Di Francesco Paolo IACOVELLI
Leggere Gli anarchici di Cesare Lombroso oggi può sembrare, a prima vista, un esercizio anacronistico; eppure, è proprio il contrario. Questo libro si erge come una finestra sul passato, offrendoci l’opportunità di comprendere come la criminologia, nel suo intricato rapporto con il potere e le ideologie, abbia contribuito a forgiare categorie di devianza che, in molti casi, hanno giustificato forme di repressione politica. Non si tratta di un testo da recepire alla lettera, bensì di un invito a smontarlo pezzo per pezzo, a esaminare con occhio critico le sue premesse, i metodi e le conclusioni. Perché leggere quest’opera, allora? Perché Lombroso non ci offre solo la sua visione: ci regala uno specchio della scienza dell’epoca, quella stessa scienza che cercava di rendere “oggettiva” la repressione di un fenomeno politico tanto scomodo. Quando afferma che «l’anarchico è per la società ciò che il pazzo è per la famiglia», non si limita a una mera definizione, ma ci propone una visione cruda: l’anarchismo viene dipinto come una vera e propria patologia, qualcosa che, a suo avviso, non si può combattere con soluzioni politiche o economiche, ma solo attraverso una repressione rigida e mirata.
Lombroso parte da un presupposto radicale: gli anarchici, così come i delinquenti comuni, sarebbero portatori di tratti atavici, segnali fisici e predisposizioni mentali che li renderebbero naturalmente inclini alla violenza e alla sovversione. Oggi, tale teoria appare rozza e imbevuta di un determinismo biologico ormai superato, ma fermarsi solo al suo aspetto scientifico significherebbe perdere di vista l’elemento più affascinante: questo libro è il riflesso di un’epoca, la rappresentazione della paura e del terrore che gli anarchici suscitavano alla fine dell’Ottocento, un tempo segnato da attentati e repressioni violente. Non si tratta di un’analisi neutrale, bensì di una risposta politica mascherata da rigore scientifico. Quando Lombroso sostiene che «l’anarchico non è solo un ribelle, ma un delinquente per tendenza, un degenerato che sfoga nel disordine e nella violenza la propria natura difettosa», egli traccia una linea netta e inconfutabile tra chi appartiene alla società e chi, per presunta natura, la rappresenta come un elemento estraneo e pericoloso.
Per chi si aspetta una trattazione distaccata e rigorosamente oggettiva, il libro potrebbe deludere; tuttavia, è proprio questa carenza di neutralità a renderlo così coinvolgente. Lombroso non si limita a catalogare e misurare: è anche un moralista che condanna, alternando dati freddi a considerazioni appassionate e, talvolta, palesemente tendenziose. La sua narrazione, intrisa di convinzione sulla pericolosità dell’anarchismo, diviene un vivido esempio di come la criminologia possa essere piegata alle esigenze del potere, dando vita a narrazioni costruite per giustificare strategie di controllo sociale. La descrizione dell’anarchico come «un essere che non riconosce legge né patria, dominato da impulsi ciechi e distruttivi» risuona quasi come un manifesto politico, più che come una semplice osservazione scientifica, e stimola il lettore a riflettere su quanto sia facile, anche per uno scienziato di grande levatura, confondere pregiudizio e metodo.
Per studenti di criminologia, diritto o storia del pensiero giuridico, Gli anarchici si trasforma così in molto più di un manuale: è un documento da decostruire, un monito su quanto il confine tra metodo scientifico e pregiudizio possa essere labile. Pur essendo il positivismo lombrosiano ormai superato, il rischio di etichettare il “nemico” attraverso teorie apparentemente oggettive, ma in realtà nate da necessità politiche, è un’ombra che ancora oggi aleggia sui nostri discorsi. In definitiva, quest’opera non ci offre verità assolute, ma ci spinge a interrogarci criticamente sul ruolo della scienza nel modellare le narrazioni di potere, invitandoci a guardare oltre la superficie e a scoprire le insidiose dinamiche che ancora influenzano il nostro modo di interpretare la devianza e il dissenso.