Infanticidio e Sacrifici Rituali in Sardegna nell’Antichità: Storia, Archeologia e Prospettive Criminologiche.

A cura di Mariantonietta Deiana

Criminologa qualificata AICIS L.4/2013

 

L’infanticidio e il sacrificio di bambini sono temi che, purtroppo, affondano le radici nell’antichità e sono stati praticati in diverse culture, incluse quelle che hanno abitato la Sardegna. Sebbene queste azioni ci appaiano oggi inaccettabili, per le popolazioni dell’epoca erano spesso percepite come parte di un sistema religioso, sociale ed economico. Le scoperte archeologiche, insieme alle riflessioni criminologiche, permettono di contestualizzare questi atti, aiutando a comprendere le motivazioni che li hanno resi parte della quotidianità di molte società antiche.

In Sardegna, i sacrifici umani, in particolare quelli che coinvolgevano bambini, sono stati documentati fin dai tempi della civiltà nuragica e sono continuati nei secoli successivi con l’influenza delle civiltà fenicie e cartaginesi. L’analisi di queste pratiche attraverso il prisma criminologico non solo ci aiuta a comprendere meglio le motivazioni delle società che le hanno compiute, ma offre anche spunti utili per riflettere sulla natura della violenza e del crimine nel mondo antico e moderno.

Le Origini: Sacrifici e Ritualità nella Sardegna Nuragica

La Sardegna nuragica (1800-800 a.C.) è nota per le sue straordinarie costruzioni megalitiche, ma anche per la complessità delle sue credenze religiose e rituali. I Nuragici, infatti, praticavano culti legati alla natura e alla fertilità, venerando divinità che rappresentavano forze elementari come l’acqua, la terra e il cielo. La religiosità di questa civiltà era profondamente radicata nella vita quotidiana, e il sacrificio umano – incluso l’infanticidio – veniva spesso eseguito come parte di cerimonie religiose.

Numerosi siti archeologici, come il Pozzo Sacro di Santa Vittoria (Serri) e il Predio Canopoli (Perfugas), hanno restituito ossa umane, anche di bambini, in contesti che suggeriscono rituali di sacrificio. Questi sacrifici avevano l’obiettivo di placare gli dèi e ottenere protezione o abbondanza per la comunità. La scelta di sacrificare i bambini, simbolo di innocenza e purezza, rendeva l’offerta particolarmente potente dal punto di vista religioso.

Dal punto di vista criminologico, il sacrificio di bambini nel contesto nuragico non era visto come un crimine, ma come una necessità rituale. In una società in cui il contatto con il sacro permeava ogni aspetto della vita, l’atto di uccidere un bambino per fini religiosi veniva giustificato come una pratica che garantiva la sopravvivenza del gruppo. L’infanticidio, in questo caso, assumeva una connotazione collettiva: il sacrificio non era solo il gesto di un singolo individuo, ma era vissuto come una responsabilità condivisa dalla comunità.

Il Sacrificio Infantile tra Fenici e Cartaginesi

Con l’arrivo dei Fenici e dei Cartaginesi, tra l’VIII e il III secolo a.C., la Sardegna divenne una terra di passaggio e di scambio culturale. Durante questo periodo, l’infanticidio assunse un carattere rituale legato ai culti delle divinità fenicie, in particolare Tanit e Baal Hammon. La pratica più documentata in questo contesto è quella del tophet, un’area sacra dove venivano sepolti i bambini sacrificati.

I principali siti dove sono stati ritrovati resti di bambini in contesti sacri sono Tharros (Oristano), Sulky (Sant’Antioco) e Nora (Pula). Questi luoghi, che ospitavano i templi dedicati a Tanit e Baal Hammon, sono stati testimoni di sacrifici di neonati, che venivano immolati per ottenere il favore delle divinità. La motivazione dietro questi sacrifici, come raccontano le fonti antiche, era spesso legata a promesse di fertilità, abbondanza o protezione militare per la città o la comunità.

Questa pratica, sebbene potesse sembrare crudele, era accettata e considerata sacra. Le élite religiose e politiche del tempo, utilizzando il potere della religione, giustificavano il sacrificio come atto di devozione che favoriva il benessere collettivo. La criminologia, osservando questi comportamenti, evidenzia il ruolo della religione e della cultura nell’influenzare la percezione del crimine. Infatti, il sacrificio rituale, lungi dall’essere considerato un crimine, era visto come un atto necessario per la sopravvivenza e la prosperità della collettività.

Motivazioni Sociali e Psicologiche: L’Infanticidio Economico

Oltre ai sacrifici religiosi, l’infanticidio nell’antichità era spesso una risposta a difficoltà economiche. Le condizioni di vita erano dure, specialmente nelle comunità  rurali, dove la scarsità di risorse imponeva scelte drammatiche. Se da un lato il sacrificio rituale era motivato da credenze religiose, dall’altro lato l’infanticidio economico veniva praticato per garantire la sopravvivenza dei membri più forti e produttivi della famiglia o della comunità.

In una società patriarcale e agricola come quella sarda, le bambine venivano spesso considerate meno utili dei maschi, poiché non avrebbero contribuito direttamente al lavoro nei campi o alla difesa della comunità. Sebbene non vi siano prove dirette di infanticidi economici in Sardegna, le analogie con altre civiltà antiche suggeriscono che le condizioni di miseria e la necessità di limitare il numero di bocche da sfamare potessero spingere a queste pratiche.

La criminologia moderna, con il concetto di teoria della strain o pressione sociale, ci aiuta a capire come l’isolamento e la mancanza di risorse spingessero le persone a compiere atti estremi. L’infanticidio economico, purtroppo, non è un fenomeno relegato solo all’antichità, ma persiste ancora oggi in alcune società segnate dalla povertà e dall’assenza di reti di supporto.

La Cristianizzazione e la Fine dell’Infanticidio

Con l’avvento del Cristianesimo, intorno al IV secolo d.C., l’infanticidio e i sacrifici rituali vennero progressivamente abbandonati. La Chiesa, promuovendo la sacralità della vita e la protezione dei bambini, rifiutava fermamente queste pratiche. Tuttavia, anche dopo la cristianizzazione, le difficoltà economiche e le tradizioni locali continuarono a influenzare la vita delle popolazioni più isolate. L’infanticidio, anche se non più accettato come rituale, potrebbe essere continuato in forme clandestine, legato a motivazioni economiche o sociali, fino all’alto medioevo.

Prospettiva Criminologica: Il Sacrificio Come Legittimazione del Potere

L’infanticidio rituale e il sacrificio infantile rappresentano una forma di controllo sociale. Le élite religiose e politiche dell’antichità utilizzavano il potere del sacro per giustificare l’uccisione di innocenti, consolidando il proprio controllo sulla popolazione. Dal punto di vista criminologico, questi atti possono essere interpretati come un esempio di manipolazione ideologica, dove il sacrificio veniva presentato come una necessità collettiva, facendo leva sul timore e sulla devozione religiosa.

Il sacrificio rituale, eseguito in pubblico, funzionava come un meccanismo di coesione sociale. L’accettazione collettiva di queste pratiche minava la responsabilità individuale, trasferendo la giustificazione del crimine su una dimensione superiore e collettiva, rendendo il crimine stesso meno percepito come tale.

Lezione per il Presente: Riflessioni Criminologiche sull’Infanticidio

Lo studio dell’infanticidio nell’antichità ci offre importanti insegnamenti per la criminologia moderna. La percezione culturale del crimine è cambiata notevolmente nel tempo, ma le motivazioni che spingono un individuo o una comunità a compiere atti estremi, come l’infanticidio, possono ancora risiedere in difficoltà economiche, pressione sociale o religione. Comprendere le radici sociali e psicologiche di queste pratiche ci aiuta a prevenire comportamenti distruttivi nella società odierna, specialmente quando si trattano temi come la protezione dei minori, l’accoglienza delle diversità e la costruzione di reti sociali di supporto.

In conclusione possiamo dire che le scoperte archeologiche e lo studio delle antiche pratiche di infanticidio e sacrificio rituale in Sardegna ci forniscono uno spunto fondamentale per comprendere non solo il passato, ma anche i meccanismi psicologici e sociali che possono ancora oggi condurre alla violenza. Le antiche credenze religiose e le pressioni economiche non solo giustificavano queste pratiche, ma contribuivano a mantenere un ordine sociale che era percepito come naturale e giusto.

Oggi, la criminologia ci offre gli strumenti per analizzare e prevenire simili fenomeni, promuovendo una cultura del rispetto e della protezione dei diritti umani, specialmente quelli dei più vulnerabili.