Per la redazione AICIS
Francesco Paolo IACOVELLI
“Estorsione Ambientale”
La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n.4789 depositata in data 5 febbraio 2025, ha annullato l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Palermo che aveva disposto la scarcerazione dell’indagato G.P. La decisione è stata assunta in accoglimento del ricorso del Pubblico Ministero, che aveva contestato la valutazione della gravità indiziaria e delle esigenze cautelari.
La Corte ha rilevato che l’ordinanza impugnata conteneva vizi di motivazione in relazione ai reati contestati a G.P., con particolare riferimento all’aggravante del metodo mafioso ex art. 416-bis.1 c.p. e alle sue implicazioni sulla necessità della misura cautelare detentiva.
Il contesto criminologico: un’analisi dell’estorsione ambientale
Il fenomeno della cosiddetta “estorsione ambientale” è un dato noto nella letteratura criminologica: in alcuni territori, il mero riferimento a un determinato contesto mafioso può bastare a condizionare le scelte economiche e le condotte delle vittime, senza che sia necessario il ricorso a minacce esplicite. Il caso di G.P. si colloca in questa dinamica consolidata. Secondo le risultanze processuali, l’indagato avrebbe agito secondo un modus operandi che, pur privo di manifestazioni eclatanti, avrebbe comunque garantito il controllo del settore agropastorale locale.
Alla luce di ciò, emerge una questione centrale: il Tribunale del Riesame ha davvero colto la portata dell’influenza mafiosa in questo specifico contesto? L’approccio frammentario adottato nella valutazione delle prove sembra aver portato a un’analisi eccessivamente settoriale delle singole condotte, omettendo una visione d’insieme che è invece essenziale nella comprensione delle dinamiche mafiose.
Il vizio motivazionale dell’ordinanza impugnata
L’ordinanza impugnata appare caratterizzata da un difetto di coerenza interna. Se, da un lato, viene riconosciuta la gravità indiziaria per alcuni capi d’accusa (4 e 5), dall’altro si esclude per altri (1, 3 e 6) senza una motivazione che tenga conto del quadro complessivo. La Corte di Cassazione ha giustamente rilevato questa incongruenza, sottolineando che un’interpretazione coerente delle prove avrebbe richiesto un’analisi più articolata degli elementi indiziari.
In particolare, il Tribunale del Riesame sembra aver sottovalutato il valore delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e delle persone offese. In un contesto mafioso, la reticenza o l’apparente libertà della vittima nel conformarsi a certe richieste non esclude automaticamente l’esistenza di una coartazione: questo è un principio affermato dalla giurisprudenza in molteplici occasioni. L’estorsione ambientale non necessita di esplicite minacce: basta che la vittima percepisca la richiesta come proveniente da un soggetto legato a un contesto di potere criminale per essere indotta ad aderire.
La presunzione relativa di pericolosità
Un altro punto nevralgico riguarda la valutazione delle esigenze cautelari. La normativa prevede una presunzione relativa di pericolosità per i reati aggravati dal metodo mafioso, presunzione che può essere superata solo in presenza di elementi concreti e specifici (art. 275, comma 3, c.p.p.). Il Tribunale del Riesame ha ritenuto che il decorso del tempo e la presunta occasionalità della condotta fossero sufficienti per escludere la pericolosità attuale di G.P. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha evidenziato come questi elementi non fossero supportati da un’adeguata verifica della reale interruzione dei rapporti tra l’indagato e il contesto mafioso.
La giurisprudenza ha sempre chiarito che il decorso del tempo non è di per sé sufficiente a far venire meno la presunzione di pericolosità (Cass., Sez. II, n. 24553/2024). Nel caso di G.P., è stato accertato che l’indagato ha agito in stretta sintonia con il suocero, figura di riferimento del contesto mafioso locale. Questo legame non è stato adeguatamente analizzato dal Tribunale del Riesame, che ha omesso di approfondire il reale grado di autonomia dell’indagato rispetto alle dinamiche mafiose dell’area.
Alcune altre considerazioni
La sentenza della Corte di Cassazione si inserisce in un filone giurisprudenziale volto a rafforzare la tutela della legalità nei territori caratterizzati da una forte presenza mafiosa. L’interpretazione offerta dalla Cassazione chiarisce che la valutazione delle condotte criminose non può prescindere da un’analisi contestuale, capace di cogliere la reale portata dell’intimidazione mafiosa.
L’annullamento dell’ordinanza e il rinvio al Tribunale del Riesame di Palermo segnano un importante passo nella lotta alla criminalità organizzata, ribadendo l’importanza di un approccio rigoroso e coerente nell’interpretazione delle prove e nella valutazione delle esigenze cautelari. Sarà ora compito del Tribunale del Riesame procedere a una nuova analisi, tenendo conto dei principi espressi dalla Cassazione e fornendo una motivazione adeguata ai rilievi sollevati.
Questo caso dimostra ancora una volta come l’evoluzione della giurisprudenza sia fondamentale per adeguare la risposta dello Stato ai mutamenti delle strategie criminali, che tendono sempre più a operare con modalità sofisticate e difficili da individuare con strumenti di analisi tradizionali.
Fonte normativa: https://juranews.it/docs/juranet/2929324

