Domeniche Criminali: il femminicidio di Dorina Alla.

Domeniche Criminali: il femminicidio di Dorina Alla.

 

E’ una tranquilla domenica pomeriggio in una piccola cittadina del vicentino. L’aria tiepida, il suono delle campane che si mescola al vociare lontano dei bambini che giocano in cortile. Le case, immerse in una calma apparente, sembrano cullare una giornata come tante.

Poi, un urlo. Un rumore sordo. Un colpo, poi un altro, e un altro ancora. La quiete si frantuma, sostituita dal terrore. Dietro una porta chiusa, una tragedia si sta consumando. Nessuno può fermarla. Nessuno può salvarla.

Quando il silenzio torna a riempire le stanze, è ormai troppo tardi.

Bentornati all’appuntamento con Domeniche Criminali.

 

Il fatto

Era il 18 aprile 2021 quando la vita di Dorina Alla, 39 anni, si spezzò per sempre nella sua casa di Pove del Grappa, in provincia di Vicenza. A porre fine alla sua esistenza fu il marito, Gezim Alla, operaio albanese di 51 anni, che la colpì con almeno 12 martellate. Un omicidio brutale, consumato in pochi istanti tra le pareti della cucina, dove la donna si era rifugiata sperando invano di trovare riparo.

In casa, nascosti e terrorizzati, c’erano anche i loro due figli, una ragazzina di 13 anni e un bambino di 9. Furono loro i primi testimoni di quella follia omicida, e proprio la maggiore ebbe il coraggio di chiamare una vicina di casa per chiedere aiuto. Ma quando i Carabinieri arrivarono, Dorina era già esanime. Il marito, resosi conto dell’orrore compiuto, chiamò egli stesso le forze dell’ordine e si consegnò senza opporre resistenza.

 

Un dramma annunciato?

La ricostruzione processuale ha svelato un quadro inquietante: non era la prima volta che Gezim Alla mostrava comportamenti violenti. La relazione con Dorina era ormai compromessa e lei aveva già cercato aiuto presso un centro antiviolenza, segnale di un’escalation che purtroppo non ha trovato un argine in tempo.

L’omicidio avvenne dopo l’ennesima lite, scaturita dalla volontà della donna di lasciare il marito e portare via con sé i figli. Un desiderio che l’uomo non poteva accettare, al punto da trasformare la frustrazione in rabbia cieca. Dodici colpi di martello, sferrati con una furia che non lascia spazio a dubbi sulla volontà omicida.

 

Dall’ergastolo alla riduzione della pena: la giustizia sotto accusa

L’iter giudiziario ha seguito un percorso controverso e ricco di colpi di scena. Nel dicembre 2022, la Corte d’Assise di Vicenza aveva condannato Gezim Alla all’ergastolo, ritenendolo pienamente capace di intendere e di volere al momento del delitto. I giudici avevano riconosciuto la volontà omicida e l’efferatezza dell’azione, rigettando ogni attenuante. La pubblica accusa aveva sottolineato la brutalità dell’omicidio, consumato davanti ai figli della coppia, e la condotta violenta pregressa dell’imputato, che già in passato aveva manifestato atteggiamenti aggressivi nei confronti della moglie.

Tuttavia, meno di un anno dopo, la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato la sentenza, riducendo la pena a 24 anni di reclusione. Una decisione che ha suscitato polemiche e sgomento, soprattutto per la revoca della decadenza della responsabilità genitoriale, che inizialmente sembrava un atto dovuto per proteggere i figli della vittima. I giudici d’Appello hanno ritenuto di concedere all’imputato uno sconto di pena in virtù della confessione spontanea e della presunta assenza di premeditazione, enfatizzando l’aspetto della raptus emotivo piuttosto che quello della deliberata volontà omicida.

La difesa di Alla ha insistito sull’alterazione psicologica dell’imputato nel momento dell’aggressione, portando a sostegno della tesi una perizia psichiatrica che evidenziava uno stato di stress emotivo acuto. Tuttavia, per molti osservatori, questa riduzione di pena ha rappresentato un segnale preoccupante sulla tutela delle vittime di violenza domestica. Se un delitto così atroce può essere ridimensionato da un punto di vista giudiziario, quale messaggio viene trasmesso alle tante donne che subiscono minacce e aggressioni tra le mura di casa?

Il verdetto di secondo grado ha sollevato interrogativi anche in ambito giuridico: quanto pesano davvero i precedenti episodi di violenza nella valutazione complessiva di un crimine? E fino a che punto si può parlare di “raptus” quando esistono segnali evidenti di una storia di abusi e prevaricazioni? Domande che restano aperte, mentre il caso Alla continua a far discutere.

 

Una domenica che non si può dimenticare

La domenica è il giorno del riposo, della famiglia, della tranquillità. È il giorno in cui le persone si concedono un momento per sé, per stare con i propri cari, per sentirsi al sicuro nelle proprie case. Ma per Dorina Alla, quella domenica non fu un rifugio, bensì una trappola mortale. Mentre altri trascorrevano la giornata tra passeggiate e pranzi in famiglia, tra le mura di quella casa si consumava una tragedia irreversibile.

Le domeniche criminali sono quelle in cui il tempo si ferma all’improvviso, quelle in cui la violenza esplode proprio quando dovrebbe regnare la serenità. È il paradosso più crudele: nel giorno in cui si cerca pace, si può trovare il terrore. È questa la dimensione più inquietante di certe storie, la loro capacità di ribaltare ogni aspettativa, di insinuare il dubbio che il crimine possa colpire proprio nei momenti in cui abbassiamo la guardia.

Il femminicidio di Dorina Alla è solo uno dei tanti che si consumano tra le mura domestiche, in quelle relazioni tossiche che si trasformano in prigioni, in cui la domenica diventa il giorno del giudizio, il momento in cui tutto esplode. Non un giorno qualunque, ma il giorno in cui, invece della quiete, arriva la furia, invece dell’amore, la violenza. È il giorno della famiglia, che però per troppe donne si trasforma nell’ultimo.

Questa domenica non è stata solo un giorno di festa spezzato dal sangue, ma anche un monito: la violenza domestica non conosce pause, non rispetta calendari, non si ferma neanche davanti all’illusione di una giornata serena.

Ma la violenza si può prevenire. Questi drammi non devono essere raccontati solo a posteriori, quando è ormai troppo tardi. Servono strumenti concreti: il preascolto, figure sentinella capaci di intercettare i segnali di pericolo prima che sia troppo tardi, una comunità addestrata a riconoscere i sintomi del male che si annida nel quotidiano. Dobbiamo essere tutti occhi e orecchie: la cassiera del supermercato che nota un livido nascosto, il farmacista che percepisce un’esitazione nel chiedere un farmaco per le contusioni, il medico che ascolta parole non dette, il fruttivendolo che coglie uno sguardo spento. La lotta alla violenza domestica non è un compito solo delle vittime o delle istituzioni, ma di chiunque possa spezzare il silenzio prima che una domenica diventi l’ultima.

Per Dorina e per tutte le donne che non hanno più avuto un lunedì, questa domenica rimarrà impressa nella memoria di chi resta.

Continuate a seguirci su Domeniche Criminali.

 

La redazione di AICIS

Francesco Paolo IACOVELLI