• (+39) 339.1573003
  • info@criminologiaicis.it

Per la legge sulla Privacy siamo all'ultimo atto anzi, al penultimo, visto che poi si aprirà la stagione dei controlli, ai quali l'Autorità Garante dei dati personali ha già dato un leggero input. Il nuovo provvedimento, che integra la disciplina del Regolamento Europeo - già in vigore dal 25 maggio 2016 e operativo il 25 maggio di quest'anno – completa una disciplina molto estesa che prevede nuovi obblighi per tutti i soggetti che trattano dati personali.

Parliamo dunque soprattutto delle imprese, ma anche delle associazioni ed in generale degli Enti.

Ora il quadro normativo è completo e non ci sono più alibi per le aziende”, ha dichiarato su La Repubblica Francesco Modafferi, dirigente dell'Autorità Garante Privacy che si occupa proprio dell'adeguamento alla nuova normativa. Però per le PMI le notizie sono buone: il decreto assegna al Garante stesso il compito di promuovere le linee guida per fissare modalità di adeguamento semplificate ad hoc per loro. Certo l'Autorità, in questi primi otto mesi, nell'erogare le sanzioni, “terrà conto del fatto che siamo in una fase iniziale di attuazione”, ma con una metafora calcistica, lo stesso Modafferi ha raffreddato gli entusiasmi di chi spera in un rimando sine die dei controlli: “Adesso le regole sono complete e l’arbitro può fischiare il calcio d’inizio”, ha affermato. L’arbitro in questione è appunto il Garante Privacy, che disporrà presto ispezioni ed eleverà sanzioni. Anche se per la verità “Restano da fare ancora alcune regole di secondo livello, da parte del Garante Privacy, come previsto dal decreto”, ha ammesso Modaferri.

Secondo “Agenda Digitale” tuttavia i controlli della Guardia di Finanza partiranno invece già da questo mese (si tenga conto che il d.lgs. 101 entrerà in vigore il 19 settembre) e riguarderanno in primis le aziende e le Pubbliche Amministrazioni, selezionate in base ai criteri fissati dall’Autorità Garante, per la verifica della conformità e il rispetto delle prescrizioni del Regolamento UE 2016/679 (GDPR). Nel secondo semestre 2018 ammontano a ottanta le attività ispettive programmate dall’Ufficio del Garante sulla base del protocollo d’intesa stipulato con la Guardia di Finanza il 10 marzo 2016. Il documento fissa i principi e i criteri alla base dell’attività ispettiva della GdF presso amministrazioni pubbliche e aziende che effettuano il trattamento di dati, o presso le quali occorre effettuare rilevazioni comunque utili al controllo, nei confronti di soggetti non necessariamente individuati sulla base di reclami o segnalazioni già copiosamente fatti pervenire all’Autorità Garante.

(Deborah Bottino) Il nostro codice di procedura penale prevede la possibilità di eseguire la perizia psichiatrica sul soggetto imputato (e non solo) laddove sia necessario determinare l’assenza o la diminuzione della capacità di intendere e di volere in ossequio all’art. 89 c.p.. Non si esprime altrettanto positivamente in merito ad un’altra forma di perizia, la cosiddetta perizia criminologica. Partendo dal dato positivo in analisi ossia l’art. 220 c.p.p. che sancisce il divieto di effettuare sul soggetto una perizia volta a stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche”.[1] Il dato letterale che è ricavabile dall’interpretazione del citato comma II dell’art. 220 c.p.p. delinea una definizione che non riceve una critica positiva da parte della dottrina, viene considerata parziale, riduttiva o eccessiva (quindi assume considerazioni contraddittorie) ma l’analisi deve essere operata su questa nozione, giacché la norma codicistica non consente interpretazioni estensive. La perizia criminologica ha l’obiettivo di indagare l’abitualità nel reato, la professionalità, la tendenza a delinquere, ergo, redigere un quadro di personalità e di carattere per impiegarla solo nella fase esecutiva, quando si deve individuare come svolgere la pena o che misura di sicurezza applicare. Il legislatore, invece, si è prodigato contro questa possibilità, imponendo un divieto nel poter utilizzare questa tecnica di analisi psicologica. La ratio del legislatore nell’imporre il divieto può essere individuata, in primis nel pericolo di lesione della libertà morale dell’imputato che è riscontrabile nell’esame psicologico effettuato sul soggetto; secondo alcuni autori attuare in un processo un esame volto a elaborare un quadro personologico del soggetto sarebbe lesivo della sua dignità, giacché da una parte il soggetto sarebbe spinto velatamente a esporre una confessione, che ovviamente sarebbe indotta e non volontaria, e dall’altro lato si delinea il rischio di cedere ai pregiudizi creati da precedenti o aspetti particolari del carattere dell’imputato che potrebbero condizionare il modus iudicandi dell’organo giudicante. In sostanza, questa tipologia di perizia può condurre il giudice a giudicare non solo sulla base dei fatti inerenti al caso de quo ma sul profilo dell’imputato che viene tracciato da valutazioni psicologiche con l’ulteriore rischio che il giudice nell’ambito della stesura delle motivazioni possa fare ricorso agli esiti di questo esame con il fine di attribuire il reato al soggetto o di identificare il movente; inoltre queste valutazioni psicologiche vanno a violare l’abisso profondo dei segreti che appartengono al passato dell’imputato. In secondo luogo la bassa affidabilità degli esiti dei risultati psicologici e la complessità dell’esecuzione della perizia, difatti molti autori asseriscono che il sapere psicologico sia contro-intuitivo, in opposizione al senso comune e spingendo il giudice a valutare erroneamente ciò che gli viene mostrato. L’autore Eramo afferma che il diritto penale che accetta di introdurre indagini sulla personalità del soggetto è definito come “diritto penale interiore”, protagonista in quei sistemi che poggiano le fondamenta su elementi soggettivi, laddove domina l’esaltazione dell’elemento spirituale ossia le intenzioni. È un diritto penale che ha come obiettivo quello di punire i pensieri più nascosti della persona, estorti in maniera violenta ovvero fraudolenta con l’ausilio della tortura, della narco-analisi, la macchina della verità o altri strumenti del genere. L’obiettivo principale è quindi la “repressione del dissenso” senza il bisogno di prove oggettive, dando importanza al potenziale e non alla condotta criminosa che va a ledere il principio, appartenente al diritto penale moderno, nemo patitur cogitationis poenam, brocardo che indica che niuno può essere punito per il semplice pensiero finchè questo non si traduca in azione materiale.[2] In terzo luogo, si esplicita una difficoltà nel mettere in atto un’indagine psicologica, che non può non considerare l’atteggiamento del soggetto, ove è necessaria una stretta collaborazione e proprio per questo motivo la sua riuscita può essere compromessa, o per una collaborazione scarna da parte del soggetto o per una collaborazione eccessiva, che lo condurrebbe a dipingere un ritratto di sé che non corrisponde alla realtà, simulando un carattere che non gli appartiene.

La scelta del legislatore, come già ricordato precedentemente, non è stata abbracciata pienamente da dottrina e giurisprudenza, è nato difatti un dibattito che trova le sue radici in tempi reconditi.

 

 Le origini del divieto di perizia criminologica: dal Codice del 1930 al Codice di Rito 

Il codice di procedura di penale del 1930 disciplinava il divieto di perizia criminologica all’art. 314, II comma, prescrivendo una “clausola di sbarramento” pretesa dagli esponenti della Scuola Classica, il divieto di «perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere la qualità psichiche anche indipendenti da cause patologiche» (art. 314, co. 2, c.p.p.). La locuzione è stata riportata in tal modo nell’attuale codice di rito. Bisogna osservare che la sistematica processual-penalistica, all’epoca, mancasse di concordanza rispetto alla sistematica di diritto penale sostanziale, la quale era favorevole alle valutazioni psicologiche dei fatti illeciti e degli autori; il legislatore del 1930 conosceva molto bene gli assunti della Scuola Positiva, ciò si evidenzia in maniera particolare nel Libro I del Codice Penale, intitolato “Dei reati in generale” rivolto al reo e alla persona offesa, che differenzia e separa l’imputabilità dalla colpevolezza, che funge da preambolo all’apparato sanzionatorio incentrato sul c.d. doppio binario. Pertanto la perizia era ed è ammessa solo nei casi in cui l’imputato presenta anomalie psicologiche che derivano da stati patologici. Si delinea un paradosso che si insinua nell’assetto normativo e che giunge fino all’attuale impianto normativo che da un lato obbliga il perseguimento di certi obiettivi, ma dall’altro preclude l’ausilio di quegli strumenti atti a raggiungere certi obiettivi giacché il legislatore dell’epoca era diffidente della c.d. “psicologia del profondo” presumendo che il giudice in qualità di peritus peritorum avesse capacità e conoscenze tali da non richiedere l’avvalersi dell’assistenza di esperti del settore, una contraddizione pura di fondo non risolta nemmeno dalle successive riforme.

L’avvento della Costituzione pone le spinte necessarie a una riforma del processo penale, ergo anche sul tema della perizia criminologica. La dottrina guarda con favore agli strumenti proposti dalla medicina forense, dalla psicologia e dalla psichiatria, percepiti come mezzi atti a coadiuvare il giudice. L’orientamento che prevale auspica proprio alla caduta del divieto o almeno a una riforma valida che riformi l’intero istituto. La dottrina cattolica, anche se minoritaria ma comunque molto influente, ha avuto la meglio sulle spinte innovatrici e riformiste in merito alla perizia criminologica poiché secondo quest’orientamento si sarebbe rischiato di comprimere la libertà morale e la dignità dell’uomo inducendolo a una confessione forzata e ascrivendogli il reato sulla base di una sorta di anamnesi criminale. La prima riforma del codice di procedura penale vede la sua luce nel 1955 con un’apposita legge di modifica che interessa anche l’art. 314 c.p.p. ma solo sui profili procedurali, senza toccare il divieto.[3] Successivamente, sulla scia del progetto di stesura di un nuovo codice di procedura penale, l’orientamento innovatore riprende a farsi sentire proprio all’interno del Parlamento che approva una prima delega legislativa che prevede il testo di “riordinamento dell’istituto della perizia medico-legale, psichiatrica e criminologica”, che si propone di mettere in atto una spinta verso una considerazione maggiore per la perizia psicologica e il suo presunto apporto positivo al processo, per l’applicazione di una pena commisurata al reato e a maggior tutela per il diritto di difesa dell’imputato; anche se questo progetto di riforma non trova un esito positivo, si matura una maggiore fiducia nei confronti della psicologia come mezzo in grado di aiutare il giudice per avere un quadro della personalità aldilà dell’ambito patologico, ergo tutti i presupposti per la legittima entrata della perizia psicologica nelle dinamiche processuali, ma tenendo in considerazione il momento in cui collocarne l’utilizzo giacchè avrebbe dovuto essere funzionale alla sanzione, ergo applicabile solo alla fine del dibattimento. Nella seconda legge di delega risalente al 1986, l’ipotesi del “giudizio di personalità dell’imputato” vede il suo momento di collocazione in ogni stato e grado del processo per conoscere meglio il soggetto, ergo un’analisi sulla personalità finalizzata alla tutela dello stesso che consenta alla difesa di reperire elementi probatori necessari a una più corretta ricostruzione dei fatti, anche questo progetto si riduce a un fallimento, l’Assemblea parlamentare preposta alla revisione la ritiene rischiosa e ravvede un pericolo concreto per la violazione di diritti costituzionali. Queste esperienze riportano il legislatore sulla vecchia strada e, dunque, a riconfermare il divieto trasfuso nell’ex novo art. 220 c.p.p. lasciando irrisolta la diatriba nata in precedenza.[4] Il dibattito si riapre negli anni 90, successivamente alla L. Cost. del 23 novembre 1999 n.2 che vede l’introduzione delle norme del c.d. “giusto processo”, concedendo garanzie più ampie all’imputato per difendersi ricorrendo a qualsiasi mezzo di prova. Alla luce di queste modifiche, di queste maggiori garanzie di difesa all’imputato, i fautori della perizia criminologica risollevano la questione dell’ammissibilità facendo leva sul fatto che la norma costituzionale non può tollerare un divieto apposto dal legislatore ordinario, poiché quest’orientamento parifica la perizia psicologica a mezzo di prova per l’utilizzo da parte dell’imputato, ergo con accezione positiva e non come lesiva nei suoi confronti. Sulla scia di quest’orientamento prende vita una nuova proposta di legge avanzata dal senatore Siniscalchi con lo scopo di abrogare il divieto di cui all’art. 220 c.p.p.. Questa proposta è un frutto di una rinnovata e profonda fiducia verso la psicologia giuridica e verso la criminologia, ormai scienze accreditate, dotate di metodo verificabile e controllabile. Davanti a questo quadro non è più possibile formulare opposizioni a queste discipline circa la loro completa maturazione, poiché, si sostiene che le garanzie sui risultati dati da questo strumento hanno raggiunto la certezza, dunque questi timori sarebbero infondati. La proposta Siniscalchi introduce una riforma mitigata al semplice accesso delle relazioni peritali scientificamente valide senza però consentire uno sconfinamento nell’aerea di competenza riservata alla verifica degli elementi di prova acquisiti e vagliabili dal giudice in ossequio all’art. 192 c.p.p., difatti il giudice, secondo la nuova proposta, avrebbe potuto disporre della perizia psicologica laddove ritiene la sua necessità come disciplinato dal primo comma dell’art. 220 c.p.p. e i risultati vagliati ai sensi dell’art. 192 c.p.p., per valutare la consistenza dell’accusa ma con un limite sostanziale ossia che tali risultati non potrebbero essere impiegati nella motivazione per ascrivere il fatto delittuoso all’imputato. In linea teorica questa proposta sembrerebbe ricevere il favore di molti operatori del diritto, in quanto conforma una legge ordinaria alle modifiche apportate alla Legge Fondamentale, inoltre rassicura coloro che temono la perizia psicologica come strumento poco garantista nei confronti dell’imputato. Nonostante queste premesse positive, anche questo progetto finisce per arenarsi per una ragione non esplicita ossia che non è tanto il processo penale a temere la psicologia, ma il giudice che rivendica ancora la figura protagonista e che si vede sottrarre poteri. Sono proprio gli stessi giudici che alimentano questa preoccupazione e ne trovano anche la soluzione, avallando la fondatezza del divieto. [5]

La giurisprudenza della Suprema Corte e della Corte Costituzionale

La Suprema Corte si esprime favorevole al divieto ribadendolo in una sentenza datata 13 settembre 2006, la n.30402 in cui conferma l’inammissibilità di accedere a una perizia criminologica nel corso del processo, precisando che il divieto in ossequio all’art. 220, II comma c.p.p., mette in atto un effetto espansivo, in quanto mette in pratica l’inutilizzabilità della perizia a entrambe le parti coinvolte nel processo, dando solo la possibilità di disporre di perizie volte ad accertare l’assenza o diminuzione della capacità di intendere e di volere e al giudizio di pericolosità sociale, il divieto trova la sua ratio nella tutela dell’imputato per non spingerlo a una confessione indotta. La Corte, dunque, conferma il divieto e ne ribadisce l’indole positiva dello stesso posto a tutela dell’imputato, avvalorando quella storica sfiducia nei confronti della psicologia.[6]

Dal canto suo anche la Corte Costituzionale viene chiamata in causa per stabilire la legittimità costituzionale dell’art. 220, II comma in ben due occasioni: la prima volta la questione di legittimità costituzionale viene sollevata dell’art. 314, comma II c.p.p ritenendo il divieto in contrasto con la funzione rieducativa e risocializzante ai sensi delll’art. 27, comma III cost. Il giudice a quo, premettendo che ai sensi dell’art. 133 c.p. per determinare la misura della pena si deve tenere conto del dolo, del grado della colpa e dei motivi che spingono a delinquere e del carattere del reo, asserisce di “non essere in grado di procedere all’effettivo accertamento del complesso di tali elementi non essendo un esperto di psicologia” e la necessità di disporre di una perizia che di fatto risulta vietata. Inoltre, lo stesso, aggiunge che il divieto è solo il frutto di un atteggiamento diffidente e ingiustificato verso la psicologia che in sostanza lede il principio costituzionale sopracitato, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione, ergo il giudice deve usufruire di tutti i mezzi adatti a individuare una pena commisurata al soggetto. Il giudice ad quem rigetta la questione, servendosi di una spiegazione di mera formalità circa la sussistenza positiva del divieto, precisando che il legislatore ha provveduto a dare seguito alla funzione emendatrice della pena, giacché riporta l’opportunità di usufruire di un esame caratteriale dell’imputato. La ratio del legislatore si impronta su una scelta discrezionale che non può essere oggetto della questione di illegittimità. La Corte Costituzionale, questo è necessario ricordarlo, non si pone, però, in totale sfiducia verso l’entrata delle scienze psicologiche nel processo penale, precisando che la diffidenza del legislatore possa essere considerata opinabile al fronte degli studi moderni e dei passi in avanti compiuti dalle scienze empirico-sociali. Il secondo episodio che ha visto la Corte Costituzionale investita nella sua funzione di controllo di legittimità costituzionale per esprimersi nuovamente sulla materia, la questione riguarda l’art. 314, comma II, c.p.p. per violazione a ben tre principi costituzionali, art. 24, II comma, Cost. e l’art. 27, III comma, Cost. nonché l’art. 3 Cost. Si parte da un tentativo di chiarire se il divieto può considerarsi lesivo del diritto di difesa, giacché ostacola l’imputato di poter procurarsi gli elementi di prova decisivi per la sentenza finale, altresì in contrasto con il principio di uguaglianza, giacché lo stesso mezzo è consentito nel processo minorile a norma dell’art. 11 r.d.l. 20 luglio 1934, n. 1404; e infine ancora una volta in contrasto con la funzione rieducativa della pena. Il giudice ad quem, anche in questo caso, rigetta la questione richiamando la precedente sentenza e affermando che il problema non è di legittimità costituzionale ma di mera discrezionalità legislativa: l’imputato, nell’ambito della difesa, può contare sull’esperienza e sulla cultura del giudice e le uniche critiche che possono essere mosse riguardano la funzione legislativa e non profili di incostituzionalità. Per quanto concerne la funzione rieducativa della pena si esprime la Corte: “Le considerazioni suesposte in ordine alla funzione emendatrice della pena ed al carattere unitario della formulazione dell’art. 27, terzo comma, della Costituzione, valgono ad escludere la prospettata illegittimità dell’art. 133, secondo comma, n. 1, cod. pen., nella parte in cui fa riferimento al solo carattere e non anche all’intera personalità dell’imputato. Non può infatti negarsi, per i motivi già enunciati, che l’attribuzione di una maggiore o minore rilevanza agli elementi soggettivi nella graduazione concreta della pena rientra oggi nel giudizio di discrezionalità politica rimesso al legislatore ordinario”[7]. Per quanto concerne, invece, la violazione del principio di uguaglianza, asserisce che le particolarità del processo minorile, soprattutto in relazione allo scopo rieducativo della pena, rendono impossibile un paragone.

Verso il superamento del divieto: le proposte

Molti autori, favorevoli all’abrogazione del divieto, si sono espressi in favore al suo superamento suggerendo alcune strade da percorrere. Se si parte dal postulato che la psicologia sia una scienza allora non si potrebbe vietarla ex legge per il processo, giacché il divieto risulta irragionevole. L’operatore di diritto deve, però, fare i conti con una norma la cui stessa Consulta ne ha attestato la legittimità costituzionale. Bisogna evidenziare che tale divieto pone alcune limitazioni, giacchè è limitato al campo della psicologia, ma solo nel sondare il carattere e la personalità del soggetto e le sue qualità psichiche svincolate però da cause patologiche, ma avanza anche delle eccezioni connesse alla fase esecutiva sia della pena sia della misura di sicurezza, inoltre tale divieto non opera nel processo minorile ove il ruolo degli psicologi viene valorizzato.

La prima strada che viene seguita è definita “del primato del metodo” che può essere esposto partendo dal dato positivo che si ottiene dal combinato disposto dall’art. 111, III comma, Cost. «Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata suo carico, disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nella stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo»; e dal IV Comma “Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore”;  ancora dall’ art. 3 Cost: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge (…)”. La norma sembrerebbe violare il metodo del contraddittorio nel giusto processo ed ergo le regole costituzionali dello stesso con l’annesso principio di uguaglianza. Il metodo del contraddittorio non fa discriminazioni alle scienze in quanto sul piano probatorio le ammette tutte, non fa sconti in quanto la verità scientifica deve essere vagliata in maniera critica e specifica. La violazione del principio di uguaglianza è citata in merito al fatto che, non è corretto trattare in modo differente situazioni che risultano del tutto analoghe, solo per il fatto che, sempre in merito a questo orientamento, si perpetuano pregiudizi privi di motivazioni nei confronti della psicologia. Ci si è spinti anche a parlare di una violazione del diritto di difesa, ex art. 24 Cost., laddove non si permette alla difesa di usufruire del contributo della psicologia per provare l’innocenza del proprio assistito, ma questo, ovviamente, può rientrare nel suesposto discorso del giusto processo. [8]

La seconda strada è denominata “all’italiana” e un orientamento sviluppatosi nel caso del delitto di Cogne. In maniera molto sintetica si ritiene che la parte interessata possa disporre dello svolgimento di una perizia psichiatrica sia per una dettagliata descrizione del carattere e della personalità del soggetto, sia per le sue qualità psichiche svincolate da cause patologiche. Queste descrizioni psicologiche andrebbero a collimare con le valutazioni strettamente psichiatriche per il raggiungimento della sentenza. La giurisprudenza, però, riporta un orientamento assolutamente contrario a quello appena esposto che si è già descritto e che si incentra sul divieto posto a tutela dell’imputato. In sostanza si vorrebbe far entrare la perizia criminologica in maniera subdola e silenziosa attraverso la finestra di quella psichiatrica. L’orientamento favorevole asserisce che è fuorviante il riferimento alla garanzia dell’imputato, che risulta essere il destinatario della tutela e che di sua spontanea volontà potrebbe rinunciare allo strumento peritale, magari per una strategia difensiva, il metodo del contraddittorio dovrebbe già di per sé garantire queste tutele. [9]

L’ultimo orientamento viene definito “chi si accontenta gode” ed è un’interpretazione secundum legem del secondo comma dell’art. 220 c.p.p.. Secondo questo orientamento una corretta interpretazione dovrebbe muoversi su una duplice considerazione. La prima riguarda un rapporto che intercorre fra il primo (regola) e il secondo comma (eccezione). Partendo da una premessa che attiene all’art. 14 delle Preleggi, le norme che fanno eccezione a regole generali si applicano solo ai casi e ai tempi indicati nelle stesse, pertanto il secondo comma art. 220, che configura un’eccezione alla regola generale dichiarata nel primo comma, dovrebbe essere interpretata in maniera restrittiva, il che dovrebbe condurre alla facoltà di consentire il transito nel processo di tutte le informazioni corroborate al carattere e alla personalità del soggetto, nonché alle qualità psichiche, prescindendo dalla perizia affidata all’esperto nominato dal giudice e impiegando le valutazioni del testimone esperto. In sostanza l’interpretazione restrittiva del divieto consente l’introduzione nel processo delle valutazioni psicologiche sul carattere e sulla personalità provenienti da altri mezzi, come ad esempio, la consulenza di parte. Su queste conclusioni non può essere ammessa obiezione alcuna giacché è vietata la perizia e non la consulenza, affermare il contrario comprometterebbe il rapporto fra regola ed eccezione, dando vita a un’interpretazione in malam partem. L’altra considerazione concerne al principio del favor rei, giacché appare illogico impedire che l’imputato possa disporre di uno strumento, che viene esaminato criticamente e specificamente nel metodo del contraddittorio, da cui si potrebbero trarre elementi positivi e favorevoli nei confronti del reo. Ergo, la sentenza della Suprema Corte, che giustifica il divieto che in ragion per cui assume toni garantistici e a tutela del soggetto imputato, dissipa le sue basi poiché è lo stesso soggetto a chiedere di ricorrere all’uso della psicologia per dimostrare l’infondatezza dell’accusa che viene mossa contro quest’ultimo, proprio alla luce del principio suesposto. [10]

* Criminologa [Estratto tesi magistrale: Imputabilità e vizio di mente nello specchio dell’evoluzione della scienza psichiatrica”].

[1] Codice di procedura penale, art. 220, II comma

[2] Eramo, Il divieto di perizie psicologiche nel processo penale: una nuova conferma della Cassazione

[3] L. 18 giugno 1955 n.517 “Modificazioni al codice di procedura penale”

[4] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

[5] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

[6] Cfr Cass. Pen., Sez. I, 13 settembre 2006, n. 30402, in Diritto penale e processo

[7] Sent. n. 179, 19 dicembre 1973, Corte Costituzionale cit.

[8] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

[9] Ibidem

[10] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

(AICIS) Altro che diritto all'oblio sancito dal Regolamento Europeo sulla Privacy: la Corte di Cassazione nella recentissima sentenza 21362/2018, ha stabilito che i dati e le informazioni della persona sottoposta a indagini penali, restano nella banca dati della polizia, anche in caso di accertamento dell’estraneità ai fatti, per 20 anni dalla data di archiviazione. Con l'unico vantaggio che, dopo i primi dieci anni, la sola tutela i dati saranno visibili ai soli soggetti abilitati. La sentenza analizza per la prima volta il DPR 15/2018 con il quale sono stati attuati i principi del Codice della privacy relativi al trattamento effettuato per ragioni di polizia. Si tratta di norme che tentano un difficile bilanciamento tra l’interesse collettivo alla prevenzione e alla repressione dei reati e alla tutela dell’ordine pubblico e quello individuale alla riservatezza. Secondo la Corte il decreto in questione è in linea con l’articolo 8 della Cedu che, nell’escludere l’ingerenza della pubblica autorità nella vita privata, fa salva però l’ipotesi in cui l’intromissione sia funzionale, in un Paese democratico, alla salvaguardia di alti valori come la tutela dell’ordine pubblico, la protezione dei diritti e della libertà altrui.

I giudici hanno osservato che, in generale la norma per i trattamenti automatizzati fissa dei termini massimi tarati sulla natura del provvedimento o delle attività alle quali si riferiscono. Tuttavia trascorsa la metà del tempo massimo di conservazione, se uguale o superiore ai 15 anni, ai dati possono accedere solo gli operatori abilitati e designati. Su un simile meccanismo, per la verità, il Garante privacy, aveva espresso le sue perplessità. Nel conto c’è dunque l’esigenza di garantire un corretto trattamento e la possibilità, prevista, di ottenere la cancellazione quando viene meno lo scopo che ne ha giustificato la conservazione.

(AICIS) Si dice privacy, ma a quanto pare è solo un'illusione. Chiedetelo a chi fa acquisti con Mastercrd: stando alle notizie diffuse da Boomberg esisterebbe un accordo segreto che avrebbe permesso alla società di Mountain View e ai suoi inserzionisti di tracciare le vendite al dettaglio, quindi "offline" di oltre due miliardi di operazioni di consumatori Usa.
Cosa significa in termini pratici? Semplicemente che, un sistema finanziario che pretende sempre di più a sostituire i pagamenti in contanti con la moneta elettronica, poi è così vulnerabile da rendere possibile la profilazione delle abitudini di vita delle persone utilizzando i dati, nella migliore delle ipotesi, per scopi commerciali.

Sei un carnivoro o un vegetariano? Ti piacciono gli abiti classici o casual? Che libri leggi? Insomma, dimmi cosa compri e ti dirò chi sei, anzi lo dirò alle aziende commerciali pronte ad assecondare o, meglio, a stimolare i tuoi prossimi acquisti. E addio privacy.

Google – secondo le rivelazioni di Bloomberg - avrebbe pagato milioni di dollari per avere i dati da Mastercard e le due società avrebbero discusso anche la divisione di una parte dei guadagni.

Lo scorso anno Google aveva annunciato un servizio chiamato "Store Sales Measurement" spiegando di avere accesso ad "approssimativamente il 70%" delle carte di debito e credito Usa attraverso dei partner, senza però menzionarli.

"Le persone non si aspettano che le cose comprate nei negozi siano collegate a quelle comprate online, non c'è abbastanza informazione ai consumatori su cosa stanno facendo e che diritti hanno", ha detto spiega Christine Bannan, dell'Electronic Privacy Information Center (EPIC). Google però nega tutto.

(Deborah Bottino*) - In occasione del ritorno a scuola dei bambini e delle bambine, sui social networks si è scatenata la gara al bimbo/ bimba più bello/a. Genitori impazziti che postano foto dei loro pargoli sulle principali piattaforme sociali come facebook, twitter e instagram. Da tempo ribadisco la mia contrarietà alla pubblicazione di foto di minorenni sul web per diverse ragioni, tenterò di spiegarvi ancora una volta quanto può essere periglioso e pericoloso avventurarsi sul web senza conoscere i veri risvolti che la rete occulta.

Il consenso negato

In primis, il minorenne non è in grado di poter dare un consenso reale a fronte della cosiddetta presunzione concernente l’incapacità, l’uomo acquisisce la capacità di intendere e di volere in maniera graduale, capacità che è presupposto di un consenso legittimo e dato con coscienza e volontà, pertanto il minore non sarà in grado di comprendere pienamente il significato delle azioni poste in essere giacché non ha raggiunto la maturità intellettuale e pertanto il consenso dato non può essere legittimato, poiché il soggetto è ancora “in costruzione”. Postare una foto che ritrae un minore sul proprio profilo Facebook (e altro) significa integrare gli estremi della lesione al diritto all’immagine. Ergo, il minore non è in grado di scegliere: anche laddove il minore alla domanda “Mamma e papà la postano su facebook, va bene?” e il minore risponde di “si”, quel “si” ai sensi della legge non è considerato un consenso valido.

Quando postate una foto di vostro figlio/a, nipote, cugino/a, fratello/sorella state ledendo i loro diritti.

La privacy

Nonostante Facebook consente l'impiego di numerosi filtri che limitano le visualizzazioni dei post ai soli “amici” il pericolo dato dalla pubblicazione di foto che ritraggono i propri figli, resta elevato. Esporli realisticamente a un numero potenzialmente elevato di amici non limita il rischio reale legato alla pedofilia. La conoscenza dei contatti non è poi così mirata, fra gli amici Facebook possono nascondersi tutta una serie di contatti che passano inosservati e potrebbero avere pensieri o compiere azioni poco ortodosse nei confronti dei bambini. Non solo, non è irrealistico pensare che persone che presentano quadri psicopatologici legati al disturbo parafilico di pedofilia (attenzione il disturbo è diverso dal reato, non esiste il REATO DI PEDOFILIA, esiste IL REATO DI ABUSO SU MINORE, sottile differenza ma molto importante), possano realmente avvicinarsi ai vostri figli avendoli osservati attentamente sui vostri profili. Non pensante che i vostri “amici facebook” siano tutte persone fidate, il disturbo parafilico di pedofilia può essere anche latente, sconosciuto quindi allo stesso pedofilo che può essere a conoscenza o meno di provare impulsi sessuali alla vista di bambini.

La pedopornografia e il deep web

Il concetto di pedopornografia non è un concetto univoco dipende dall’impiego di due parametri: l’infanzia e la pornografia. Questi ultimi sono costrutti sociali che acquisiscono diverse accezioni in base alla cultura dove operano e alle diverse epoche storiche. Il periodo infantile in passato veniva concepito come il periodo prepuberale della vita che precedeva l’età adulta che coincideva con il menarca nelle donne e la comparsa dei primi peli pubici negli uomini, pertanto l’età adulta si misurava sulla base di elementi fisici e biologici. La società contemporanea ha definitivamente superato dati fisici per abbracciare concetti che sono legati all’età del consenso invalido,  considerando l’immaturità psicologica e pertanto vietano relazioni sessuali con adulti finché i soggetti non avranno la capacità di comprendere il valore delle loro azioni e di assumerne le responsabilità. Secondo Jenkins la pedopornografia si suddivide in due sottotipi:

  • Softcore: immagini che mostrano nudità del bambino ma senza attività sessuale

  • Hardcore: immagini che raffigurano attività sessuali in corso

Con l’avvento dell’era digitale la fruizione di materiale pedopornografico si è semplificata, aumenta la velocità di scambio e i sistemi di memorizzazione digitali consentono di conservare una quantità maggiore di materiale. In qualche modo, però, il controllo sociale formale ha permesso di limitare questo scambio creando il cosiddetto effetto del displacement, ossia lo spostamento del fenomeno in una realtà più nascosta del web, il deep web che corrisponde a un insieme di siti web che non possono essere trovati dai motori di ricerca conosciuti, come Google. Vi è, poi, una parte del deep web ancora più occultata denominata Darknet, conosciuta come mezzo ove si realizzano le maggiori attività illegali, dal commercio di droga, armi, alla prostituzione, l’acquisto di documenti falsi finanche la tratta degli esseri umani e perfino i servizi offerti da assassini e da hacker su commissione. L’accesso al deep web è consentito tramite alcuni portali come Tor e Freenet che offrono il completo anonimato, scena principale per il commercio di materiale pedopornografico. I reati associati alla pedopornografia sono la produzione, la distribuzione e il possesso. Molti possessori di materiale pedopornografico reclamano la depenalizzazione del reato di possesso, giacché secondo questi ultimi il reato sarebbe senza vittima pertanto gli unici soggetti a porre in essere il reato di pedopornografia sarebbero coloro che producono il materiale.
Seppur i fruitori non partecipino attivamente all’assalto sessuale, costituiscono la domanda per questo tipo di materiale e di conseguenza incentivano la produzione di materiale. Gli utilizzi principali del materiale pedopornografico sono:

  • Stimolazione dell’eccitazione sessuale e della gratificazione: le immagini sono usate come sussidio masturbatorio.

  • Accettazione e giustificazione del comportamento pedofilo: immagini assumono un ruolo di normalizzazione del comportamento pedofilo

  • Abbassare l’inibizione del bambino nel processo di grooming: immagini usate per sedurre la vittima dimostrando che i rapporti sessuali tra adulti e bambini siano abituali e che ne scaturisca divertimento

  • Conservazione della giovinezza: i pedofili tendono a essere interessati solo ai bambini di una certa età, quando il bambino cresce perdono il loro interesse.

  • Ricatto per il silenzio della vittima: il ricatto di mostrare le foto ai familiari e agli amici costringono la vittima al silenzio

  • Impiego di materiale come valuta: i collezionisti scambiano il materiale in base a un valore ben specifico

  • Informazioni sui bambini maggiormente vulnerabili: materiale può essere scambiato per ottenere informazioni sui bambini che possono essere adescati

  • Profitto: la pedopornografia produce annualmente un computo elevato.

Il materiale scambiato nel deep web assume una specifica classificazione:

  • Non nudo: i bambini sono vestiti, gli indumenti possono riguardare anche biancheria intima o costume da bagno

  • Softcore: nudità completa o area pubica scoperta ma senza attività sessuale

  • Hardcore: attività sessuale tra bambino e adulto o tra bambini o un solo bambino. Queste attività riguardano la masturbazione, rapporto orale/vaginale/anale, il tocco sessuale di genitali e ano e l’eiaculazione sul corpo del bambino.

  • Hurtcore: questo tipo di classificazione è quella estrema: bondage, sculacciate, sadismo, tortura. Qui rientrano i cosiddetti snuff movie ove il bambino viene ripetutamente violentato e portato alla morte (Justè Neverauskaitè, Il deep web e la pedopornografia.)

Le immagini postate su Facebook possono essere prelevate e commercializzate nel deep wep alla vostra insaputa. Se postate le foto dei vostri bambini su Facebook, sappiate che state seriamente andando incontro a un pericolo reale e mettete a rischio la sicurezza dei vostri bambini. La rete non è un mondo protetto e sicuro, l’abbattimento delle barriere conduce, inesorabilmente verso una minor protezione; lo smartphone non è un giocattolo e a maggior ragione è pericolosissimo darlo in mano a un bambino. Posso comprendere, però, che se sono già gli adulti a essere spregiudicati nell’uso del web non mi meraviglio che possano consegnare nelle mani dei propri figli una vera e propria arma. La protezione dei vostri bambini spetta a voi, loro non sono in grado di decidere: sarete in grado di proteggerli da voi stessi?

* Criminologa

(AICIS) Quando la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell'attività investigativa non abbia voluto presentarsi al difensore, il pubblico ministero, su richiesta del difensore stesso, ne dispone l'audizione che fissa entro i successivi sette giorni. L'audizione si svolge alla presenza del difensore che per primo formula le domande. Anche con riferimento alle informazioni richieste dal difensore si applicano le disposizioni dell'articolo 362 c.p.p. Secondo la Cassazione penale (Sez. II,13 dicembre 2017, n. 56688), però, la richiesta rivolta al pubblico ministero di disporre l'audizione della persona informata su fatti di interesse per l'investigazione del difensore, che si sia avvalsa della facoltà di non rendere dichiarazioni, deve però indicare le circostanze in relazione alle quali si vuole che la persona sia sentita e le ragioni per le quali si ritiene che esse siano utili alle indagini, con la conseguenza che, in difetto di tali indicazioni, il pubblico ministero non ha l'obbligo di provvedere.

(dr. Andrea Pierleoni*) - Nell’ambito del fenomeno migratorio che vede l’Italia in uno dei principali Paesi coinvolti, è interessante soffermarsi brevemente sui concetti di multiculturalità, integrazione visti sotto la lente dell’identità personale, culturale, etnica e sociale, con le differenze che ne conseguono.

I numeri ci dicono che in conseguenza degli sbarchi via mare sulla rotta mediterranea, la stragrande maggioranza sono irregolari per cui si tenta di analizzare il fenomeno dell’immigrazione e dei problemi che ne derivano: integrazione, clandestinità e criminalità che vanno ad incidere sulla percezione della sicurezza da parte dei cittadini autoctoni nonché sull’operato che il Personale delle Forze di Polizia svolge per garantire la sicurezza.

Operato che talvolta viene messo in discussione dagli stessi operatori quando si domandano se l’attività svolta nei confronti degli immigrati, specie irregolari, sia un’attività inutile lasciando perciò spazio a sentimenti di sfiducia, disillusione, frustrazione. Un esempio si ha quando dopo aver rintracciato un clandestino irregolare sul Territorio Nazionale ed aver lavorato per ore per la compilazione degli atti di rito, lo stesso clandestino viene “invitato” a presentarsi l’indomani presso l’Ufficio Stranieri della Questura…

Il personale delle Forze di Polizia chiede di avere segnali precisi in merito a sicurezza e certezza della pena. L’Italia è un Paese strano. Un Paese capace di stupire, nel bene e nel male. Un Paese capace di grandi reazioni in situazioni difficili e nello stesso tempo capace di smarrire con facilità le linee guida del proprio futuro.

È anche un Paese con la memoria corta. Un Paese che dimentica presto i problemi per poi prendere dei provvedimenti sotto la spinta dell’emergenza e senza una visione di lungo periodo. Invece, e questo vale soprattutto in tema di sicurezza, c’è bisogno di una attenta programmazione.

E la programmazione assume un ruolo determinante. Ogni “impresa” umana, sia essa individuale o collettiva, privata o pubblica, inizia sempre con un disegno, un progetto od un’idea. Dalla più piccola economia domestica ai grandi complessi industriali, è necessaria una valutazione predittiva che consenta di preventivare contenuti, strutture, metodi e risultati. Definire a tavolino un accurato planning su come impostare la “politica della sicurezza” è un’impresa che non fa eccezione ed anzi in essa occorre fare maggiore attenzione per evitare danni e garantire il più alto rendimento.

È certamente un’impresa produttiva con il più alto indice di investimento dove si gioca il futuro delle comunità umane: è per questo che tutti i soggetti coinvolti nella filiera della sicurezza, prima ancora di agire, devono programmare.

Prendendo spunto da alcune parole del prof. Silvano Federici (Pedagogista del XX secolo (Fossombrone 24/3/1932 – Milano 9/3/1990). possiamo affermare che oggigiorno tutti coloro che operano per garantire la sicurezza, non hanno solo il tradizionale compito di “trasmettitori” della cultura della sicurezza, bensì anche quello certamente non trascurabile di “elaboratori e promotori” della cultura stessa. Per questo ad essi viene richiesto un nuovo ruolo, diverso: di essere “professionisti della sicurezza” e non solo meri esecutori. E le peculiarità di un professionista sono competenza a programmare e valutare, oltre che ad eseguire. Federici afferma che “…non si può elaborare cultura e meno ancora promuoverla senza una chiara e massimamente pianificazione dell’intervento: occorre leggere la situazione per conoscerla, comprenderla, interpretarla e modificarla.”

Perché la sicurezza è un bene durevole e richiede una programmazione di lungo periodo ed ora, all’ordine del giorno, c’è l’immigrazione clandestina. Ecco quindi che la programmazione ricopre un aspetto importante, fondamentale nell’attività di un professionista oltre che essere, come già detto, una caratteristica fondamentale della propria professionalità.

È un tema importante e delicato; che genera insicurezza e che divide a livello politico ed ideologico. Un tema, attuale ed importante, anche alla presenza di una recrudescenza di reati commessi e quindi di detenuti (il 38%) legato a stranieri irregolari.

Il problema del contrasto all’immigrazione clandestina è mal posto. Una situazione di peso sullo Stato italiano mentre dovrebbe essere affrontata dalla Comunità Europea, “ente” (fantasma) deputato ad affrontare e risolvere il problema dell’immigrazione con una valida offerta da offrire a chi fugge da guerre e carestie.

Infine fermezza (leggasi certezza della pena) nei confronti di chi arriva in Italia per delinquere.

L’immigrazione va regolata e… governata sotto ogni aspetto, soprattutto umano, non disgiunto dalla sicurezza. Senza riforme all’apparato delle Forze dell’Ordine o all’ordinamento penitenziario. Il cittadino chiede allo Stato, sicurezza e adeguate certezze delle pene di chi commette reati.

Ciò è possibile con progetti a lungo termine per garantire legalità sul nostro territorio.

(*) criminologo investigativo, esperto in sistemi di prevenzione del crimine, analisi della scena del crimine, processi criminali e sociologia della devianza.

® Proprietà letteraria riservata

(Andrea Pierleoni*) Lo scorso 21 marzo Zuckerberg dichiarava che in merito agli account violati, egli considerava un grave errore, forse il più grande di sempre, il fatto di essersi fidato della Cambridge Analytica. Ma Zuckerberg, oltre che chiede scusa, lancia l’allarme: «possibilità che ci utilizzino ancora per influenzare le elezioni».

Certamente scusarsi pubblicamente per l’accaduto e promettere che tutto ciò non accadrà di nuovo è poco: se un errore c’è stato è giusto che si paghi pegno! Zuckerberg dice che «c’è molto lavoro da fare per rendere più complicato l’interferire nelle elezioni, impedendo ai troll e ad altri di diffondere fake news», arrivando prevedere che «qualcuno tenterà di interferire anche nelle elezioni di medio termine» del 2018 negli USA. Questo appare in contrasto con quanto dichiarato dopo le elezioni americane del 2016, quando sosteneva che era folle il fatto che le fake news pubblicate sulla piattaforma Facebook avessero potuto determinare l’elezione di Trump.

A Fossombrone, il 9 dicembre 2017, Sistema Critico – in collaborazione con AICIS – aveva realizzato un incontro pubblico dal titolo “Analisi del rapporto tra verità e post-verità in relazione al dilagante fenomeno delle fake news”durante il quale il giovane e brillante studente universitario Simone De Luca illustrava il “Russia-gate”, anticipando come la Russia avesse potuto influenzare le elezioni americane, dopo che Zuckerberg accertò che hacker russi crearono un elevato numero di account falsi per essere utilizzati durante la campagna elettorale per “pubblicizzare” la figura di Trump a discapito della rivale Clinton.

Secondo le rivelazioni di una fonte ritenuta dai media più che attendibile e se ciò che è venuto alla luce di questi giorni fosse vero, pare siano sono stati profilati i dati di tantissime persone (circa 50.000.000 di profili rubati da Facebook?) e su quei dati calibrata la campagna elettorale. In altre parole quei dati potrebbero essere stati utilizzati per influenzare le elezioni USA e, non è escluso, anche in continenti.

Lo scandalo che vede coinvolti Facebook e Cambridge Analytica, una azienda inglese di analisi di big-data, deve far riflettere sul fatto che le comunicazioni e la società sono sempre più interagenti con gli algoritmi che, un po’ come i Bitcoin, non si sa chi li crea e per cosa vengono utilizzati. La Cambridge Analytica è nata nel 2013 per volere dell’imprenditore-miliardario Robert Mercer, colui che ha finanziato il sito d’informazione di estrema destra Breitbart-News, il cui direttore è Steve Bannon, ossia il consigliere ed ex stratega di Trump in campagna elettorale ed alla Casa Bianca. Bannon è stato vice presidente e segretario della Cambridge Analytica, specializzata nel raccogliere infinite quantità di dati presenti sui social network e forniti più o meno inconsapevolmente dagli utenti stessi.

Cliccando su “Mi piace” o apponendo un post sulle conversazioni in cui vengono lasciati il maggior numero di commenti, il luogo da cui si condividono i contenuti, inconsapevolmente si forniscono dati ai social. Poi grazie a sofisticati algoritmi, tutte le informazioni vengono elaborate generando profili calibrati su ogni singolo utente. È come la psicometria applicata alla psicologia: un metodo necessario allo studio dei comportamenti e misurazione delle abilità e delle caratteristiche della personalità di una persona. Pertanto maggiori sono i “mi piace”, i tweet, i post, le immagini ed ogni altro contenuto rilasciato sui social, maggiori sono le possibilità che gli stessi vengano analizzati e più dettagliato sarà il profilo psicometrico di ogni utente. È fenomeno di vero e proprio “spionaggio sociale”, facilitato dal fatto che l’iscrizione ai social (Facebook, Instagram, Twitter, ecc.) sono del tutto gratuite ed estremamente facilitate. L’iscrizione si “paga” nel momento in cui l’utente rilascia un post od un “mi piace”. Quindi il denaro altro non è che le informazioni rese più o meno volontariamente, ogni giorno sui social: fotografie, luoghi visitati, condivisioni di informazioni, commenti a conversazioni particolarmente “affollate”, like, amicizie ecc. Ogni informazione contribuisce a profilarci e l’iscrizione non si paga perché le aziende di broker-dati guadagnano molto di più con le nostre informazioni piuttosto che con i proventi del canone; oltretutto il numero di utenti sarebbe notevolmente inferiore qualora la registrazione fosse a pagamento.

L'esame del DNA non è infallibile, e l'errore potrebbe avere conseguenze dannose.

E' quello che è successo a un minore che, a causa di un errore nell'esame del Dna ha considerato, per alcuni anni, come suo padre un uomo che non lo era. Così, la Corte di cassazione, con la sentenza 20835/2018 ha riconosciuto al ragazzo un risarcimento di 47 mila euro per danno da “perdita del rapporto parentale”(che la giurisprudenza tipicamente riconosce in caso di decesso del congiunto). L'errore era stato commesso da un medico che aveva sbagliato ad eseguire un primo esame sul Dna identificando come padre un uomo con il quale la madre del bambino aveva avuto una relazione. Due anni dopo però il test era stato ripetuto, accertando che l’ex della signora non era il genitore naturale. Con l'occasione, la Cassazione ha ricordato che il danno conseguente alla lesione del rapporto parentale scatta a prescindere da un legame di sangue. Basta l'esistenza di un vincolo di affetto, di consuetudine, di vita e di abitudini che susciti quel sentimento di protezione e di sicurezza tipico del legame padre-figlio. E il danno c'è qualunque sia la causa che interrompe il rapporto, e non solo in caso di morte del genitore.

Fino a che punto si può spingere il controllo dell'investigatore privato sull'attività lavorativa dei dipendenti? La risposta al quesito è contenuta nell'ordinanza della Corte di Cassazione n. 15094 dell'11 giugno 2018. Secondo il Collegio “è giustificato l’intervento dell'investigatore solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e per l’esigenza di verificarne il contenuto, anche laddove vi sia un sospetto o la mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione (conformi: Cass. n. 3590 del 2011; Cass. n. 15867 del 2017); né a ciò ostano sia il principio di buona fede sia il divieto di cui all’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ben potendo il datore di lavoro decidere autonomamente come e quando compiere il controllo, anche occulto, ed essendo il prestatore d’opera tenuto ad operare diligentemente per tutto il corso del rapporto di lavoro (cfr. Cass. n. 16196 del 2009; per la legittimità del controllo datoriale a mezzo di agenzia investigativa in caso di mancata registrazione della vendita da parte dell’addetto alla cassa di un esercizio commerciale ed appropriazione delle somme incassate v. Cass. n. 18821 del 2008)”.

Insomma, le agenzie investigative, per operare lecitamente, non devono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria. Sulla prestazione del lavoratore, la vigilanza è riservata, dall’art. 3 dello Statuto, direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori. Infatti, gli artt. 2 e 3 della legge n. 300 del 1970 delimitano, a tutela della libertà e dignità del lavoratore, in coerenza con disposizioni e principi costituzionali, la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi, e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale (art. 2) e di vigilanza dell’attività lavorativa (art. 3). Ciò non esclude che il controllo delle guardie particolari giurate, o di un’agenzia investigativa, non possa riguardare, in nessun caso, né l’adempimento, né l’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera, essendo l’inadempimento stesso riconducibile, come l’adempimento, all’attività lavorativa, che è sottratta alla suddetta vigilanza, ma deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione (Cass. n. 9167 del 2003);

Inoltre, il divieto di controllo occulto sull’attività lavorativa vige anche nel caso di prestazioni lavorative svolte al di fuori dei locali aziendali, ferma restando l’eccezione rappresentata dai casi in cui il ricorso ad investigatori privati sia finalizzato a verificare comportamenti che possano configurare ipotesi penalmente rilevanti (come l’esercizio durante l’orario lavorativo di attività retribuita in favore di terzi su cui v. Cass. nn. 5269 e 14383 del 2000). E' legittimo il controllo demandato all’agenzia investigativa che non abbia ad oggetto l’adempimento della prestazione lavorativa espletato al di fuori dell’orario di lavoro, come nel caso di verifica sull’attività extralavorativa svolta dal lavoratore in violazione del divieto di concorrenza, fonte di danni per il datore di lavoro (Cass. n. 12810 del 2017) ovvero nel caso di controllo finalizzato all’accertamento dell’utilizzo improprio, da parte di un dipendente, dei permessi ex art. 33 legge n. 104 del 1992 (Cass. n. 4984 del 2014);



Chi siamo

L'Associazione Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza (AICIS) è una associazione di professionisti costituita ai sensi della legge n. 4/2013 per rappresentare e garantire le prestazioni professionali del Criminologo certificato.

Criminologi Certificati

I professionisti certificati in conformità alla Norma UNI sulla professione del Criminologo, possono in tal modo garantire all'utenza propria preparazione e serietà professionale, in linea con il codice etico e con il codice di comportamento dell'associazione AICIS.

Contatti

Sede Nazionale: Via Carlo Cignani, 19 - CAP 47121- Forlì

c.f.92090150407 - Reg. nr 3366 in data 09/11/2016

(+39) 339.1573003

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Lombardia: Via Cardano, 8 - CAP 27100 - Pavia

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Toscana: P.zza Attias, 21 - CAP 57123 - Livorno

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Umbria: Via Delle Industrie 78, CAP 06034 - Foligno

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Campania: Via Don Minzioni, 18 - CAP 83100 - Avellino

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Lazio: Via Roma, 55 - CAP 04022 - Fondi (LT)

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

© 2017 AICIS cf. 92090150407 Reg. nr.3366 in data 09/11/2016.Designed By Bruniconet

Cerca