di Francesco Paolo Iacovelli
Il 28 luglio 1985, il Commissario Giuseppe “Beppe” Montana cadde vittima della mafia. Aveva solo 34 anni, ma la sua morte segnò una svolta dolorosa nella lotta contro la criminalità organizzata, evidenziando la brutalità e la ferocia della mafia nel colpire chi osava sfidarla.
Montana era una figura cruciale nella battaglia contro Cosa Nostra. Insieme al Vice Questore Ninni Cassarà, aveva fondato la sezione “catturandi” della Squadra Mobile di Palermo. Questa unità speciale aveva il compito di rintracciare e catturare i latitanti mafiosi, un’operazione che culminò nell’arresto di molti dei 475 mafiosi coinvolti nel maxi-processo istruito dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il successo di questa operazione rappresentava una minaccia diretta per la mafia, ma anche un faro di speranza per una Sicilia oppressa dalla criminalità.
La sera del 28 luglio, a Porticello, frazione di Santa Flavia, Montana venne avvicinato da Giuseppe Lucchese, un sicario della mafia, e freddato a colpi di pistola mentre si trovava con la fidanzata nei pressi del porto. La scelta di ucciderlo proprio alla vigilia delle ferie evidenziava una macabra volontà di colpire in un momento di vulnerabilità, dimostrando la determinazione della mafia a eliminare chiunque rappresentasse una minaccia.
Dal punto di vista criminologico, l’assassinio di Montana rientra in una strategia di violenza mirata e simbolica adottata dalla mafia per riaffermare il proprio potere. Questo omicidio non era solo un atto di vendetta, ma un chiaro messaggio di sfida allo Stato: nessuno era intoccabile, nemmeno gli uomini più coraggiosi e determinati. La brutalità dell’omicidio, compiuto in un contesto di apparente tranquillità, mirava a generare paura e insicurezza, dimostrando che la mafia era in grado di colpire ovunque e in qualsiasi momento.
L’uccisione di Montana fu l’inizio di una serie di omicidi che quell’estate scossero Palermo e tutta l’Italia. La mafia, sentendosi minacciata dalle operazioni di polizia e dalle inchieste giudiziarie, rispose con una violenza senza precedenti, decimando le file delle forze dell’ordine e seminando il terrore. Questi attacchi evidenziarono una precisa strategia di intimidazione, volta a minare il morale delle forze dell’ordine e a riaffermare il controllo mafioso sul territorio.
Il sacrificio di Giuseppe Montana non fu vano. La sua memoria resta viva come simbolo di integrità e dedizione nella lotta contro la mafia. Il suo coraggio e la sua determinazione continuano a ispirare le nuove generazioni di poliziotti e cittadini, ricordando loro l’importanza di non arrendersi di fronte alla violenza e all’intimidazione. Il ricordo del Commissario Montana riafferma la necessità di una società che si batte per la giustizia e la legalità, rendendo omaggio a chi ha sacrificato la propria vita per un futuro migliore.
L’AUTORE
Francesco Paolo Iacovelli, Criminologo Qualificato AICIS