Domeniche Criminali – Il Massacro del Circeo: L’orrore dietro la facciata della Roma bene

“Le domeniche dovrebbero essere giorni di riposo, di passeggiate in famiglia, di pranzi abbondanti e spensieratezza. Ma non tutte le domeniche sono così. Alcune entrano nella storia per ragioni oscure, diventando il teatro di crimini tanto efferati da segnare un’epoca intera. E questa, purtroppo, è una di quelle. Oggi, per Domeniche Criminali, vi portiamo indietro al 28 settembre 1975, quando un’illusione di leggerezza si trasformò in un incubo di violenza e morte.

 Questa è la storia del Massacro del Circeo.”

                                  

 

 Domenica 28 settembre 1975: l’inizio di un incubo

Roma, fine settembre. L’aria porta con sé gli ultimi scampoli d’estate e la città si muove con la pigra tranquillità della domenica. In quel giorno apparentemente come tanti, due ragazze – Rosaria Lopez, 19 anni, e Donatella Colasanti, 17 – accettano un invito da parte di tre giovani benestanti della Roma bene: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira.

I tre, figli di famiglie influenti, sono già noti per la loro indole violenta, ma dietro le maschere della rispettabilità celano una natura brutale. Con la promessa di una festa in villa, convincono le due ragazze a seguirli verso una residenza di famiglia a San Felice Circeo, sulla costa laziale. Rosaria e Donatella pensano a una serata spensierata. In realtà, stanno per varcare la soglia di un incubo.

 

Una notte di orrore senza fine

Appena entrate nella villa, la serata si trasforma in un inferno. Le porte si chiudono e i sorrisi degli ospiti rivelano il loro vero volto. Per ore, le due giovani vengono sequestrate, seviziate e torturate. I loro aguzzini vogliono “dare una lezione” a quelle che considerano ragazze di bassa estrazione sociale, spingendosi oltre ogni limite della crudeltà umana.

Le urla di dolore rimangono soffocate tra le mura della villa, lontano dagli occhi indiscreti. Quando il corpo di Rosaria Lopez non risponde più alle torture, i tre si convincono che sia morta. Donatella, ancora viva ma in fin di vita, ha un’intuizione disperata: si finge morta, sperando di ingannare i suoi carnefici.

 

L’orrore scoperto nel bagagliaio

Lunedì 29 settembre, alle prime luci dell’alba, il massacro del Circeo arriva a un punto di svolta. I tre assassini caricano i corpi di Rosaria e Donatella nel bagagliaio di un’auto, una Fiat 127, e rientrano a Roma. Parcheggiano la macchina in un garage di proprietà della famiglia di Guido, nel quartiere Prati.

Pensano di essersi liberati delle prove. Ma Donatella, ancora cosciente e con una forza disperata, inizia a gemere e colpire le pareti del bagagliaio, attirando l’attenzione di un custode. L’uomo, insospettito, chiama la polizia. Quando gli agenti aprono il cofano, la scena che si presenta davanti ai loro occhi è agghiacciante: Rosaria Lopez è senza vita, Donatella Colasanti invece è viva, coperta di lividi, sangue e paura.

 

Il profilo degli assassini

Uno degli aspetti più inquietanti del Massacro del Circeo è il profilo degli autori del crimine. Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira appartenevano a un ambiente socio-economico privilegiato, eppure manifestavano caratteristiche tipiche di soggetti con disturbi antisociali della personalità.

  • Assenza di empatia: il disprezzo per la vita delle vittime e la volontà di prolungare le torture mostrano un’agghiacciante incapacità di provare rimorso.
  • Senso di onnipotenza: i tre ragazzi agivano con l’idea di essere intoccabili, forti delle loro origini e delle coperture sociali che pensavano di avere.
  • Sadismo e dominio: non si trattava di un crimine d’impeto, ma di un vero e proprio progetto criminale. L’atto di violenza non era fine a sé stesso, ma mirava a riaffermare il loro potere su chi consideravano inferiore.

Questo caso richiama alla mente il concetto di “crimine di élite”, una categoria criminologica che analizza la devianza all’interno delle classi privilegiate, spesso nascosta dietro facciate rispettabili.

 

Il contesto sociale: misoginia e violenza di classe

Il massacro del Circeo si inserisce in un preciso contesto culturale: l’Italia degli anni ’70, un periodo segnato da tensioni sociali, lotte di classe e una cultura ancora profondamente patriarcale.

Le vittime non furono scelte a caso: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti provenivano da famiglie di estrazione modesta, e la loro vicinanza ai carnefici rappresentava, per questi ultimi, una “violazione” delle rigide gerarchie sociali. La violenza diventa, quindi, uno strumento per punire e rimarcare un potere di classe e di genere.

Non è un caso che durante il processo le vittime furono messe sotto accusa tanto quanto gli imputati. Si insinuò che “se la fossero cercata”, alimentando una narrazione che colpevolizzava le donne anziché i carnefici. Questo atteggiamento, purtroppo, è ancora oggi presente nei casi di femminicidio e violenza di genere.

 

La giustizia e il destino degli aguzzini

L’arresto è immediato. I tre criminali vengono identificati e processati. Angelo Izzo e Gianni Guido vengono condannati all’ergastolo, mentre Andrea Ghira riesce a fuggire e sparisce per anni, fino alla presunta morte nel 1994 in Spagna.

Nel corso degli anni, Angelo Izzo tornerà a far parlare di sé per la sua crudeltà: nel 2005, nonostante la condanna per il massacro del Circeo, commette un altro duplice omicidio a Campobasso. Questo conferma la recidiva di soggetti con tendenze sadiche e antisociali, e solleva interrogativi sulla gestione della detenzione e delle misure alternative per criminali di questo calibro.

 

L’impatto sulla criminologia e sul diritto penale

Il Massacro del Circeo ha segnato un punto di svolta nella criminologia italiana. La brutalità dell’evento e il clamore mediatico portarono a un rinnovato dibattito sulla violenza di genere e sulla necessità di una riforma del diritto penale.

  • Nel 1996, l’Italia ha finalmente riconosciuto la violenza sessuale come reato contro la persona, e non più contro la morale.
  • Il caso ha evidenziato il bisogno di approcci criminologici più sofisticati per analizzare la pericolosità sociale di soggetti affetti da disturbi della personalità.
  • Ha acceso i riflettori su un fenomeno ancora attuale: le aggressioni di gruppo con finalità di dominio e sopraffazione, spesso legate a culture maschiliste e di potere.

 

Un caso che ha segnato l’Italia

Il Massacro del Circeo non fu solo un crimine efferato, ma un simbolo di una società malata, in cui la violenza era strumento di controllo e sopraffazione.

Rosaria Lopez pagò con la vita. Donatella Colasanti riuscì a sopravvivere e divenne una delle voci più forti nella battaglia contro la violenza sulle donne, testimoniando fino agli ultimi giorni della sua vita.

Ancora oggi, il Circeo non è solo una località turistica sul litorale laziale. Per chi conosce questa storia, quel nome richiama il ricordo di una domenica di sangue, una notte di orrore e una sopravvissuta che non ha mai smesso di chiedere giustizia.

Questa non è solo una storia di cronaca, è una cicatrice nella memoria collettiva. Un caso che ci insegna quanto il male possa nascondersi dietro volti insospettabili, quanto la violenza di genere possa assumere forme mostruose, e quanto sia fondamentale continuare a raccontare, denunciare, ricordare.

 “Le domeniche dovrebbero essere fatte di quiete, di affetti, di serenità. Ma ci sono domeniche che si tingono di sangue, trasformandosi in incubi che non si possono dimenticare. E proprio per questo esistono le nostre Domeniche Criminali: per ricordare, per riflettere, per non lasciare che la storia si ripeta.”

 

Ma il viaggio nel lato oscuro della storia non finisce qui.

Quale altra domenica nasconde segreti inquietanti?

Quale altro crimine ha lasciato un segno indelebile?

Per scoprirlo, restate con noi. Vi aspettiamo al prossimo caso di Domeniche Criminali.

 

La redazione di AICIS

Francesco Paolo IACOVELLI