I casi di Meredith Kercher e del Mostro di Firenze: teorie in conflitto tra Falsificazionismo e Verificazionismo.

di Francesco Paolo Iacovelli

Nel dibattito filosofico-scientifico, due approcci metodologici sono emersi come cardini della ricerca e della valutazione delle teorie scientifiche: il falsificazionismo e il verificazionismo. Entrambi hanno trovato applicazione in ambito criminologico, nella costruzione e nella valutazione di teorie che spiegano fenomeni criminali. La prima teoria, il falsificazionismo, è stata proposta e sviluppata da Karl Popper; la seconda, il verificazionismo, trova la sua espressione nelle opere di autori come Rudolf Carnap, influenzato dal positivismo logico. Karl Popper (1902-1994) è uno dei filosofi della scienza più influenti del XX secolo. Nato a Vienna, Popper si formò in un ambiente ricco di stimoli intellettuali, tra i quali il circolo di Vienna, che però rigettò presto a causa del suo rifiuto del verificazionismo e dell’induzione come metodo scientifico. Egli sviluppò il concetto di falsificabilità come criterio per distinguere tra teorie scientifiche e non scientifiche. Secondo Popper, una teoria scientifica non può essere confermata definitivamente; al contrario, può solo essere falsificata attraverso l’esperimento e l’osservazione. Popper sostenne che una teoria scientifica deve esporre delle previsioni che possano essere messe alla prova da esperimenti o osservazioni. Se queste previsioni non si realizzano, la teoria deve essere considerata falsificata. Quest’approccio si oppone al verificazionismo, che cerca prove a favore delle teorie piuttosto che tentare di smentirle. Rudolf Carnap (1891-1970) è stato un filosofo tedesco e uno dei membri più importanti del Circolo di Vienna, un gruppo di pensatori che mirava a costruire una filosofia rigorosamente scientifica. Carnap è noto per aver formulato una versione radicale del positivismo logico, che si concentra sulla verifica empirica delle affermazioni scientifiche. Nelle sue opere, come Il superamento della metafisica tramite l’analisi logica del linguaggio (1932) e Significato e Necessità (1947), Carnap sostiene che una proposizione ha significato solo se può essere verificata empiricamente.

Il verificazionismo, quindi, implica che una teoria scientifica è valida se e solo se le sue previsioni possono essere confermate tramite osservazioni o esperimenti. In questo modo, la scienza si basa sulla conferma piuttosto che sulla falsificazione.

La differenza principale tra falsificazionismo e verificazionismo risiede nel modo in cui le due teorie concepiscono la ricerca scientifica e la validazione delle teorie. Mentre il falsificazionismo sottolinea l’importanza di tentare di smentire una teoria, il verificazionismo si basa sulla ricerca di prove che la confermino.

Nell’ambito giudiziario, queste differenze si riflettono nelle modalità con cui l’accusa e la difesa si approcciano ai casi criminali incidendone gli esiti.

Quest’articolo si propone di delineare le peculiarità, i limiti e i vantaggi di ciascuna teoria, analizzando il dualismo applicativo attraverso l’analisi di due casi giudiziari riguardanti l’omicidio di Meredith Kercher e la vicenda del Mostro di Firenze.

L’inchiesta su Amanda Knox e Raffaele Sollecito (Omicidio di Meredith Kercher, 2007)

Il caso dell’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nel 2007, è diventato un punto di riferimento nello studio della criminologia e del diritto penale, non solo per la brutalità del delitto, ma anche per le implicazioni complesse legate all’interpretazione delle prove forensi.

Amanda Knox e Raffaele Sollecito, inizialmente condannati, sono stati assolti nel 2015 dopo un lungo e dibattuto iter giudiziario, in cui il “ragionevole dubbio” ha giocato un ruolo decisivo.

Questo caso rappresenta un banco di prova per l’applicazione del falsificazionismo popperiano in ambito giudiziario, poiché le decisioni hanno oscillato più volte, mettendo in luce le criticità nel sistema di raccolta e analisi delle prove e nella tenuta del quadro accusatorio.

Il castello accusatorio: prove forensi e indiziarie

La ricostruzione accusatoria si basava principalmente su prove di natura scientifica e circostanziale. Tra le più rilevanti, la presunta presenza del DNA di Amanda Knox su un coltello trovato nella cucina di Raffaele Sollecito, che gli inquirenti identificarono come l’arma del delitto, e tracce biologiche che collegavano i due imputati alla scena del crimine. A queste prove si aggiungevano elementi indiziari, come le discrepanze emerse nei racconti degli imputati e i comportamenti giudicati “anomali” nelle ore e nei giorni successivi al ritrovamento del corpo di Meredith.

Il cuore dell’accusa risiedeva nell’interpretazione di queste prove alla luce dell’articolo 533 del Codice di Procedura Penale (CPP), che impone di emettere una condanna solo in presenza di prove certe e che non lascino spazio a dubbi. Tuttavia, la valutazione delle prove forensi e indiziarie raccolte nel caso Knox-Sollecito si è rivelata complessa e soggetta a molteplici contestazioni, sia sul piano scientifico sia su quello procedurale.

Il metodo della falsificazione: la risposta della difesa

Sin dalle prime fasi del processo, la difesa ha messo in discussione l’attendibilità delle prove scientifiche, sostenendo che l’analisi del DNA fosse viziata da errori metodologici.

In particolare, gli avvocati di Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno sottolineato come il campione di DNA rilevato sul coltello fosse estremamente ridotto e come le procedure di raccolta e conservazione dei reperti non avessero rispettato gli standard internazionali, aprendo alla possibilità di contaminazione.

Inoltre, le prove biologiche trovate nella casa della vittima sono state al centro di un serrato dibattito. La difesa ha contestato la gestione della scena del crimine, invocando la violazione degli articoli 354 e 360 CPP, che disciplinano il corretto sequestro e custodia delle prove. L’assenza di un’adeguata catena di custodia e le presunte contaminazioni dei reperti hanno portato la difesa a sostenere che tali prove non potessero essere considerate affidabili, evidenziando come la mancanza di rigore nella conservazione delle tracce biologiche abbia rappresentato una delle principali criticità del processo, rendendo la prova del DNA non solo contestabile ma anche scientificamente non determinante. Nel corso del lungo iter giudiziario, che ha visto una serie di ribaltamenti di sentenza, il principio del “ragionevole dubbio” è emerso come centrale nella valutazione della colpevolezza degli imputati. Proprio su questo principio si è basata la decisione finale della Corte di Cassazione, che nel 2015 ha assolto definitivamente Knox e Sollecito.

La Corte ha evidenziato come le prove presentate dall’accusa non fossero sufficientemente solide e come la ricostruzione del delitto fosse viziata da “errori macroscopici” nelle indagini.

Un altro aspetto chiave è rappresentato dall’uso delle prove indiziarie, come i comportamenti “sospetti” degli imputati o le incongruenze nelle loro dichiarazioni. Se da un lato l’accusa ha cercato di utilizzare questi elementi per costruire un quadro di colpevolezza, la difesa ha dimostrato che tali prove indiziarie, senza un fondamento probatorio solido, rischiano di alimentare pregiudizi e di condurre a errori giudiziari. La sentenza finale ha richiamato le gravi criticità nella gestione delle prove e ha sottolineato come il quadro probatorio non fosse in grado di reggere alla verifica critica richiesta da un processo penale equo.

Il “Mostro di Firenze” (1968-1985)

Il caso del “Mostro di Firenze”, che tra il 1968 e il 1985 ha visto otto duplici omicidi nella campagna toscana, rappresenta uno degli esempi più emblematici dell’applicazione del metodo verificazionista da parte degli inquirenti. Gli investigatori hanno accumulato prove empiriche, come schemi ricorrenti nei crimini, e costruito un castello accusatorio fondato su elementi apparentemente coerenti. Tuttavia, la strada che ha portato al sospetto principale, Pietro Pacciani, è stata lunga e complessa, alimentata da una serie d’indizi circostanziali che hanno collegato la sua figura al profilo del serial killer.

La costruzione del piano accusatorio: accumulazione di prove e ricorrenze

Fin dall’inizio, l’indagine ha seguito un percorso metodico, fondato sul verificazionismo. Gli investigatori, coordinati dal procuratore Pier Luigi Vigna e dal magistrato Paolo Canessa, hanno puntato sulla raccolta di prove empiriche per confermare l’esistenza di un unico killer. Il dato più evidente e costante era l’uso di una Beretta calibro 22 in tutti gli otto duplici omicidi, un’arma mai ritrovata, ma presente in ciascuna scena del crimine attraverso i bossoli lasciati sul posto. Inoltre, il modus operandi del Mostro presentava caratteristiche ripetute: le vittime, sempre coppie appartate in zone rurali, venivano assassinate con modalità brutali e le donne subivano mutilazioni post-mortem. Questo schema ha permesso agli inquirenti di tracciare un profilo criminale preciso: un soggetto che agiva in modo metodico, alimentato da una forte componente psicopatologica legata a devianze sessuali. Questo profilo è stato confermato e approfondito da criminologi come Francesco Bruno, che descrisse il killer come un uomo con gravi disturbi sessuali e una profonda violenza repressa. Le prove balistiche e comportamentali costituivano quindi il fulcro del piano accusatorio, confermando la serialità e l’unicità dell’autore. L’accumulazione d’indizi coerenti, secondo l’approccio verificazionista, ha permesso agli investigatori di elaborare una teoria solida su un solo responsabile, anche se senza ancora un nome certo.

Come si arriva a Pietro Pacciani: gli indizi chiave

Il nome di Pietro Pacciani è entrato nell’indagine grazie a una serie di coincidenze e indizi che, secondo gli investigatori, lo collegavano agli omicidi. Pacciani, un contadino di Mercatale, era conosciuto nella zona per il suo passato violento: negli anni ’50 aveva ucciso l’amante della sua fidanzata e l’aveva brutalmente picchiata, reato per il quale era stato condannato. Questo episodio di violenza sessuale e omicidio attirò l’attenzione degli inquirenti, poiché sembrava rispecchiare la ferocia e la brutalità dei crimini del Mostro di Firenze. Gli investigatori hanno quindi iniziato a scavare nella vita di Pacciani. Durante le perquisizioni nella sua abitazione, furono trovati oggetti che insospettirono ulteriormente gli inquirenti: cartucce di calibro 22, ritagli di giornale sui delitti del Mostro e alcuni oggetti che suggerivano un interesse morboso verso la pornografia e le armi. Anche se nessuna di queste prove era determinante da sola, gli investigatori videro in questi elementi una conferma della teoria che Pacciani potesse essere il killer. Inoltre, alcune testimonianze locali descrivevano Pacciani come una figura irascibile e violenta, che spesso si comportava in modo strano e sospetto. La sua personalità collerica e il suo passato di omicida, insieme agli oggetti ritrovati, rafforzarono il castello accusatorio. Tuttavia, la prova diretta che lo collegasse ai crimini mancava ancora.

Le prove indiziarie e il processo

Sebbene il quadro indiziario fosse consistente, non c’erano prove fisiche che collegassero in modo definitivo Pacciani alle scene del crimine. Non furono trovati né il DNA né le impronte digitali che lo legassero agli omicidi. Tuttavia, il castello accusatorio costruito sulla sua personalità, il suo passato violento e le prove circostanziali sembrava sufficiente per procedere. Nel 1994, Pacciani fu condannato in primo grado per i delitti del Mostro di Firenze. La sentenza si basava sull’accumulazione d’indizi che, secondo l’accusa, non lasciavano spazio a dubbi sulla sua colpevolezza. Il fatto che le modalità dei crimini rispecchiassero il suo passato di violenza, la scoperta di munizioni compatibili con quelle usate negli omicidi e la presenza di oggetti sospetti nella sua abitazione contribuirono alla condanna. Tuttavia, nel 1996 la Corte d’Appello ribaltò la sentenza, assolvendolo per insufficienza di prove. La decisione si basava sul fatto che mancava una prova scientifica diretta, come richiesto dall’articolo 533 CPP, per dimostrare la colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”. La mancanza dell’arma del delitto e di prove biologiche ha reso impossibile collegare Pacciani in modo incontrovertibile agli omicidi.

I limiti del verificazionismo nel caso Pacciani

Il metodo verificazionista ha consentito agli inquirenti di accumulare indizi e costruire un castello accusatorio apparentemente solido. Tuttavia, il caso Pacciani ha dimostrato i limiti di quest’approccio, soprattutto quando le prove empiriche non sono sostenute da elementi inconfutabili. Sebbene le indagini abbiano confermato la serialità degli omicidi e delineato un profilo coerente del killer, l’assenza di prove decisive ha impedito che il piano accusatorio potesse resistere al vaglio di un processo equo. Nonostante la condanna iniziale, l’assoluzione di Pacciani ha evidenziato come l’accumulazione d’indizi, anche quando coerente e strutturata, possa non bastare per superare il principio del “ragionevole dubbio” previsto dall’articolo 192 CPP. La mancanza di una prova conclusiva, come il DNA o l’arma del delitto, ha precluso la possibilità di giungere a una condanna definitiva. 

Differenze di approccio.

A margine dell’esposizione di questi due casi di studio possiamo definire che il falsificazionismo e il verificazionismo offrono due prospettive complementari ma distinte sul modo in cui sviluppare e testare teorie nell’ambito criminologico – giudiziario. Mentre il falsificazionismo promuove la continua revisione delle teorie attraverso la falsificazione (approccio generalmente tipico della difesa), il verificazionismo sottolinea la necessità di confermare empiricamente le previsioni (approccio tipico dell’accusa) . Entrambe le teorie presentano vantaggi e limiti, specialmente nel campo della criminologia, dove la complessità dei fenomeni sociali e umani richiede una valutazione continua delle metodologie di ricerca e delle teorie applicabili.

Bibliografia essenziale:

  • Popper, K. (1934). Logica della scoperta scientifica. Londra: Hutchinson.
  • Popper, K. (1963). Congetture e confutazioni. Londra: Routledge.
  • Carnap, R. (1932). Il superamento della metafisica tramite l’analisi logica del linguaggio. Vienna: Springer.
  • Carnap, R. (1947). Significato e Necessità. Chicago: University of Chicago Press.

L’AUTORE

Francesco Paolo Iacovelli, Criminologo Qualificato AICIS