Bentornati a Domeniche Criminali, la rubrica dell’Associazione Italiana Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza che ogni settimana ci accompagna in un viaggio tra mistero, paura e riflessione. Non si tratta solo di cronaca, ma di un’esplorazione dei confini invisibili che separano la normalità dall’orrore, il quotidiano dall’incubo.
Alcuni delitti si insinuano nelle pieghe della memoria collettiva, incastonandosi come enigmi irrisolvibili. Il caso di Antonella Di Veroli, uccisa nell’aprile del 1994 e murata nell’armadio della sua camera da letto, è uno di questi. A più di tre decenni di distanza, il fascicolo resta aperto, sospeso tra sospetti, ipotesi e indizi che sembrano sfuggire come sabbia tra le dita.
Una domenica come tante, un destino tragico
Antonella era una donna semplice, una commercialista romana di 47 anni che conduceva una vita metodica e appartata. La sua esistenza si snodava tra casa e lavoro, con rare concessioni alla socialità. Ma il 10 aprile 1994, una domenica come tante, il corso tranquillo della sua vita si interruppe bruscamente.
Dopo aver trascorso il pomeriggio a casa di un’amica, Antonella rientrò nel suo appartamento al civico 8 di via Oliva, nel quartiere Talenti. Telefona alla madre intorno alle 22.45, forse già pronta per andare a dormire, quando qualcuno bussa alla porta. Un incontro inaspettato, forse pianificato, che segna il suo ultimo contatto con il mondo.
Il ritrovamento: un orrore nascosto dietro un’anta sigillata
Il giorno seguente, nessuno ha notizie di Antonella. La sorella Carla, preoccupata, decide di verificare personalmente. Accompagnata dal marito e da un amico poliziotto, entra nell’appartamento con l’aiuto della vicina di casa, Ninive. L’abitazione appare in ordine, ma Antonella non c’è.
Solo due giorni dopo, durante un’ispezione più accurata, il macabro ritrovamento: il corpo della donna è rannicchiato in posizione fetale dentro l’armadio della camera da letto. L’assassino l’ha soffocata con un sacchetto di plastica dopo averla tramortita con due colpi di pistola alla fronte. L’anta dell’armadio è stata sigillata con mastice, nel goffo tentativo di ritardare la scoperta del cadavere.
Il cadavere era rannicchiato, ancora con il pigiama indosso, in posizione fetale sul fianco. La vittima, dapprima, presentava un foro di proiettile in testa e un’ogiva tra i capelli. Sul letto, il lenzuolo e il coprimaterasso presentavano tracce ematiche e uno dei cuscini mostrava fori di proiettili. Sul pavimento, però, venne ritrovato solo un bossolo di piccolo carico. Gli accertamenti tecnici stabilirono che la morte era stata causata da asfissia, mentre i proiettili l’avevano soltanto stordita.
Un’indagine intricata: chi ha ucciso Antonella?
Le indagini si concentrarono subito su due uomini: Umberto Nardilocchi, ex fidanzato e confidente della vittima, e Vittorio Biffani, un fotografo con cui Antonella aveva avuto una relazione clandestina. Entrambi risultarono positivi alla prova dello Stub, che rileva tracce di polvere da sparo sulle mani. Tuttavia, Nardilocchi aveva un alibi solido, frequentava spesso un poligono, mentre su Biffani gravavano sospetti più concreti: un debito di 42 milioni di lire e le pressioni economiche della donna potrebbero aver alimentato rancori.
Biffani fu rinviato a giudizio e processato, ma nel 1997 arrivò la sentenza di assoluzione, confermata in appello e dalla Cassazione nel 2003. A scagionarlo contribuirono un’impronta sull’armadio appartenente a una terza persona mai identificata e un errore nelle analisi del guanto di paraffina. La pista di un “terzo uomo” rimane aperta, ma nonostante i numerosi indizi, nessuno sviluppo ha portato a una soluzione definitiva.
Trent’anni dopo: una nuova speranza per la verità
Recentemente, i legali della sorella di Antonella hanno depositato in procura a Roma un’istanza per la riapertura del caso, chiedendo di riesaminare reperti non analizzati, raccogliere nuove testimonianze e sfruttare le moderne tecnologie forensi, che potrebbero offrire nuove chiavi di lettura. Un tentativo di riaprire il caso era già stato fatto nel 2011, senza successo. Oggi, tuttavia, il progresso tecnologico potrebbe fare la differenza.
Un enigma senza soluzione
La ricostruzione degli ultimi momenti di vita di Antonella suggerisce che conoscesse il suo assassino. Lo ha accolto in casa a tarda sera, in pigiama e senza preoccupazione.
Nonostante gli sforzi della procura, molti elementi decisivi per le indagini sono andati perduti: il sacchetto di plastica, il tubetto di mastice e persino il pianale su cui giaceva il corpo della vittima. Un’impronta sull’anta dell’armadio potrebbe riaprire il caso, ma senza i reperti fondamentali il giallo sembra destinato a rimanere tale.
Antonella Di Veroli non è solo una vittima; è il simbolo di un enigma che sfida la giustizia e la memoria. Il suo caso, intriso di mistero, richiama l’attenzione su quei delitti che, pur senza clamore mediatico, continuano a interrogarci sul senso di verità e giustizia.
Ogni caso affrontato da Domeniche Criminali ci ricorda che il confine tra sicurezza e terrore è fragile, e che i misteri più cupi si annidano spesso nei luoghi che riteniamo familiari. Ma questi non sono solo racconti di morte: sono finestre aperte su un abisso che dobbiamo imparare a comprendere per prevenirlo. Restate con noi: ogni storia è un passo in più verso la conoscenza e la memoria di ciò che è stato, affinché non si ripeta.
Condividete questa storia e unitevi a noi nel portare avanti questa rubrica.
Vi aspettiamo la prossima settimana, con un nuovo capitolo di Domeniche Criminali.
La redazione AICIS
Francesco Paolo IACOVELLI