La notte del 30 aprile 2020, un silenzio spettrale avvolgeva le città italiane, bloccate dal lockdown imposto dalla pandemia. Ma in un appartamento di via De Amicis a Collegno, alle porte di Torino, quella quiete irreale fu squarciata da urla, suoni di oggetti infranti e, infine, il sibilo agghiacciante di una lama che colpisce carne e ossa. Giuseppe Pompa, 52 anni, operaio e padre di due figli, giaceva a terra senza vita, il corpo straziato da 34 coltellate. L’autore dell’omicidio era suo figlio, Alex, appena diciottenne.
È stato Alex stesso a chiamare i carabinieri: “Venite, ho ucciso mio padre.” Quelle parole, cariche di terrore e rassegnazione, aprirono la porta a un’indagine che avrebbe messo in discussione le radici stesse della violenza domestica, il concetto di legittima difesa e il confine morale tra giusto e sbagliato.
Un gesto disperato in una notte di terrore
Secondo le ricostruzioni, quella sera Giuseppe Pompa aveva avuto l’ennesima crisi di gelosia. Aveva trascorso la giornata ossessionato dall’idea che sua moglie Maria lo stesse tradendo. Un collega che le aveva appoggiato una mano sulla spalla era bastato a scatenare la sua furia. Tornato a casa, aveva spiato ogni mossa della donna, la sua voce si era alzata come un rombo nella piccola abitazione. Insulti, minacce e urla avevano riempito ogni stanza.
“Quando ho visto che si girava verso la cucina, ho capito che sarebbe successo. Che ci avrebbe uccisi tutti,” ha raccontato Alex, rievocando con voce tremante quegli istanti. Secondo quanto riferito, Giuseppe aveva afferrato un coltello. Maria e i suoi due figli, Alex e Loris, erano intrappolati in un angolo della stanza, incapaci di sfuggire alla furia di quell’uomo che avrebbe potuto trasformare la violenza verbale in un massacro.
Alex prese una decisione. Un gesto d’istinto, nato dalla paura e dalla necessità di proteggere sua madre e suo fratello. Afferrò il primo coltello che trovò, e poi un altro, e un altro ancora. Quando Giuseppe cadde a terra, era ormai senza vita.
Una famiglia intrappolata dalla paura
Dietro a quell’atto estremo si celava una storia di soprusi, una spirale di violenze che aveva marcato ogni giorno della vita di Alex e dei suoi cari. “Ogni sera, quando nostra madre tornava dal lavoro, la abbracciavamo come se fosse l’ultima volta,” ha raccontato. Le minacce di Giuseppe non erano solo parole al vento. Gli audio registrati dalla famiglia e presentati durante il processo ne rivelano la crudeltà: “La prima che faccio fuori sei te.”
Maria Cotoia, madre di Alex, ha testimoniato con una voce spezzata dal dolore e dalla stanchezza. “Mi urlava contro, mi afferrava i polsi, mi spingeva. Era ossessionato da me, patologicamente. Non potevo uscire da sola, non potevo vivere.” Ogni sera, il terrore era lo stesso: “Prima o poi ci avrebbe uccisi.”
Alex e suo fratello Loris avevano registrato 225 file audio solo nel 2019, un archivio di minacce che dipinge un quadro chiaro della paura in cui vivevano. Ma quelle registrazioni, per quanto preziose per comprendere il contesto, non sarebbero bastate a proteggere Alex dall’accusa di omicidio volontario.
Un percorso giudiziario complesso
In primo grado, la giustizia aveva riconosciuto che l’atto di Alex era stato compiuto per legittima difesa. La sentenza di assoluzione sembrava porre fine alla vicenda, ma in appello tutto cambiò. La Corte d’Assise d’Appello di Torino, su richiesta del procuratore generale, ribaltò il verdetto: Alex fu condannato a sei anni, due mesi e venti giorni di carcere.
L’accusa insisteva su alcuni dettagli: il numero delle coltellate – ben 34 – e l’apparente assenza di una colluttazione. “Quella scena del crimine non mostra alcun segno di lotta,” aveva dichiarato il procuratore Giancarlo Avenati Bassi, puntando il dito contro la disposizione ordinata degli oggetti nella stanza. “Se ci fosse stata una colluttazione, tutto sarebbe stato diverso.”
Ma la storia non finì lì. La Corte Costituzionale intervenne, dichiarando illegittima una norma del Codice Rosso che impediva il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti nei casi di omicidio di un familiare. Questo cambiamento aprì la strada a una nuova revisione del processo.
L’assoluzione definitiva
Il 13 gennaio 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino pronunciò il verdetto definitivo: Alex era innocente. La corte ribadì che il gesto del giovane era stato un atto di legittima difesa, confermando la sentenza di primo grado.
Alex, che nel frattempo aveva cambiato cognome in Cotoia per tagliare i ponti con il passato, lasciò l’aula con una speranza rinnovata. “Ora posso trovare il mio posto nel mondo,” disse con voce rotta dall’emozione.
Sua madre, Maria, aggiunse: “Se non fosse per lui, io oggi non sarei qui. Alex mi ha salvato la vita.”
Un caso emblematico per la criminologia
Il caso di Alex Cotoia non è solo la cronaca di un omicidio, ma un prisma attraverso cui osservare molteplici aspetti della violenza domestica e delle sue conseguenze. Gli esperti di criminologia, diritto e psicologia possono trarre lezioni importanti da questa vicenda, che mette in luce i meccanismi della paura, le difficoltà di distinguere tra vittima e carnefice, e il lungo cammino della giustizia verso la verità.
Alex ha iniziato una nuova vita, ma le cicatrici emotive di quegli anni difficilmente svaniranno. La sua storia, tuttavia, rappresenta una speranza: anche nelle tenebre più oscure, la giustizia può trovare il modo di fare luce.
La redazione AICIS
Francesco Paolo IACOVELLI
Fonte video
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