arma del delitto è una Skorpion calibro 9, una pistola mitragliatrice spesso usata da gruppi neofascisti.
Questa rivelazione apre scenari inquietanti. Possibile che dietro l’omicidio ci sia un’alleanza tra mafia e ambienti eversivi di estrema destra?
Le indagini si muovono su più livelli. Da un lato, gli investigatori cercano tra i vertici di Cosa Nostra, sospettando che l’ordine sia partito da Stefano Bontate, potente boss palermitano. Dall’altro, si scava nei movimenti dell’eversione nera, già coinvolta in operazioni oscure durante gli anni di piombo.
Ma le risposte tardano ad arrivare. I depistaggi iniziano subito, le prove si dissolvono, le testimonianze si fanno vaghe. Nessuno parla, nessuno vede. Palermo si chiude nel silenzio.
Un delitto senza colpevoli?
L’omicidio di Mattarella si trasforma in un enigma giudiziario. Le piste investigative si moltiplicano, ma nessuna porta a un colpevole certo.
Nel tempo, diverse dichiarazioni di collaboratori di giustizia hanno permesso di ricostruire parte del quadro. Il pentito Francesco Marino Mannoia, ex uomo di fiducia dei boss, racconta che l’ordine di uccidere Mattarella venne da Stefano Bontate, capo della mafia palermitana, con l’appoggio di altri boss come Pippo Calò e Salvatore Inzerillo. La colpa di Mattarella? Aver tentato di risanare il sistema di appalti pubblici, sottraendo risorse alla criminalità organizzata.
Ma chi ha materialmente premuto il grilletto? Qui il mistero si infittisce. Alcune fonti suggeriscono il coinvolgimento di esponenti dell’eversione neofascista, forse reclutati proprio per confondere le acque. La Skorpion calibro 9 usata per il delitto era un’arma tipica di gruppi terroristici dell’epoca. Un depistaggio? Un’alleanza oscura tra Cosa Nostra e ambienti eversivi?
Quel che è certo è che le indagini subirono rallentamenti, insabbiamenti e interferenze. Alcuni fascicoli scomparvero, alcuni testimoni cambiarono versione o vennero intimiditi. I magistrati trovarono porte chiuse nel tentativo di risalire ai veri esecutori.
Nel 1999, la Corte d’Assise di Palermo stabilirà che l’omicidio fu voluto da Cosa Nostra, ma senza mai identificare gli esecutori materiali. Un crimine rimasto a metà, senza una verità piena, senza una giustizia completa.
Le domeniche che cambiano la storia
Ci sono giorni che passano inosservati, altri che restano impressi nella memoria collettiva. Il 6 gennaio 1980 è una di quelle date che non si dimenticano.
Piersanti Mattarella non era solo un politico. Era un simbolo di cambiamento, un uomo che voleva riscrivere la storia della Sicilia, portandola fuori dal giogo della mafia. Con la sua morte, si spense una delle ultime speranze di una trasformazione pacifica dall’interno.
Il messaggio che i suoi assassini vollero mandare era chiaro: nessuno può sfidare il potere mafioso e sopravvivere.
Ma il loro piano, in parte, fallì. Perché il sacrificio di Piersanti Mattarella non è stato vano. La sua memoria è oggi più viva che mai, e il suo nome è diventato il simbolo di una politica che non si piega alla criminalità.
Oggi, la storia si è intrecciata in un modo che forse nessuno avrebbe potuto immaginare allora. Il fratello minore di Piersanti, Sergio Mattarella, è oggi il Presidente della Repubblica Italiana. Un capo di Stato che ha fatto della lotta alla mafia una priorità morale e istituzionale, portando avanti l’eredità di un uomo che la mafia ha cercato di cancellare.
Ma la domanda resta: la Sicilia è davvero cambiata?
Forse. Ma una cosa è certa: il prezzo della giustizia, in questa terra, è sempre stato altissimo.
Continuate a seguirci su Domeniche Criminali.
