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(AICIS) Altro che diritto all'oblio sancito dal Regolamento Europeo sulla Privacy: la Corte di Cassazione nella recentissima sentenza 21362/2018, ha stabilito che i dati e le informazioni della persona sottoposta a indagini penali, restano nella banca dati della polizia, anche in caso di accertamento dell’estraneità ai fatti, per 20 anni dalla data di archiviazione. Con l'unico vantaggio che, dopo i primi dieci anni, la sola tutela i dati saranno visibili ai soli soggetti abilitati. La sentenza analizza per la prima volta il DPR 15/2018 con il quale sono stati attuati i principi del Codice della privacy relativi al trattamento effettuato per ragioni di polizia. Si tratta di norme che tentano un difficile bilanciamento tra l’interesse collettivo alla prevenzione e alla repressione dei reati e alla tutela dell’ordine pubblico e quello individuale alla riservatezza. Secondo la Corte il decreto in questione è in linea con l’articolo 8 della Cedu che, nell’escludere l’ingerenza della pubblica autorità nella vita privata, fa salva però l’ipotesi in cui l’intromissione sia funzionale, in un Paese democratico, alla salvaguardia di alti valori come la tutela dell’ordine pubblico, la protezione dei diritti e della libertà altrui.

I giudici hanno osservato che, in generale la norma per i trattamenti automatizzati fissa dei termini massimi tarati sulla natura del provvedimento o delle attività alle quali si riferiscono. Tuttavia trascorsa la metà del tempo massimo di conservazione, se uguale o superiore ai 15 anni, ai dati possono accedere solo gli operatori abilitati e designati. Su un simile meccanismo, per la verità, il Garante privacy, aveva espresso le sue perplessità. Nel conto c’è dunque l’esigenza di garantire un corretto trattamento e la possibilità, prevista, di ottenere la cancellazione quando viene meno lo scopo che ne ha giustificato la conservazione.

(AICIS) Si dice privacy, ma a quanto pare è solo un'illusione. Chiedetelo a chi fa acquisti con Mastercrd: stando alle notizie diffuse da Boomberg esisterebbe un accordo segreto che avrebbe permesso alla società di Mountain View e ai suoi inserzionisti di tracciare le vendite al dettaglio, quindi "offline" di oltre due miliardi di operazioni di consumatori Usa.
Cosa significa in termini pratici? Semplicemente che, un sistema finanziario che pretende sempre di più a sostituire i pagamenti in contanti con la moneta elettronica, poi è così vulnerabile da rendere possibile la profilazione delle abitudini di vita delle persone utilizzando i dati, nella migliore delle ipotesi, per scopi commerciali.

Sei un carnivoro o un vegetariano? Ti piacciono gli abiti classici o casual? Che libri leggi? Insomma, dimmi cosa compri e ti dirò chi sei, anzi lo dirò alle aziende commerciali pronte ad assecondare o, meglio, a stimolare i tuoi prossimi acquisti. E addio privacy.

Google – secondo le rivelazioni di Bloomberg - avrebbe pagato milioni di dollari per avere i dati da Mastercard e le due società avrebbero discusso anche la divisione di una parte dei guadagni.

Lo scorso anno Google aveva annunciato un servizio chiamato "Store Sales Measurement" spiegando di avere accesso ad "approssimativamente il 70%" delle carte di debito e credito Usa attraverso dei partner, senza però menzionarli.

"Le persone non si aspettano che le cose comprate nei negozi siano collegate a quelle comprate online, non c'è abbastanza informazione ai consumatori su cosa stanno facendo e che diritti hanno", ha detto spiega Christine Bannan, dell'Electronic Privacy Information Center (EPIC). Google però nega tutto.

(Deborah Bottino*) - In occasione del ritorno a scuola dei bambini e delle bambine, sui social networks si è scatenata la gara al bimbo/ bimba più bello/a. Genitori impazziti che postano foto dei loro pargoli sulle principali piattaforme sociali come facebook, twitter e instagram. Da tempo ribadisco la mia contrarietà alla pubblicazione di foto di minorenni sul web per diverse ragioni, tenterò di spiegarvi ancora una volta quanto può essere periglioso e pericoloso avventurarsi sul web senza conoscere i veri risvolti che la rete occulta.

Il consenso negato

In primis, il minorenne non è in grado di poter dare un consenso reale a fronte della cosiddetta presunzione concernente l’incapacità, l’uomo acquisisce la capacità di intendere e di volere in maniera graduale, capacità che è presupposto di un consenso legittimo e dato con coscienza e volontà, pertanto il minore non sarà in grado di comprendere pienamente il significato delle azioni poste in essere giacché non ha raggiunto la maturità intellettuale e pertanto il consenso dato non può essere legittimato, poiché il soggetto è ancora “in costruzione”. Postare una foto che ritrae un minore sul proprio profilo Facebook (e altro) significa integrare gli estremi della lesione al diritto all’immagine. Ergo, il minore non è in grado di scegliere: anche laddove il minore alla domanda “Mamma e papà la postano su facebook, va bene?” e il minore risponde di “si”, quel “si” ai sensi della legge non è considerato un consenso valido.

Quando postate una foto di vostro figlio/a, nipote, cugino/a, fratello/sorella state ledendo i loro diritti.

La privacy

Nonostante Facebook consente l'impiego di numerosi filtri che limitano le visualizzazioni dei post ai soli “amici” il pericolo dato dalla pubblicazione di foto che ritraggono i propri figli, resta elevato. Esporli realisticamente a un numero potenzialmente elevato di amici non limita il rischio reale legato alla pedofilia. La conoscenza dei contatti non è poi così mirata, fra gli amici Facebook possono nascondersi tutta una serie di contatti che passano inosservati e potrebbero avere pensieri o compiere azioni poco ortodosse nei confronti dei bambini. Non solo, non è irrealistico pensare che persone che presentano quadri psicopatologici legati al disturbo parafilico di pedofilia (attenzione il disturbo è diverso dal reato, non esiste il REATO DI PEDOFILIA, esiste IL REATO DI ABUSO SU MINORE, sottile differenza ma molto importante), possano realmente avvicinarsi ai vostri figli avendoli osservati attentamente sui vostri profili. Non pensante che i vostri “amici facebook” siano tutte persone fidate, il disturbo parafilico di pedofilia può essere anche latente, sconosciuto quindi allo stesso pedofilo che può essere a conoscenza o meno di provare impulsi sessuali alla vista di bambini.

La pedopornografia e il deep web

Il concetto di pedopornografia non è un concetto univoco dipende dall’impiego di due parametri: l’infanzia e la pornografia. Questi ultimi sono costrutti sociali che acquisiscono diverse accezioni in base alla cultura dove operano e alle diverse epoche storiche. Il periodo infantile in passato veniva concepito come il periodo prepuberale della vita che precedeva l’età adulta che coincideva con il menarca nelle donne e la comparsa dei primi peli pubici negli uomini, pertanto l’età adulta si misurava sulla base di elementi fisici e biologici. La società contemporanea ha definitivamente superato dati fisici per abbracciare concetti che sono legati all’età del consenso invalido,  considerando l’immaturità psicologica e pertanto vietano relazioni sessuali con adulti finché i soggetti non avranno la capacità di comprendere il valore delle loro azioni e di assumerne le responsabilità. Secondo Jenkins la pedopornografia si suddivide in due sottotipi:

  • Softcore: immagini che mostrano nudità del bambino ma senza attività sessuale

  • Hardcore: immagini che raffigurano attività sessuali in corso

Con l’avvento dell’era digitale la fruizione di materiale pedopornografico si è semplificata, aumenta la velocità di scambio e i sistemi di memorizzazione digitali consentono di conservare una quantità maggiore di materiale. In qualche modo, però, il controllo sociale formale ha permesso di limitare questo scambio creando il cosiddetto effetto del displacement, ossia lo spostamento del fenomeno in una realtà più nascosta del web, il deep web che corrisponde a un insieme di siti web che non possono essere trovati dai motori di ricerca conosciuti, come Google. Vi è, poi, una parte del deep web ancora più occultata denominata Darknet, conosciuta come mezzo ove si realizzano le maggiori attività illegali, dal commercio di droga, armi, alla prostituzione, l’acquisto di documenti falsi finanche la tratta degli esseri umani e perfino i servizi offerti da assassini e da hacker su commissione. L’accesso al deep web è consentito tramite alcuni portali come Tor e Freenet che offrono il completo anonimato, scena principale per il commercio di materiale pedopornografico. I reati associati alla pedopornografia sono la produzione, la distribuzione e il possesso. Molti possessori di materiale pedopornografico reclamano la depenalizzazione del reato di possesso, giacché secondo questi ultimi il reato sarebbe senza vittima pertanto gli unici soggetti a porre in essere il reato di pedopornografia sarebbero coloro che producono il materiale.
Seppur i fruitori non partecipino attivamente all’assalto sessuale, costituiscono la domanda per questo tipo di materiale e di conseguenza incentivano la produzione di materiale. Gli utilizzi principali del materiale pedopornografico sono:

  • Stimolazione dell’eccitazione sessuale e della gratificazione: le immagini sono usate come sussidio masturbatorio.

  • Accettazione e giustificazione del comportamento pedofilo: immagini assumono un ruolo di normalizzazione del comportamento pedofilo

  • Abbassare l’inibizione del bambino nel processo di grooming: immagini usate per sedurre la vittima dimostrando che i rapporti sessuali tra adulti e bambini siano abituali e che ne scaturisca divertimento

  • Conservazione della giovinezza: i pedofili tendono a essere interessati solo ai bambini di una certa età, quando il bambino cresce perdono il loro interesse.

  • Ricatto per il silenzio della vittima: il ricatto di mostrare le foto ai familiari e agli amici costringono la vittima al silenzio

  • Impiego di materiale come valuta: i collezionisti scambiano il materiale in base a un valore ben specifico

  • Informazioni sui bambini maggiormente vulnerabili: materiale può essere scambiato per ottenere informazioni sui bambini che possono essere adescati

  • Profitto: la pedopornografia produce annualmente un computo elevato.

Il materiale scambiato nel deep web assume una specifica classificazione:

  • Non nudo: i bambini sono vestiti, gli indumenti possono riguardare anche biancheria intima o costume da bagno

  • Softcore: nudità completa o area pubica scoperta ma senza attività sessuale

  • Hardcore: attività sessuale tra bambino e adulto o tra bambini o un solo bambino. Queste attività riguardano la masturbazione, rapporto orale/vaginale/anale, il tocco sessuale di genitali e ano e l’eiaculazione sul corpo del bambino.

  • Hurtcore: questo tipo di classificazione è quella estrema: bondage, sculacciate, sadismo, tortura. Qui rientrano i cosiddetti snuff movie ove il bambino viene ripetutamente violentato e portato alla morte (Justè Neverauskaitè, Il deep web e la pedopornografia.)

Le immagini postate su Facebook possono essere prelevate e commercializzate nel deep wep alla vostra insaputa. Se postate le foto dei vostri bambini su Facebook, sappiate che state seriamente andando incontro a un pericolo reale e mettete a rischio la sicurezza dei vostri bambini. La rete non è un mondo protetto e sicuro, l’abbattimento delle barriere conduce, inesorabilmente verso una minor protezione; lo smartphone non è un giocattolo e a maggior ragione è pericolosissimo darlo in mano a un bambino. Posso comprendere, però, che se sono già gli adulti a essere spregiudicati nell’uso del web non mi meraviglio che possano consegnare nelle mani dei propri figli una vera e propria arma. La protezione dei vostri bambini spetta a voi, loro non sono in grado di decidere: sarete in grado di proteggerli da voi stessi?

* Criminologa

(AICIS) Quando la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell'attività investigativa non abbia voluto presentarsi al difensore, il pubblico ministero, su richiesta del difensore stesso, ne dispone l'audizione che fissa entro i successivi sette giorni. L'audizione si svolge alla presenza del difensore che per primo formula le domande. Anche con riferimento alle informazioni richieste dal difensore si applicano le disposizioni dell'articolo 362 c.p.p. Secondo la Cassazione penale (Sez. II,13 dicembre 2017, n. 56688), però, la richiesta rivolta al pubblico ministero di disporre l'audizione della persona informata su fatti di interesse per l'investigazione del difensore, che si sia avvalsa della facoltà di non rendere dichiarazioni, deve però indicare le circostanze in relazione alle quali si vuole che la persona sia sentita e le ragioni per le quali si ritiene che esse siano utili alle indagini, con la conseguenza che, in difetto di tali indicazioni, il pubblico ministero non ha l'obbligo di provvedere.

(dr. Andrea Pierleoni*) - Nell’ambito del fenomeno migratorio che vede l’Italia in uno dei principali Paesi coinvolti, è interessante soffermarsi brevemente sui concetti di multiculturalità, integrazione visti sotto la lente dell’identità personale, culturale, etnica e sociale, con le differenze che ne conseguono.

I numeri ci dicono che in conseguenza degli sbarchi via mare sulla rotta mediterranea, la stragrande maggioranza sono irregolari per cui si tenta di analizzare il fenomeno dell’immigrazione e dei problemi che ne derivano: integrazione, clandestinità e criminalità che vanno ad incidere sulla percezione della sicurezza da parte dei cittadini autoctoni nonché sull’operato che il Personale delle Forze di Polizia svolge per garantire la sicurezza.

Operato che talvolta viene messo in discussione dagli stessi operatori quando si domandano se l’attività svolta nei confronti degli immigrati, specie irregolari, sia un’attività inutile lasciando perciò spazio a sentimenti di sfiducia, disillusione, frustrazione. Un esempio si ha quando dopo aver rintracciato un clandestino irregolare sul Territorio Nazionale ed aver lavorato per ore per la compilazione degli atti di rito, lo stesso clandestino viene “invitato” a presentarsi l’indomani presso l’Ufficio Stranieri della Questura…

Il personale delle Forze di Polizia chiede di avere segnali precisi in merito a sicurezza e certezza della pena. L’Italia è un Paese strano. Un Paese capace di stupire, nel bene e nel male. Un Paese capace di grandi reazioni in situazioni difficili e nello stesso tempo capace di smarrire con facilità le linee guida del proprio futuro.

È anche un Paese con la memoria corta. Un Paese che dimentica presto i problemi per poi prendere dei provvedimenti sotto la spinta dell’emergenza e senza una visione di lungo periodo. Invece, e questo vale soprattutto in tema di sicurezza, c’è bisogno di una attenta programmazione.

E la programmazione assume un ruolo determinante. Ogni “impresa” umana, sia essa individuale o collettiva, privata o pubblica, inizia sempre con un disegno, un progetto od un’idea. Dalla più piccola economia domestica ai grandi complessi industriali, è necessaria una valutazione predittiva che consenta di preventivare contenuti, strutture, metodi e risultati. Definire a tavolino un accurato planning su come impostare la “politica della sicurezza” è un’impresa che non fa eccezione ed anzi in essa occorre fare maggiore attenzione per evitare danni e garantire il più alto rendimento.

È certamente un’impresa produttiva con il più alto indice di investimento dove si gioca il futuro delle comunità umane: è per questo che tutti i soggetti coinvolti nella filiera della sicurezza, prima ancora di agire, devono programmare.

Prendendo spunto da alcune parole del prof. Silvano Federici (Pedagogista del XX secolo (Fossombrone 24/3/1932 – Milano 9/3/1990). possiamo affermare che oggigiorno tutti coloro che operano per garantire la sicurezza, non hanno solo il tradizionale compito di “trasmettitori” della cultura della sicurezza, bensì anche quello certamente non trascurabile di “elaboratori e promotori” della cultura stessa. Per questo ad essi viene richiesto un nuovo ruolo, diverso: di essere “professionisti della sicurezza” e non solo meri esecutori. E le peculiarità di un professionista sono competenza a programmare e valutare, oltre che ad eseguire. Federici afferma che “…non si può elaborare cultura e meno ancora promuoverla senza una chiara e massimamente pianificazione dell’intervento: occorre leggere la situazione per conoscerla, comprenderla, interpretarla e modificarla.”

Perché la sicurezza è un bene durevole e richiede una programmazione di lungo periodo ed ora, all’ordine del giorno, c’è l’immigrazione clandestina. Ecco quindi che la programmazione ricopre un aspetto importante, fondamentale nell’attività di un professionista oltre che essere, come già detto, una caratteristica fondamentale della propria professionalità.

È un tema importante e delicato; che genera insicurezza e che divide a livello politico ed ideologico. Un tema, attuale ed importante, anche alla presenza di una recrudescenza di reati commessi e quindi di detenuti (il 38%) legato a stranieri irregolari.

Il problema del contrasto all’immigrazione clandestina è mal posto. Una situazione di peso sullo Stato italiano mentre dovrebbe essere affrontata dalla Comunità Europea, “ente” (fantasma) deputato ad affrontare e risolvere il problema dell’immigrazione con una valida offerta da offrire a chi fugge da guerre e carestie.

Infine fermezza (leggasi certezza della pena) nei confronti di chi arriva in Italia per delinquere.

L’immigrazione va regolata e… governata sotto ogni aspetto, soprattutto umano, non disgiunto dalla sicurezza. Senza riforme all’apparato delle Forze dell’Ordine o all’ordinamento penitenziario. Il cittadino chiede allo Stato, sicurezza e adeguate certezze delle pene di chi commette reati.

Ciò è possibile con progetti a lungo termine per garantire legalità sul nostro territorio.

(*) criminologo investigativo, esperto in sistemi di prevenzione del crimine, analisi della scena del crimine, processi criminali e sociologia della devianza.

® Proprietà letteraria riservata

(Andrea Pierleoni*) Lo scorso 21 marzo Zuckerberg dichiarava che in merito agli account violati, egli considerava un grave errore, forse il più grande di sempre, il fatto di essersi fidato della Cambridge Analytica. Ma Zuckerberg, oltre che chiede scusa, lancia l’allarme: «possibilità che ci utilizzino ancora per influenzare le elezioni».

Certamente scusarsi pubblicamente per l’accaduto e promettere che tutto ciò non accadrà di nuovo è poco: se un errore c’è stato è giusto che si paghi pegno! Zuckerberg dice che «c’è molto lavoro da fare per rendere più complicato l’interferire nelle elezioni, impedendo ai troll e ad altri di diffondere fake news», arrivando prevedere che «qualcuno tenterà di interferire anche nelle elezioni di medio termine» del 2018 negli USA. Questo appare in contrasto con quanto dichiarato dopo le elezioni americane del 2016, quando sosteneva che era folle il fatto che le fake news pubblicate sulla piattaforma Facebook avessero potuto determinare l’elezione di Trump.

A Fossombrone, il 9 dicembre 2017, Sistema Critico – in collaborazione con AICIS – aveva realizzato un incontro pubblico dal titolo “Analisi del rapporto tra verità e post-verità in relazione al dilagante fenomeno delle fake news”durante il quale il giovane e brillante studente universitario Simone De Luca illustrava il “Russia-gate”, anticipando come la Russia avesse potuto influenzare le elezioni americane, dopo che Zuckerberg accertò che hacker russi crearono un elevato numero di account falsi per essere utilizzati durante la campagna elettorale per “pubblicizzare” la figura di Trump a discapito della rivale Clinton.

Secondo le rivelazioni di una fonte ritenuta dai media più che attendibile e se ciò che è venuto alla luce di questi giorni fosse vero, pare siano sono stati profilati i dati di tantissime persone (circa 50.000.000 di profili rubati da Facebook?) e su quei dati calibrata la campagna elettorale. In altre parole quei dati potrebbero essere stati utilizzati per influenzare le elezioni USA e, non è escluso, anche in continenti.

Lo scandalo che vede coinvolti Facebook e Cambridge Analytica, una azienda inglese di analisi di big-data, deve far riflettere sul fatto che le comunicazioni e la società sono sempre più interagenti con gli algoritmi che, un po’ come i Bitcoin, non si sa chi li crea e per cosa vengono utilizzati. La Cambridge Analytica è nata nel 2013 per volere dell’imprenditore-miliardario Robert Mercer, colui che ha finanziato il sito d’informazione di estrema destra Breitbart-News, il cui direttore è Steve Bannon, ossia il consigliere ed ex stratega di Trump in campagna elettorale ed alla Casa Bianca. Bannon è stato vice presidente e segretario della Cambridge Analytica, specializzata nel raccogliere infinite quantità di dati presenti sui social network e forniti più o meno inconsapevolmente dagli utenti stessi.

Cliccando su “Mi piace” o apponendo un post sulle conversazioni in cui vengono lasciati il maggior numero di commenti, il luogo da cui si condividono i contenuti, inconsapevolmente si forniscono dati ai social. Poi grazie a sofisticati algoritmi, tutte le informazioni vengono elaborate generando profili calibrati su ogni singolo utente. È come la psicometria applicata alla psicologia: un metodo necessario allo studio dei comportamenti e misurazione delle abilità e delle caratteristiche della personalità di una persona. Pertanto maggiori sono i “mi piace”, i tweet, i post, le immagini ed ogni altro contenuto rilasciato sui social, maggiori sono le possibilità che gli stessi vengano analizzati e più dettagliato sarà il profilo psicometrico di ogni utente. È fenomeno di vero e proprio “spionaggio sociale”, facilitato dal fatto che l’iscrizione ai social (Facebook, Instagram, Twitter, ecc.) sono del tutto gratuite ed estremamente facilitate. L’iscrizione si “paga” nel momento in cui l’utente rilascia un post od un “mi piace”. Quindi il denaro altro non è che le informazioni rese più o meno volontariamente, ogni giorno sui social: fotografie, luoghi visitati, condivisioni di informazioni, commenti a conversazioni particolarmente “affollate”, like, amicizie ecc. Ogni informazione contribuisce a profilarci e l’iscrizione non si paga perché le aziende di broker-dati guadagnano molto di più con le nostre informazioni piuttosto che con i proventi del canone; oltretutto il numero di utenti sarebbe notevolmente inferiore qualora la registrazione fosse a pagamento.

L'esame del DNA non è infallibile, e l'errore potrebbe avere conseguenze dannose.

E' quello che è successo a un minore che, a causa di un errore nell'esame del Dna ha considerato, per alcuni anni, come suo padre un uomo che non lo era. Così, la Corte di cassazione, con la sentenza 20835/2018 ha riconosciuto al ragazzo un risarcimento di 47 mila euro per danno da “perdita del rapporto parentale”(che la giurisprudenza tipicamente riconosce in caso di decesso del congiunto). L'errore era stato commesso da un medico che aveva sbagliato ad eseguire un primo esame sul Dna identificando come padre un uomo con il quale la madre del bambino aveva avuto una relazione. Due anni dopo però il test era stato ripetuto, accertando che l’ex della signora non era il genitore naturale. Con l'occasione, la Cassazione ha ricordato che il danno conseguente alla lesione del rapporto parentale scatta a prescindere da un legame di sangue. Basta l'esistenza di un vincolo di affetto, di consuetudine, di vita e di abitudini che susciti quel sentimento di protezione e di sicurezza tipico del legame padre-figlio. E il danno c'è qualunque sia la causa che interrompe il rapporto, e non solo in caso di morte del genitore.

Fino a che punto si può spingere il controllo dell'investigatore privato sull'attività lavorativa dei dipendenti? La risposta al quesito è contenuta nell'ordinanza della Corte di Cassazione n. 15094 dell'11 giugno 2018. Secondo il Collegio “è giustificato l’intervento dell'investigatore solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e per l’esigenza di verificarne il contenuto, anche laddove vi sia un sospetto o la mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione (conformi: Cass. n. 3590 del 2011; Cass. n. 15867 del 2017); né a ciò ostano sia il principio di buona fede sia il divieto di cui all’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ben potendo il datore di lavoro decidere autonomamente come e quando compiere il controllo, anche occulto, ed essendo il prestatore d’opera tenuto ad operare diligentemente per tutto il corso del rapporto di lavoro (cfr. Cass. n. 16196 del 2009; per la legittimità del controllo datoriale a mezzo di agenzia investigativa in caso di mancata registrazione della vendita da parte dell’addetto alla cassa di un esercizio commerciale ed appropriazione delle somme incassate v. Cass. n. 18821 del 2008)”.

Insomma, le agenzie investigative, per operare lecitamente, non devono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria. Sulla prestazione del lavoratore, la vigilanza è riservata, dall’art. 3 dello Statuto, direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori. Infatti, gli artt. 2 e 3 della legge n. 300 del 1970 delimitano, a tutela della libertà e dignità del lavoratore, in coerenza con disposizioni e principi costituzionali, la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi, e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale (art. 2) e di vigilanza dell’attività lavorativa (art. 3). Ciò non esclude che il controllo delle guardie particolari giurate, o di un’agenzia investigativa, non possa riguardare, in nessun caso, né l’adempimento, né l’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera, essendo l’inadempimento stesso riconducibile, come l’adempimento, all’attività lavorativa, che è sottratta alla suddetta vigilanza, ma deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione (Cass. n. 9167 del 2003);

Inoltre, il divieto di controllo occulto sull’attività lavorativa vige anche nel caso di prestazioni lavorative svolte al di fuori dei locali aziendali, ferma restando l’eccezione rappresentata dai casi in cui il ricorso ad investigatori privati sia finalizzato a verificare comportamenti che possano configurare ipotesi penalmente rilevanti (come l’esercizio durante l’orario lavorativo di attività retribuita in favore di terzi su cui v. Cass. nn. 5269 e 14383 del 2000). E' legittimo il controllo demandato all’agenzia investigativa che non abbia ad oggetto l’adempimento della prestazione lavorativa espletato al di fuori dell’orario di lavoro, come nel caso di verifica sull’attività extralavorativa svolta dal lavoratore in violazione del divieto di concorrenza, fonte di danni per il datore di lavoro (Cass. n. 12810 del 2017) ovvero nel caso di controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio, da parte di un dipendente, dei permessi ex art. 33 legge n. 104 del 1992 (Cass. n. 4984 del 2014);



Per la validità dell'esame grafologico la disponibilità dell'originale del documento è necessario solo per rilevare l'incidenza della pressione esercitata dal redattore sul supporto cartaceo. Per il resto bastano le fotocopie. Lo ha stabilito la Cassazione Civile che, con sentenza n. 711 del 15 gennaio 2018 in un giudizio in materia di validità del testamento. La Corte ha statuito che: “Il giudizio di verificazione di un testamento olografo deve necessariamente svolgersi con un esame grafico espletato sull'originale del documento per rinvenire gli elementi che consentono di risalire, con elevato grado di probabilità, al reale autore della sottoscrizione, tuttavia una volta verificati sul documento originale i dati che l'ausiliario reputi essenziali per l'accertamento dell'autenticità della grafia (ad es. l'incidenza pressoria sul foglio della penna), il prosieguo delle operazioni può svolgersi su eventuali copie o scansioni, e ciò a prescindere dal fatto che l'originale sia stato prodotto da una delle parti

 

Basta l'impronta di un solo dito e la prova è conseguita. In questo senso si è espresso il Tribunale di Bari nella sentenza del 14 aprile 2015, in un caso nel quale il castello accusatorio si fondava su una sola impronta utilizzata per attribuire la responsabilità all'imputato. “Il risultato delle indagini dattiloscopiche”ha stabilito il Tribunale di Bari - offre piena garanzia di attendibilità e può costituire fonte di prova senza elementi sussidiari di conferma anche nel caso in cui esse siano relative all'impronta di un solo dito, purché evidenzino almeno sedici o diciassette punii caratteristici uguali per forma e posizione. La predetta verifica è dotata di piena efficacia probatoria poiché fornisce la certezza che la persona in relazione alla quale è stata effettuata su trovava sul luogo di commissione del reato, per cui, legittimamente, in mancanza di giustificazioni su tale presenza, viene utilizzata dal giudice ai fini del giudizio di colpevolezza”.

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