Per ora è un fantasma, niente immagini dalle telecamere, niente DNA, nessuna pista che conduca alla cerchia di conoscenti. Sharon Verzeni è stata uccisa nella notte tra lunedì 29 e martedì 30 luglio scorsi, mentre passeggiava in via Castegnate a Terno d’Isola, il paese di ottomila abitanti della bergamasca dove si era trasferita tre anni fa con il compagno Sergio Ruocco.
A distanza di quindici giorni l’assassino non ha ancora un volto e pare che gli inquirenti non abbiano ancora inquadrato neppure il contesto dell’omicidio. Il delitto può essere maturato nell’ambito delle conoscenze di Sharon, da un anno di professione barista? Oppure è stata opera di uno squilibrato che ha agito per caso.
Le uniche cose certe sono la profondità e la violenza delle quattro coltellate inferte (tre delle quali mortali), e l’assoluta assenza di ombre nella vita della donna.
Sul fronte delle indagini, a nulla per ora sono servite le visioni delle immagini di una cinquantina di telecamere pubbliche e private, a Terno e dintorni: nelle oltre cento ore di immagini (un’ora prima e un’ora dopo il delitto per ciascun apparecchio di ripresa) non sarebbero emersi elementi utili per risalire all’assassino, il che lascia aperta l’ipotesi che chi ha agito non l’avrebbe fatto a caso, pianificando una via di fuga non coperta dalla videosorveglianza. Possibile che il killer sia stato così fortunato nell’allontanarsi da aver casualmente percorso un itinerario non sorvegliato elettronicamente?
Non ci sono testimoni: anche le prime persone che l’hanno soccorsa – due automobilisti e una residente – non avrebbero visto persone sospette.
Ora si punta sull’indagine scientifica, affidata ai carabinieri del Ris di Parma, cui sono stati inviati i vestiti che Sharon indossava quando è stata uccisa. C’è poi qualche campione prelevato sotto le unghie durante l’autopsia e alcuni coltelli recuperati non distante dal luogo del delitto. La speranza è che l’assassino abbia lasciato una sua traccia genetica sulla vittima attraverso cui risalire alla sua identità.