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Poteva essere il nostro Steve Jobs e il Canavese poteva essere la sua Silicon Valley, ma Adriano Olivetti, fondatore dell'industria più innovativa del dopoguerra, morì all’improvviso il 27 febbraio 1960, su un treno diretto a Losanna, in Svizzera, dove stava andando a chiedere prestiti per nuovi investimenti che avrebbero reso ancora più potente la sua azienda. Non aveva ancora compiuto 59 anni e godeva di ottima salute. Il referto parlò di ictus, ma sulle cause della morte non venne disposto nessun accertamento autoptico. A distanza di un anno un'altra strana morte: quella dell'ingegnere Mario Tchou, capo della divisione elettronica, proveniente dalla Columbia University e coordinatore di ricerche all'avanguardia con gli scienziati dell'università di Pisa. Il suo autista perse il controllo dell'auto su cui viaggiava sull’autostrada Milano-Torino e si schiantò contro un furgone. Due eventi improvvisi e ufficialmente fortuiti, che però eliminarono cervello e cuore dell'azienda. In molti a Ivrea sono tuttora convinti che l’ingegner Tchou sia stato assassinato per favorire l’industria Usa, sospetto alimentato dal fatto che, subito dopo, si riaffermò indiscussa l’egemonia americana nel settore. Ovviamente, prove non ce ne sono. Fatto sta che la divisione elettronica dell’Olivetti venne presto venduta alla General Electric.

E' di questi giorni la notizia che il Centro Industriale Olivetti è stato riconosciuto patrimonio dell'umanità. Un grande risultato dato che si tratta del 54° sito italiano riconosciuto dall'Unesco, ma forse anche un piccolo risarcimento che la storia ha voluto tributare al grande Adriano e al suo ingegner Tchou.

Gli accertamenti medico legali di laboratorio hanno stabilito che "può ragionevolmente affermarsi" che i resti ossei, trovati nei pressi del grattacielo Hotel House di Porto Recanati (Macerata) a fine marzo, "appartengano a Cameyi Mosammet", la 15enne bengalese scomparsa ad Ancona il 29 maggio 2010.

Le poverre spoglie erano state rinvenute nei pressi di una cavità accanto ad un casolare abbandonato a poche centinaia di metri dal grattacielo simbolo del degrado di Recanati. A scoprire il “pozzo degli orrori” era stato il cane di una pattuglia della Guardia di Finanza, nel corso di controlli di routine.



 

"E' un sacrosanto diritto avere verità e giustizia, non ci rinunceremo mai". Parole sante quelle di Piero Orlandi, fratello di Manuela, la figlia di un dipendente del Vaticano sparita nel nulla trentacinque anni fa. Anni di indagini, di illazioni, depistaggi, che hanno portato ad una altalena di speranze e delusioni. La storia cominciata il 22 giugno del 1983 resta ancora oggi uno dei grandi misteri d'Italia. Ora Pietro, dopo la chiusura delle indagini da parte della Procura di Roma, chiede giustizia direttamente al Tribunale Vaticano. E infatti da qualche mese la denuncia di scomparsa è sui tavoli della Gendarmeria e del Promotore di Giustizia. "Il fascicolo è aperto ma da allora non è stato fatto niente, non è stato interrogato nessuno", denuncia l'avvocato Laura Sgrò, legale della famigliai. Ma non è l'unico 'binario morto' di questa vicenda. C'è anche una richiesta di vedere Pippo Calò, il boss mafioso attualmente detenuto al 41 bis al carcere di Opera. All'epoca dei fatti, nel 1983, Calò era a Roma, era un personaggio importante. Potrebbe avere informazioni sulla vicenda e lui si è detto disponibile a incontrare Pitro. Però, fa sapere la famiglia, ancora non arriva una risposta. Calò ha quasi 87 anni, vorremmo che questo incontro possa avvenire a breve", dice l'avvocato Sgrò. Emanuela Orlandi, che oggi avrebbe cinquant'anni, scompare verso le 19 del 22 giugno 1983, dopo essere uscita da una scuola di musica. La ragazza è la figlia quindicenne di un messo della prefettura della Casa pontificia ed è cittadina del Vaticano. A maggio dello stesso anno era già scomparsa un'altra ragazza romana, Mirella Gregori e i due casi per qualche tempo furono collegati. Quella che sembrava la comune scomparsa di una adolescente si trasforma in un 'giallo' internazionale che coinvolge in pieno il Vaticano. Il presunto rapimento finisce infatti per intrecciarsi anche con l'attentato di Agca contro Papa Wojtyla. Il Papa intervenne con diversi appelli. La presenza di Emanuela, negli anni, è poi segnalata in diverse località ma le rivelazioni non risultarono mai attendibili. Senza elementi, la prima inchiesta venne chiusa nel luglio 1997. Poi sulla banda della Magliana, che spesso era stata tirata in ballo nella vicenda, siriaccesero i riflettori a giugno 2008 con le dichiarazioni di Sabrina Minardi, compagna di Enrico De Pedis, uno dei capi della banda. Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa dopo essere stata tenuta prigioniera nei sotterranei di un palazzo vicino all'Ospedale San Camillo. Ma neanche su questa pista nonerano emerse prove concrete. Nel 2016 l'archiviazione dell'inchiesta da parte della Procura di Roma, confermata dalla Cassazione.

 

Si parlerà di falso documentale e di tecniche di contrasto alla contraffazione il 22 giugno, nell'ambito di un interessante convegno organizzatodalla Segreteria Provinciale di FSP POLIZIA DI STATO.presso l'auditorium "Zizzi" della Questura di Parma.

Dalle tecniche di stampa e di personalizzazione del documento agli inchiostri ultravioletti e infrarossi, dalla sostituzione di persona al riconoscimento facciale. Tutti temi che con un approccio tecnico pratico saranno al centro del seminario di studi.

L'inizio è previsto per le ore 9,00. L'ingresso è gratuito. Ai partecipanti sarà rilasciato l'attestato di partecipazione.

 

Periti e consulenti giudiziari a Convegno a Roma per cercare un inquadramento comune.

Nel nostro sistema il consulente o perito non è una professione, ma un esperto di fiducia del giudice o delle parti. Ingegneri, medici legali, genetisti, fisici, esperti balistici, chimici e altri professionisti, in caso di necessità sono chiamati nel processo a chiarire aspetti scientifici.

Proprio sulla valenza della prova scientifica ha relazionato il Presidente dell'Associazione Criminologi per l'investigazione e la sicurezza. Partendo dalla giurisprudenza formatasi nell'arco di settant'anni negli USA, sono state trattate le questioni critiche nel panorama giudiziario attuale in Italia.

Infine, è stato tracciato un possibile percorso per trovare, nella frammentazione di una categoria non definita se non nel processo, il minimo comune denominatore della professione.

Per le imprese non è prevista alcuna proroga: dovranno applicare una riforma piuttosto delicata anche se in parlamento giace il testo di un decreto concernente i dettagli attuativi. In più risulta a ItaliaOggi che la Guardia di finanza abbia ricevuto indicazioni di non applicare nessuna proroga di fatto: in pratica dal 25 maggio le aziende che ne erano obbligate, e che non hanno provveduto almeno alla nomina del responsabile della protezione dati, saranno sanzionate. Oltretutto il Garante sta costruendo un database con l'elenco delle imprese tenute alla nomina del nuovo responsabile della protezione dei dati. Non sarà quindi difficile scovare chi non ha adempiuto a tale obbligo. Anche perché, a 7 giorni dall'entrata in vigore del General Data Protection Regulation (Gdpr), il 93% di coloro che hanno risposto, pochi giorni fa, ad un sondaggio di Sas, ha affermato di non essere ancora totalmente conforme al nuovo regolamento.

L'articolo di Italia Oggi su https://www.italiaoggi.it/news/nuove-regole-sulla-privacy-una-partenza-a-ostacoli-2270076

«Fausto Filippone non risultava esser affetto da patologie in genere ed, in particolare, da problemi psichici. Gli accertamenti svolti sinora hanno evidenziato che non esistevano problematiche di rilievo, o che possano giustificare i gesti compiuti, all’interno del nucleo famigliare»: lo riferisce la polizia che ha indetto lunedì a mezzogiorno una conferenza stampa sul caso dell’uomo, suicidatosi ieri dal Cavalcavia della A14, a Francavilla al Mare (Chieti) dopo avere lanciato dallo stesso ponte, una bambina, la figlia Ludovica, di 10 anni Il Corriere della Sera (21.5.2018) a questo proposito ha intervistato anche Azzurra Santoro, la madre di una amichetta di scuola di Ludovica Filippone, la quale racconta: «Era una famiglia normalissima non mi sarei mai aspettata che accadesse una cosa del genere. Il padre era una persona serenissima. Non è vero, come hanno detto, che era una persona imbronciata. I genitori di Ludovica non si stavano separando. Non c’erano segnali strani». «Ludovica - conclude Azzurra Santoro - era una bambina tranquillissima e intelligentissima. Una bimba normalissima, allegra, dolce e sempre sorridente. Mai nessuna tristezza, era adorata dai genitori». Venerdì sera, dopo un concerto a Caramanico, Ludovica e la figlia della signora Santoro hanno dormito insieme a casa di Ludovica. Una serata felice, come tante altre. Poi, a distanza di meno di 48 ore, il tragico epilogo.

Le sanzioni previste dal nuovo Regolamento UE sulla privacy entreranno in vigore a giorni, il 25 maggio 2018. Intanto è all'esame delle Camere un decreto col quale si rivedono ampiamente le disposizioni penali presenti nel Codice per la protezione dei dati personali con l'introduzione di due nuovi reati, concernenti la cessione di rilevanti quantità di dati e l'acquisizione fraudolenta di dati. La formulazione delle nuove fattispecie di reato va ora verificata con la massima attenzione in relazione al principio di tassatività in materia penale tutelato dalla nostra Costituzione, ma anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Trattandosi di materia in cui gli Stati membri hanno un margine di discrezionalità, sono comunque rilevanti i vincoli della normativa europea.

Chi fornisce istruzioni tramite web per costruire armi commette il reato previsto dall'art. 2-bis della legge 895/1967, introdotto nel 2005 in piena emergenza per il terrorismo internazionale nel 2005. Una norma che punisce chi, al di fuori dei casi consentiti, spiega, anche in forma anonima e per via telematica, come si preparano e si usano le armi: da quelle batteriologiche a quelle da guerra, fino ai “congegni micidiali”. E' irrilevante che chi svolge questa particolare “docenza” sia solo un teorico: per lui scatta un reato, di pericolo permanente, che mette in atto una tutela anticipata, punendo non l’uso delle armi ma la semplice divulgazione delle notizie per crearle. Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza n. 1390/2017, confermando una decisione della Corte d'Appello di Roma che aveva condannato ad 8 mesi di reclusione l'amministratore di un sito web che pubblicizzava “bomba facie” e “costruisci un fumogeno”.

Resta penale la norma anti-writers. Resta punibile con la multa e la reclusione chi deteriora palazzi e monumenti o “imbrattano” mezzi di trasporto, palazzi del centro storico o in costruzione o in restauro. La Corte Costituzionale con la sentenza 102/2018 ha considerato inammissibili due ordinanze di rinvio che avanzavano dubbi di legittimità costituzionale dell’articolo 639. Per la Corte costituzionale l’intervento di parziale depenalizzazione non riguarda, infatti, l’ipotesi aggravata che resta un reato previsto dall’articolo 635 del Codice penale se commessa su edifici del centro storico, destinati all’uso pubblico, al culto, in ristrutturazione ecc. In casi analoghi non c’è dunque la disparità di trattamento.

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