L’Arma difende il Generale Mori, accusato di gravi reati

Se parlano loro, usi obbedir tacendo, per difendere il Generale Mario Mori dalle nuove accuse giudiziarie a Firenze, allora significa che la cosa (diritto e giurisprudenza a parte), ha davvero oltrepassato il limite del comune sentire. A questo proposito il comando generale dell’Arma dei carabinieri, con un intervento che ha pochi precedenti, ha manifestato «vicinanza nei confronti di un ufficiale che, con il suo servizio, ha reso lustro all’istituzione in Italia e all’estero, confidando che anche in questa circostanza riuscirà a dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati». Riuscirà “a dimostrare”, dice l’Arma? Costituzione e codice alla mano è la giustizia a dover accertare la verità. Anche perché il Generale ha 85 anni e chiedergli di passarne altri dieci nelle aule dei tribunali per dimostrare la sua innocenza potrebbe sembrare innaturale. Il comunicato stampa dell’Arma diplomaticamente esordisce manifestando «pieno rispetto del lavoro dell’Autorità Giudiziaria», ma il resto del discorso sa di frattura con la Procura. Autorità che ha aperto un’indagine a carico del Generale, nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti esterni a Cosa Nostra che avrebbero beneficiato della situazione politica creatasi dalle stragi di Roma, Firenze e Milano del 1993.

Il comune sentire, dicevamo, non può facilmente comprendere: da una parte i soliti pentiti (cioè dei poco di buono conclamati) che lo chiamano in causa, dall’altra un militare che ha servito la patria con disciplina ed onore ed ora è accusato di strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico. Sembrerebbe il ritratto un vero gangster se non fosse che già in passato, dopo una condanna in primo grado a undici anni è stato assolto in Appello e poi definitivamente dalla Cassazione da ogni accusa.

Ora, ci risiamo perché secondo l’ipotesi accusatoria, il generale avrebbe omesso di prendere iniziative su ciò che aveva appreso riguardo ai propositi sanguinari della mafia: cioè, secondo i pm fiorentini, avrebbe appreso nell’agosto del 1992 dal maresciallo Roberto Tempesta (a sua volta informato da Paolo Bellini), della volontà di Cosa Nostra di attentare al patrimonio artistico, nello specifico di colpire la Torre di Pisa. Un’ulteriore segnalazione sarebbe giunta a Mori da un colloquio investigativo con il pentito Angelo Siino, incontrato a Carinola il 25 giugno 1993.