“Che cos’è la tolleranza? È l’appannaggio dell’umanità” –scriveva Voltaire nel suo trattato – “siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura”. Se fosse ancora viva Rosalia saprebbe ben interpretare questa frase, ma aver perdonato per l’ennesima volta l’uomo che aveva accanto le è costato la vita. Aveva 54 anni ed è morta in casa sua, nel suo letto matrimoniale dopo 72 ore di violenze. Un femminicidio che si aggiunge agli altri che sono stati registrati nella stessa giornata del 31 gennaio. Rosalia è tornata a casa più volte, ascoltando le promesse reiterate dal marito e sperando che quella volta le avrebbe mantenute, ritirando l’ennesima denuncia. Ma così non è stato.

Resta ancora ignoto il movente che ha travolto Francesca Fantoni. La ragazza era conosciuta da tanti in paese e presentava un ritardo cognitivo. La sua famiglia la cercava da sabato pomeriggio, quando era stata prima in un bar ma poi non era tornata a casa e la madre e la sorella si erano allarmate, tanto da andare subito a sporgere denuncia. Il suo cellulare, ritrovato rotto nella piazza del paese, vicino alle giostre del luna park, era stato il primo segnale che qualcosa di brutto era accaduto. È stata violentata, pestata e strangolata. Il quadro emerso dall’autopsia eseguita sulla trentanovenne di Bedizzole, provincia di Brescia, assassinata a mani nude. Nella notte la procura di Brescia ha disposto il fermo di Andrea Pavarini, 28enne, accusato dell’omicidio. Il giovane si dichiara innocente, ma è stato trasferito in carcere a Brescia in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Sarebbe stato incastrato dai vestiti sporchi di sangue, trovati dai carabinieri a casa sua.

A Genova Laureta, 42 anni, è stata trovata senza vita, accanto a lei l’uomo (che dalle indiscrezioni risulterebbe l’ex marito) che ha tentato di togliersi la vita. Come risulta dagli esami condotti, la donna sarebbe stata ferita sia nella parte anteriore che nella parte posteriore del corpo, ma all’arrivo dei soccorsi, per lei, non c’era nulla da fare. I due si erano sposati 25 anni fa e nel 1996 erano arrivati dall’Albania in Italia dove avevano trovato lavoro. Al momento il movente più accreditato dagli investigatori della squadra mobile, agli ordini del primo dirigente Stefano Signoretti, sarebbe quello della gelosia. I poliziotti hanno raccolto diverse testimonianze, tra le quali quelle dei figli della coppia. Nessuno ha parlato di litigi o di separazioni.

In Sardegna, a Uri, Speranza, 50 anni, era scomparsa da metà dicembre ed è stato ritrovato il corpo dai Carabinieri della Compagnia di Alghero. L’indicazione del luogo del ritrovamento è arrivata dall’interrogatorio del fidanzato della donna ora in stato di fermo, a Sassari, nonostante lui stia respingendo ogni responsabilità dall’accaduto.

In Sicilia, a Mussumeli, Rosalia di 48 anni è stata uccisa da Michele Noto, 27 anni. L’uomo, a quanto pare, non voleva rassegnarsi alla fine della storia. Sarebbe stato l’ennesimo rifiuto a riallacciare la relazione da parte della donna a scatenare la furia omicida: lui non si sarebbe mai rassegnato, una vera e propria ossessione sfociata nella notte. Perché a perdere la vita è stata anche sua figlia Monica, 27 anni, avuta dal suo precedente matrimonio. L’uomo è entrato nell’appartamento dove si trovavano le due donne e dopo un’accesa discussione ha ucciso prima Rosalia e poi la figlia Monica, aiutandosi con un cuscino per silenziare i colpi esplosi. Infine ha rivolto la pistola contro se stesso uccidendosi.

Cresce ogni giorno l’indignazione davanti a quanto accade.  Donne che non hanno colpa, donne che sono madri amorevoli, donne che cercano il loro posto nella società. Gli viene strappata la vita, davanti ai loro occhi, dalle mani, come fosse una caramella. È qualcosa che va fermato. Non si può più assistere ad un massacro del genere. La violenza di genere non è una statistica. La violenza di genere non è una semplice definizione generica per un fenomeno. Quest’ultimo non dovrebbe aver ragione d’esistere. Questo è un supplizio che rende orfani di coscienza tutti coloro che fanno uso della violenza nella propria sfera personale, specialmente nel caso di (piccoli) uomini che alzano la voce. Le vittime di femminicidio non avrebbero dovuto pagare con la vita il fatto di aver perdonato ancora l’uomo che avevano accanto. Non avrebbero dovuto pagare per aver rifiutato le attenzioni di un uomo troppo testardo per ascoltarle. Non avrebbero dovuto pagare per avergli concesso un caffè, una chiacchierata sotto casa.  Non avrebbero dovuto rinunciare alla loro vita per aver sperato ancora in un uomo alla quale tenevano molto, nonostante si rivelasse peggiore di quanto sperato. Non avrebbero dovuto abbassare la testa per paura di rovinare ciò che di buono era rimasto in quel rapporto. Non avrebbero dovuto subire tutto questo. Ma un uomo, quando arriva a compiere determinati gesti, non si può più definire tale. È più simile ad una fiera, che ad un essere umano.

La violenza di genere, come si cerca di spiegarla in questa sede, è un fenomeno sociale, legato a ruoli e comportamenti che la società attribuisce ai due sessi. Ma non è solo la società a essere messa in questione. C’è per lo meno anche la cultura, che contribuisce all’accettabilità sociale della violenza sulle donne. Perciò la violenza di genere è anche un fenomeno culturale. In forza del quale il sesso femminile (il modo di percepire e di stabilire rapporti tra i sessi) è uno dei fattori socio-ambientali che possono dar luogo a una predisposizione specifica delle donne a subire certe aggressioni e a diventare soggetti passivi di certi reati. Nel linguaggio dei criminologi è un fattore di vittimizzazione della donna, inteso come facente parte dei processi di vittimizzazione, rispetto ai reati a vittima personalizzata, perpetrati nell’ ambito del rapporto che intercorre tra autore e vittima[1]. In quest’ottica la violenza di genere può collocarsi nella categoria di reati nella cui motivazione il soggetto passivo entra per i suoi preesistenti rapporti con l’autore. C’è da dire che stiamo assistendo ad un processo di emancipazione femminile che perdura da anni e che va, progressivamente, ad incrinare la vecchia immagine che si aveva del genere femminile come subordinato al genere maschile. Essa può assumere forme e dimensioni locali a seconda del contesto sociale, culturale e politico di una società, e viene intesa come manifestazione di una costruzione sociale di forte disparità e di disomogenea distribuzione del potere tra i sessi che, al contempo, è prodotto e causa del sistema di dominio maschile sulle donne, provocando un contesto di violenza diffusa da parte degli uomini, in famiglia (un’area nascosta del potere maschile, e un ambito in cui la violenza si esercita nella maggior parte dei casi), o all’interno di qualsiasi altra relazione interpersonale[2].

Concludendo, credo che ognuno debba ricordare quella tolleranza che si cita sopra, guidati dal rispetto che è l’unica chiave cognitiva che ci permette di vivere secondo ragione, e ci allontana dall’essere prede dei nostri impulsi.

 “Le donne vivono nell’oggettivazione sessuale come i pesci nell’acqua”

MacKinnon C. (1989)

 

[1] Sul concetto di vittimizzazione, cfr. F. Mantovani, Diritto penale, Cedam, 2013, p. 335: “La vittimizzazione è la nuova branca che si propone di stabilire l’incidenza della vittima, per ciò che essa è o per ciò che essa fa, nella genesi e dinamica del delitto”

[2] In questo senso cfr. la IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite (1995) e, ora, la Convenzione di Istanbul, cit.

Federica Del Mastro Criminologa AICIS