di Roberto Puleo
Se fosse un racconto giallo, Sherlock Holmes direbbe a Watson: “Elementare, Watson, elementare!” Ma siccome siamo in Italia, dove il quarto potere detta le regole del gioco, più il caso si complica, più proliferano i tuttologi da salotto, e maggiore è l’audience dei talk show, pronti a trasformare il mistero in uno spettacolo mediatico fatto di ipotesi improbabili, congetture fantasiose e teatrali colpi di scena.
Sono trascorsi tre anni e due mesi dal tragico ritrovamento di Liliana Resinovich nel boschetto vicino all’ex ospedale psichiatrico di Trieste, a meno di un chilometro dalla sua abitazione. L’indagine, inizialmente orientata verso l’archiviazione come suicidio, ha subito un’importante svolta grazie all’opposizione dei familiari, amici e conoscenti. Questa mobilitazione ha portato il GIP della Procura di Trieste a riaprire il caso sulla base di 25 elementi ritenuti significativi, che sembrano indicare un possibile omicidio.
Un passaggio cruciale dell’indagine riguarda la superperizia affidata alla nota antropologa forense Cristina Cattaneo. Il suo contributo risulta fondamentale per chiarire aspetti chiave del decesso di Liliana, contribuendo a confermare o smentire l’ipotesi del suicidio. La perizia si concentrerà sulla ricostruzione degli ultimi momenti di vita della vittima, l’analisi delle condizioni del cadavere e le eventuali incongruenze con la scena del ritrovamento. Saranno inoltre rivalutate le tempistiche forensi e la compatibilità tra le ipotesi investigative e le evidenze raccolte finora.
Ad oggi, rimangono numerosi interrogativi irrisolti. Sebastiano Visentin, marito della vittima, ha sempre fornito una versione controversa dei fatti. Fin dall’inizio, il suo racconto è apparso pieno di incongruenze, spesso contraddetto da testimoni e dalle stesse evidenze raccolte.
Il caso di Liliana Resinovich è intriso di elementi che, dal punto di vista criminologico, fanno emergere perplessità e dubbi sulla versione ufficiale inizialmente accreditata. Il comportamento del marito desta sospetti: ha tardato a denunciare la scomparsa, minimizzato la relazione tra Liliana e Claudio Sterpin e ha spesso utilizzato la strategia del “non ricordo” nelle fasi cruciali delle indagini.
L’analisi del linguaggio non verbale di Sebastiano Visentin ha fornito ulteriori spunti di riflessione. Durante le interviste e le apparizioni pubbliche, il suo atteggiamento è stato spesso evitante: frequenti abbassamenti di sguardo, tendenza a distogliere gli occhi nei momenti cruciali delle risposte e una postura rigida, quasi difensiva. Il linguaggio del corpo, secondo gli esperti di analisi comportamentale, può rivelare incongruenze tra ciò che una persona afferma e ciò che realmente pensa o prova. L’assenza di emozioni coerenti con il lutto, unita alla mancanza di segnali di sincero dolore nelle espressioni facciali, ha rafforzato i sospetti su di lui. Inoltre, i micro-movimenti del volto, come un leggero sorriso di tensione in momenti inappropriati e un’incongruenza tra le espressioni verbali e non verbali, suggeriscono un controllo consapevole delle emozioni, tipico di chi cerca di gestire un’immagine pubblica studiata.
Anche la scena del ritrovamento presenta anomalie inspiegabili: il corpo, trovato in sacchi di plastica perfettamente integri, non mostrava segni di esposizione agli agenti atmosferici o agli animali selvatici, sollevando dubbi sulla reale tempistica della morte. Inoltre, l’assenza di tracce di terriccio sulle scarpe e la posizione del cadavere suggeriscono più una messa in scena che un gesto volontario.
Liliana era una donna solitaria, segnata da conflitti interiori e da una vita matrimoniale tutt’altro che idilliaca. La pensione rappresentava un cambiamento radicale per lei, ma chi la conosceva bene esclude che potesse arrivare a togliersi la vita in modo così complesso e artificioso. Il suo legame con Claudio Sterpin sembra essere stato più profondo di quanto il marito volesse ammettere. Il giorno della scomparsa, Liliana avrebbe dovuto incontrarlo, ma quell’appuntamento non avvenne mai.
La criminologia insegna che ogni caso va analizzato tenendo conto delle prove oggettive, del profilo psicologico delle persone coinvolte e della coerenza delle dichiarazioni rese. Nel caso di Liliana Resinovich, troppe incongruenze e anomalie suggeriscono che il suicidio non sia la spiegazione più plausibile.
E qui torniamo a Sherlock Holmes, che con il suo celebre intuito metterebbe insieme gli indizi: un marito dalla condotta sospetta, una relazione sentimentale mai accettata, una scena del crimine apparentemente costruita e troppe coincidenze che non coincidono. A questo punto, Holmes si volterebbe verso Watson e, con il suo inconfondibile acume, pronuncerebbe la sua sentenza: “Mio caro Watson, il colpevole è sotto i nostri occhi. L’unico che aveva il movente, l’opportunità e il controllo della scena…”
Dr. Roberto Puleo, Criminologo Qualificato AICIS