• (+39) 339.1573003
  • info@criminologiaicis.it

(Ugo Terracciano*) Forse molti sanno che la prima sedia elettrica per le esecuzioni capitali fu messa in funzione negli Stati Uniti il 6 agosto 1890, data in cui le autorità del penitenziario di New York giustiziarono il condannato a morte William Kemmler. Fino a quella data le esecuzioni erano state eseguite mediante impiccagione. Quello che però molti ignorano è che il nuovo sistema non fu introdotto per umanizzare la pena ma a causa di una vera e propria guerra tra grandi industriali americani, nella quale Kemmler rimase (per così dire) la vittima più sfortunata. Certo il suo destino era segnato, data la condanna che pendeva sul suo capo, ma la sua esecuzione si connotò di condizioni davvero raccapriccianti che, il giorno dopo, furono così sintetizzate dal New York Time: “La scarica elettrica era troppo debole, e l'infelice esecuzione si è dovuta ripetere una seconda volta producendo uno spettacolo orribile, molto peggiore dell'impiccagione”. In realtà, durante la prima scarica, causa la debolezza della corrente Kemmler fu letteralmente arrostito tra gli spasmi muscolari: una tortura che durò per circa 20 minuti. Poi la morte sopraggiunse solo con la seconda scarica, dopo altri interminabili minuti di agonia.

Perché mai allora fu utilizzato un sistema così brutale senza prima testarlo? Che bisogno c'era di usare un nuovo sistema, quando l'impiccagione, macabramente, non aveva mai fallito?

In quel periodo negli USA era in corso quella che poi venne ricordata come la “guerra delle correnti”: da una parte il grande Thomas Alva Edison (l'inventore della lampadina), dominus della distribuzione della correte elettrica tramite le sue attività che occupavano allora ben 2mila dipendenti. Dall'altra Giorge Westinghouse, il magnate di Pittsburg, noto per aver inventato il freno ad aria compressa dei treni ma, anche, detentore di un quarto della produzione di energia americana grazie all'accordo con il genio Nicolas Tesla.

Tesla (quindi Giorge Westinghouse), con i suoi nuovi brevetti sulla corrente alternata, più efficienti rispetto a quelli per l'erogazione di corrente continua di Edison, aveva messo sul mercato una nuova tecnologia che ne stava mettendo in difficoltà l'impero economico.

Ed Edison non stette certo a lì a guardare ed ingaggiò una guerra commerciale (passata alla storia appunto come “guerra della corrente”) combattuta anche con mezzi per così dire non convenzionali, per demonizzare la tecnologia di Tesla . In sostanza, lo scienziato, utilizzò il suo grande credito presso le istituzioni e presso l'opinione pubblica per insinuare che la corrente alternata di Tesla fosse addirittura un pericolo per il genere umano. Per farlo giunse perfino ad organizzare personalmente degli “spettacoli” dove, di fronte ad un pubblico sbalordito, fulminava cani e gatti randagi con scariche di corrente elettrica alternata. In seguito passò ad animali di taglia sempre più grossa, fino a fulminare sulla pubblica piazza un pachiderma (l'elefantessa Topsy). Per parte sua Tesla cercava di dimostrare altrettanto pubblicamente – in una lotta impari – che, con i dovuti accorgimenti, la corrente alternata è invece innocua. Il punto più tragico di questa guerra fu proprio l'utilizzo della corrente alternata per l'esecuzione sulla prima sedia elettrica (v. Marco Pizzuti, “Scoperte scientifiche non autorizzate”, ed. Punto d'Incontro, 2011).

Nell'autunno del 1888 l'assemblea legislativa di New York approvò la legge che consentiva l'utilizzo della sedia elettrica per le esecuzioni capitali, in luogo dell'impiccagione. La prima sedia elettrica fu concepita e costruita – guarda il caso utilizzando i brevetti di Tesla – da Tomas Edison e da lui regalata allo Stato di New York. George Westinghouse, il concorrente in affari, fiutò l'intenzione che si celava dietro la troppa generosità di Edison e arrivò addirittura a pagare le spese per l'avvocato del condannato Kemmler per tentare, infruttuosamente, di contestare il nuovo mezzo di esecuzione in tribunale. L'esecuzione si fece. Nonostante la sua disumanità fu un atto di giustizia, ammesso e non concesso che la pena di morte sia giusta in sé. Ma quello che è sicuro è che al tempo stesso fu un atto di guerra: un mezzo usato in quella clamorosa guerra della corrente che vide alla fine Edison uscirne vittorioso.

 

*Presidente AICIS

Dopo i tragici fatti avvenuti il 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo a Torino, in occasione di un’attesa finale di Champions League, furono rilevate forti criticità nell’organizzazione della manifestazione. Nella circostanza, causa la mancanza di una preventiva valutazione degli elementi di rischio, si registrò la morte di una persona e il ferimento di altre 1526.

La vicenda indusse il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ad emanare una prima circolare alle Prefetture e agli Enti locali per mettere a fuoco le diverse competenze in materia di safety e security, cui sono seguite diverse disposizioni sul tema ad opera di diversi Dipartimenti e, da ultima, la Direttiva del Ministro dell’Interno del 18 luglio 2018, avente ad oggetto “Modelli organizzativi e procedurali per garantire i livelli di sicurezza in occasione di manifestazioni pubbliche”.

La direttiva in questione ribadisce la necessità, in occasione di pubbliche manifestazioni organizzate da enti, privati, associazioni o comitati, di pianificare le misure di sicurezza allo scopo di ridurre al minimo i rischi connessi all’afflusso di persone. Tali misure, peraltro, devono essere adottate tenendo conto delle disposizioni volte a neutralizzare eventuali attentati nello stile di quelli tragicamente perpetrati a Nizza e a Berlino mediante l’utilizzo di veicoli.

Il corso è valido per il rinnovo dell’autorizzazione investigativa ai sensi del D.M. 269/2010

 

(AICIS) Il web come luogo virtuale di crimini e aggressioni. Se ne è parlato a Cosenza il 18 ottobre scorso nell'ambito del V° Convegno Nazionale "POL" 2018. La Sessione curata dall'AICIS ha proposto una analisi dei pericoli e delle possibili strategie di sicurezza e contrasto nel mondo degli illeciti perpetrati con l'utilizzo della tecnologia.

Ugo Terracciano, presidente dell'AICIS, ha condotto una breve disamina dei "reati informatici" introdotti nel nostro codice penale nel 2008, in attuazione di una direttiva europea in materia. In maniera suggestiva i pericoli legati alle frequenti intrusioni nei sistemi informativi pubblici e privati sono stati illustrati da Enrico Albini, CEO di RISK-CONTROL società milanese attiva nella protezione delle reti. Deborah Bottino, criminologa calabrese, ha parlato di cyber-bullismo, mettendo in luce la pericolosità di un fenomeno che ha già dato luttuosi esiti. Ha chiuso i lavori Franco Morizio, membro dell'accademia di scienze forensi, con un intervento incentrato sull'impatto delle nuove regole europee in materia di privacy sulla gestione dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati.

 

 

[AndreaPierleoni *] Molto spesso pubblichiamo sul nostro profilo Facebook – o su altri social-network – notizie, informazioni o commenti visibili ai nostri “amici” virtuali o agli “amici degli amici”.

Certamente di questo ne siamo tutti consapevoli e, proprio in ragione di ciò, non scriveremmo mai frasi che potrebbero essere infamanti od ingiuriose verso terzi; tanto meno tali piattaforme potranno mai essere utilizzate per formalizzare una denuncia all’A.G. nel caso si sia venuti a conoscenza di una notizia di reato. A maggior ragione, un P.U. che ha l’obbligo giuridico di denunciare un fatto penalmente rilevante, non utilizzerà mail un social-network per informare l’A.G.

Sebbene le notizie vengano pubblicate sul proprio profilo “pubblico”, queste sono pur sempre “private” ovvero – in linea di principio – soggette al consenso dell’interessato per una loro pubblicazione in altri contesti o su altri supporti. Si tratta di rispettare la privacy altrui! Occorre quindi prestare molta attenzione (cosa che spesso non si fa…) soprattutto a non pubblicare informazioni personali relative ad altri, comprese immagini o magari foto recanti legende o didascalie, senza il loro consenso. Si tenga presente che in molti Paesi è un reato pubblicare informazioni illecitamente, soprattutto se si tratta di immagini (cfr. “Linee guida dell’International Working Group on data protection in Telecommunication in materia di social networking”)

Quanto appena esposto si ritiene applicabile:

  • laddove chicchessia accusi l’autore che gli scritti pubblicati sul proprio profilo (aperto solo agli amici o comunque ad una limitata cerchia di persone abilitate ad accedervi previa richiesta quando detto profilo non sia reso visibile a tutti) possano infangare soggetti terzi;

  • quando un terzo soggetto – a cui non è diretta la conversazione o non ne fa parte – accusi l’autore di essere passibile di denuncia per il solo semplice fatto di fare allusioni sebbene le stesse non abbiano un contenuto offensivo;

  • quando il soggetto di cui al punto precedente affermi di aver stampato, da video, gli scritti dell’autore pubblicati sul proprio profilo e comunicarli ad altri soggetti per una successiva valutazione al fine di tutelarne l’immagine nelle sedi ritenute opportune.

Produrre in giudizio stampe di screen shots contenenti scritti oggetto della vertenza, se non prodotte ed acquisite mediante procedure certificate che garantiscano l’autenticità e l’integrità, oltre che l’inalterabilità, dette “prove” casarecce potrebbero non avere alcuna valenza giuridica e, di fatto, essere inutilizzabili. Peraltro accusare o scrivere illazioni senza fondamento o senza i presupposti necessari a sostenere un’accusa per diffamazione potrebbe comportare, come una sorta di effetto boomerang, una contro-accusa per calunnia o, quanto meno, per lite temeraria1 di cui all’art. 96 Cod. Proc. Civ.

Talvolta, manifestare opinioni a titolo personale ed in qualità di libero cittadino, può comportare il rischio dell’essere piacevolmente definiti come «opinionisti» e pure «preparati». Probabilmente è la dizione più calzante per coloro che, sebbene non abbiano una conoscenza approfondita su tutto, intendano esprimere delle considerazioni e «commenti su fatti politici o di costume» (v. Dizionario Treccani).

Lo stesso Dizionario, descrive così il termine opinione: “Concetto che una o più persone si formano riguardo a particolari fatti, fenomeni, manifestazioni, quando, mancando un criterio di certezza assoluta per giudicare della loro natura (o delle loro cause, delle loro qualità, ecc.), si propone un’interpretazione personale che si ritiene esatta e a cui si dà perciò il proprio assenso, ammettendo tuttavia la possibilità di ingannarsi nel giudicarla tale: es. fino a che non sia dimostrata la verità, tutte le opinioni possono essere ugualmente vere o false; […]; io la penso così, ma, ripeto, questa è solo una mia opinione; diversi modi di presentare modestamente il proprio giudizio, di esprimere un parere o di affacciare una proposta; non mi sono fatto ancora un’opinione in merito; sono convinto della mia opinione; mi confermo sempre più nella mia opinione; nonostante la smentita dei fatti, rimango della mia opinione; anche questa è un’opinione, frase (spesso ironica) con cui ci si mostra disposti ad accordare credito alle ipotesi e ai giudizî altrui; qual è la tua o. in proposito?; ha delle opinioni tutte sue; […] In particolare, essere dell’opinione, è un’espressione con cui s’introduce la manifestazione del proprio punto di vista circa provvedimenti da prendere, sulla condotta da seguire […] o per affermare chiaramente il proprio disaccordo su quanto altri giudica o propone o ritiene opportuno. Nel linguaggio giuridico è detta opinione comune l’opinione prevalente dei giuristi in una determinata questione di diritto. È direttamente contrapposto a «fatto certo, positivo”. […] Talora ha senso più vicino a convinzione, principio, soprattutto in materia morale, religiosa, politica, sociale […] Opinione pubblica: il giudizio e il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini, o anche questa maggioranza stessa, in quanto ha esigenze, convinzioni, atteggiamenti mentali comuni.

 

Per una maggiore cognizione, ritengo opportuno riportare alcuni estratti della normativa contemplata nella Sezione V (dei Delitti contro la inviolabilità dei segreti), Titolo XII (Delitti contro la persona), Capo III (dei Delitti contro la libertà individuale), Libro II (dei Delitti) del Codice Penale vigente.

Art. 616. Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza. - Chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, al fine di prendere o di farne da altri prendere cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta, ovvero, in tutto o in parte, la distrugge o sopprime, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire sessantamila a un milione.

Se il colpevole, senza giusta causa, rivela, in tutto o in parte, il contenuto della corrispondenza, è punito, se dal fatto deriva nocumento ed il fatto medesimo non costituisce un più grave reato, con la reclusione fino a tre anni.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Agli effetti delle disposizioni di questa sezione, per “corrispondenza” si intende quella epistolare, telegrafica, telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a distanza.2

Art. 617. Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche. - Chiunque fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni indicate nella prima parte di questo articolo.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio nell'esercizio o a causa delle funzioni o del servizio, ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.3

Art. 618. Rivelazione del contenuto di corrispondenza. - Chiunque, fuori dei casi preveduti dall'articolo 616, essendo venuto abusivamente a cognizione del contenuto di una corrispondenza a lui non diretta, che doveva rimanere segreta, senza giusta causa lo rivela, in tutto o in parte, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da lire duecentomila a un milione.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Art. 623 bis. Altre comunicazioni e conversazioni. - Le disposizioni contenute nella presente sezione, relative alle comunicazioni e conversazioni telegrafiche, telefoniche, informatiche o telematiche, si applicano a qualunque altra trasmissione a distanza di suoni, immagini od altri dati.4

In conclusione:

  1. Adottare misure opportune onde sensibilizzare i soggetti deputati ad attività di disciplina, i fornitori di servizi, e l'opinione pubblica in genere, ed in particolare i giovani verso il rispetto e la conoscenza dei rischi per la loro privacy derivanti dall’utilizzo dei social-network, nonché alla necessità di un comportamento responsabile nei riguardi del trattamento e della diffusione impropria dei dati personali propri ed altrui.

  2. In secondo luogo, ma di certo non meno importante, è necessario che ognuno si mantenga il proprio ruolo. Il pubblico ufficiale è, per il diritto italiano, colui che esercita una funzione pubblica, legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione e dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi e certificativi. (v. art. 357 C.P.).

Infine un’ultima riflessione. C’è chi è P.U. nell’espletamento delle proprie funzioni e nell’ambito del territorio di appartenenza e chi, invece, lo è sempre H24 e su tutto il territorio nazionale. Quindi, che qualcuno tenda ad assurgere ad essere un P.U. ed utilizzare tale qualifica per denunciare tutto e diventare lo “sceriffo” del social-network, la cosa lascia un poco perplessi….. Pubblici Ufficiali si e nel rispetto delle funzioni, ma pur sempre con buon senso!

* [Criminologo]

 

1 I presupposti della condanna per lite temeraria - L’affermazione di responsabilità processuale aggravata della parte soccombente, secondo la previsione dell’art. 96, 1° comma, c.p.c., richiede la sussistenza di tre presupposti: 1) il carattere totale e non parziale della soccombenza; 2) l’elemento soggettivo, consistente nell’avere l’opponente agito con mala fede (dolo) o colpa grave (cioè consistente nella consapevolezza, o nell’ignoranza derivante dal mancato uso di un minimo di diligenza, dell’infondatezza delle proprie tesi, ovvero del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere in giudizio); 3) l’elemento oggettivo, rappresentato dalla dimostrazione della concreta ed effettiva esistenza di un danno subito dalla controparte come conseguenza diretta ed immediata di un simile comportamento, ciò che si ha quando appunto controparte deduca e dimostri la concreta ed effettiva esistenza di un danno in conseguenza di detto comportamento processuale, sicché il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza. Tuttavia, il danno nella sua concretezza deve essere comunque provato, e tale esigenza probatoria è ineludibile, non potendo nemmeno la liquidazione equitativa sostituire le deficienze istruttorie sull’esistenza (e non l’entità) del medesimo. Tribunale di Modena (Pagliani G.), sentenza n. 620 del 13 aprile 2012.

2 Comma così sostituito dall’Articolo 5, L. 23 dicembre 1993, n. 547.

3 Il presente articolo è stato così sostituito dall'art. 2, L. 08.04.1974, n. 98.

4 Il presente articolo aggiunto dall'art. 4, L. 08.04.1974, n. 98, è stato così sostituito dall'art. 8, L. 23.12.1993, n. 547.

.

 

Stretta sui permessi umanitari, 'abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, allungamento fino 180 giorni della durata del trattenimento dei Centri per i rimpatri. Il nuovo decreto sicurezza pubblicato ieri 4 ottobre, riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal progetto Sprar, mentre I richiedenti asilo troveranno accoglienza solo nei CARA, centri ad essi dedicati. Aumenta la lista dei reati che danno luogo alla revoca d'asilo (dalla violenza sessuale alla rapina ed estorsione, dalla violenza o minaccia a pubblico ufficiale al traffico di droga). Per i richiedenti che compiono gravi reati, è previsto che "il questore ne dia tempestiva comunicazione alla Commissione territoriale competente, che provvede nell'immediatezza all'audizione dell'interessato e adotta contestuale decisione". Sarà revocata la cittadinanza nei casi di condanna definitiva per reati di terrorismo. Infine, 3,5 milioni di euro per le attività di rimpatrio.

 

Stretta sui permessi umanitari, 'abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, allungamento fino 180 giorni della durata del trattenimento dei Centri per i rimpatri. Il nuovo decreto sicurezza pubblicato ieri 4 ottobre, riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal progetto Sprar, mentre I richiedenti asilo troveranno accoglienza solo nei CARA, centri ad essi dedicati. Aumenta la lista dei reati che danno luogo alla revoca d'asilo (dalla violenza sessuale alla rapina ed estorsione, dalla violenza o minaccia a pubblico ufficiale al traffico di droga). Per i richiedenti che compiono gravi reati, è previsto che "il questore ne dia tempestiva comunicazione alla Commissione territoriale competente, che provvede nell'immediatezza all'audizione dell'interessato e adotta contestuale decisione". Sarà revocata la cittadinanza nei casi di condanna definitiva per reati di terrorismo. Infine, 3,5 milioni di euro per le attività di rimpatrio.

 

(Debora Bottino) * L’investigazione necessita di una metodologia predefinita giacché occorre osservare, dedurre, argomentare, supporre, per poter raccogliere una serie di informazioni per giungere a una verità comprovata che tenda alla certezza. L’investigazione di per sé viene impiegata in maniera funzionale per individuare una verità giudiziaria, che non costituisce di per sé l’unica verità, ma diviene la verità processuale cristallizzata in una sentenza di un giudice raggiunta attraverso percorsi strutturati.

Nel campo delle indagini è fondamentale identificare l’indagato e le persone informate sui fatti giacché il tutto è funzionale alla ricostruzione degli eventi e in alcune occasioni per l’attribuzione di responsabilità penali. Bisogna considerare che sul piano squisitamente tecnico tali operazioni, aldilà del valore legale, si delineano come rapporti comunicativi tra persone, elemento importante principalmente per due motivi: in primis ci si riferisce ai diversi ruoli che i soggetti ricoprono, il secondo concerne i limiti espressivi, psicologici e cognitivi delle persone che rendono le dichiarazioni (elemento precipuo nel campo della testimonianza). Le posizioni ricoperte dai vari soggetti considerati all’interno di una certa indagine possono delinearsi in maniera differente, il soggetto potrebbe essere terzo rispetto ai fatti in quanto avrà semplicemente assistito all’evento, ovvero potrebbe essere terzo ma comunque coinvolto, o ancora su di lui possono concentrarsi sospetti e indizi che fanno di lui l’indagato. Le distinzioni fra le varie posizioni ricoperte dai soggetti nella struttura dell’indagine non si esauriscono solo nella prospettiva assunta dal soggetto concernente l’evento ma anche in merito alle qualità del soggetto stesso. Davanti a un minore le tecniche investigative non possono seguire, essenzialmente, le linee guida che altrimenti sarebbero poste in essere dagli operatori nei confronti di un soggetto adulto. Il minore è un soggetto in crescita, che non ha del tutto interiorizzato le norme socialmente condivise del conglomerato sociale di riferimento, al fronte della cosiddetta presunzione concernente l’incapacità l’uomo acquisisce la capacità di intendere e di volere in maniera graduale, capacità che è presupposto sia di consenso legittimo dato con coscienza e volontà, sia per quanto riguarda le informazioni che il soggetto minorenne rilascerà in sede di interrogatorio, pertanto il minore non sarà in grado di comprendere pienamente il significato delle azioni poste in essere né, eventualmente, di ciò che racconterà in merito a una certa vicenda che configuri un reato. Mettendo da parte il dato squisitamente normativo sulla fascia di età che individua il minore, sul piano psicologico le difficoltà aumentano, giacché un minore di anni 4 non potrà ricevere lo stesso trattamento rivolto a un minore di anni 13.

La suggestionabilità del minore

Prima di addentrarci nelle pratiche investigative dobbiamo fare alcune considerazioni in merito alla condizione particolare che vive il minore. In ambito forense, specialmente nei casi di abusi sessuali, la testimonianza del minore diventa essenziale, laddove il bambino non sia solo vittima dell’abuso ma anche unico testimone. Considerando che l’equilibrio psico-fisico del minore è già minato dalla violenza sessuale subita, gli interrogatori possono ulteriormente creare un conseguente trauma. Molto spesso, gli operatori preposti, si lasciano trasportare dal bisogno di ristabilire il diritto leso (che in molti casi potrebbe non esserlo) e sulla base di certi sospetti inducono il bambino a raccontare una verità distorta per poter procedere nei confronti dell’adulto. Molti studi sulla “suggestionabilità del minore” ci suggeriscono una forte propensione del minore a essere influenzato dagli adulti, giungendo perfino a raccontare eventi e situazioni che in realtà non sono mai accaduti. Uno studio realizzato nel 1991 da Rudy e Goodman negli States si pose l’obiettivo di studiare la suggestionabilità dei bambini e in particolare i loro racconti qualora avessero assistito a certi eventi realmente accaduti. I ricercatori suddivisero il campione in due gruppi, “gli osservatori” e i “partecipanti” a un certo tipo di evento. Due bimbi per volta, dei due gruppi differenti, venivano condotti in una roulotte dove incontravano un uomo sconosciuto che chiedeva al bambino-osservatore di guardare con attenzione, al bambino-partecipante mostrava alcuni giochi che duravano per circa 10 minuti. A distanza di dieci giorni i bambini venivano intervistati separatamente, pochi bambini rispondevano non so o non ricordo e i partecipanti si facevano suggestionare meno di quelli osservatori mentre i bambini di 4 anni erano molto più influenzati dall’adulto rispetto a quelli di 7. Altri autori giungevano alla conclusione che le risposte errate dei bambini presentavano l’esistenza di buchi nella loro memoria, che essi tentavano di coprire compiacendo lo sperimentatore, ossia accettando le opinioni che emergevano nelle cosiddette domande suggestive. L’informazione che veniva suggerita dall’adulto veniva interiorizzata dai bambini come se fosse parte del ricordo originario. Ergo la suggestionabilità dei bambini non veniva addebitata a errori di memoria ma piuttosto a fattori sociali come compiacere gli adulti. Ancora secondo lo psicologo Lipmann, i bambini non hanno meno memoria rispetto agli adulti ma ricordano cose diverse giacché prodigano attenzione ad alcuni elementi di una certa scena e ne tralasciano altri.

I bambini cedono con facilità alla suggestione se riportano determinate qualità, se:

- sono piccoli;

- sono interrogati a distanza di tempo;

- si sentono intimoriti dall’adulto;

- sono suggestionati da domande mal poste o volutamente viziate;

- la suggestione viene esercitata da persone affettivamente importanti o

comunque da persone alle quali il bambino ammira.

I bambini più piccoli sono più suggestionabili poiché avrebbero una traccia mnestica dell’evento più fragile rispetto ai più grandi, ergo più soggetti a intrusione di informazioni esterne. Bisogna precisare che la suggestione può anche essere alimentata da semplici rinforzi positivi (come premiare, elogiare, lodare il bambino) e/o negativi (punire, disapprovare, sgridare). Il più delle volte la causa concernente la suggestionabilità è imputabile alle domande che gli adulti pongono ossia le cosiddette domande suggestive che affermano più di quanto chiedano e conducono l’interrogato a rispondere in modo che si confermi il contenuto della domanda.

Esistono delle condizioni che rendono il soggetto più adatto alla suggestione:

il testimone, se incerto e insicuro dei propri ricordi, invece di rispondere

non so” o “non ricordo”, tende a farsi guidare dall’interrogante;

il testimone è sensibile all’autorità di chi lo interroga;

il testimone, fidandosi di chi gli pone le domande, accetta i presupposti delle

stesse;

il testimone ritiene di dover soddisfare le aspettative di chi lo esamina (per

buona educazione, timore…);

il testimone cede alla pressione del contesto processuale lasciandosi

suggestionare da domande inducenti;

il testimone non desidera essere valutato negativamente;

il testimone è la vittima del reato e sa che la sua testimonianza può essere

decisiva per gli esiti del processo.

Oltre alle domande suggestive vi sono le domande ripetute che possono avere conseguenze sia positive che negative sull’attendibilità della testimonianza. Se da una parte la reiterazione della domanda aiuta a ricordare particolari tralasciati, dall’altra induce il bambino a credere che la prima risposta da lui fornita non sia quella corretta e lo porta a modificare la versione con dei dettagli che in realtà sono inesistenti.

Tecniche di interrogatorio sui minori

Come dicevamo poc’anzi il pericolo che la suggestione si dipani nel contesto dell’interrogatorio dei minori è estremamente concreta. I bambini non hanno ancora interiorizzato lo schema convenzionale che consente la rievocazione di eventi avvenuti nel passato e immagazzinati nella memoria pertanto tutto dipende da come le autorità preposte guidino l’interrogatorio. Per ridurre le possibilità di errore si raccomanda di adottare procedure che consentano di minimizzare l’inquinamento dei ricordi conservati nella memoria dei bambini per incrementare la possibilità di ottenere un ricordo corretto. Dapprima è bene partire da tecniche tranquillizzanti come discutere con il bambino di argomenti di interesse del minore (giochi, scuola, amici..); descrivere l’ambiente nuovo ove si trova il minore e cercando di soddisfare la curiosità del minore; descrivere la situazione penale del minore (chiaramente in maniera semplice) chiarendo i suoi diritti, i doveri e la posizione dell’interrogante; spiegare le positività in merito al racconto della verità e specificare che l’interlocutore non si pone in maniera contraria al minore. Altre tecniche riguardano invece i comportamenti tranquillizzanti come assumere un atteggiamento calmo, offrire qualcosa da bere o da mangiare, cercare di sdrammatizzare la situazione o porla come una forma di gioco (soprattutto se il bambino è molto piccolo), far partecipare chi accompagna il minore.

Il discorso concernente la testimonianza dei bambini non è tanto legato alla loro capacità di raccontare, piuttosto la capacità di individuare fraintendimenti che sono alla base del racconto e che solo l’esperto è in grado di focalizzare. Le domande guidate, di carattere generale, possono aumentare il numero di informazioni senza aumentare il rischio di errori.

Audizione protetta

La Cassazione ha precisato che le testimonianze dei minori sono fonte legittima di prova, pertanto la responsabilità dell’imputato può essere fondata anche sulle dichiarazioni dei minori, specie se queste siano avvalorate da circostanze tali da farle apparire meritevoli di fede (Cass. Sez.III, 8 Aprile 1958). I minori di anni 14, secondo la legge, non devono testimoniare sotto giuramento ma comunque possono essere ascoltati (ex art. 498 c.p.p). Per tutelare il minore, garantirgli una situazione ove egli stesso avverte protezione, è stato introdotto l’incidente probatorio protetto (audizione protetta), disciplinato dalla legge 269/98, impiegato principalmente per i reati di natura sessuale contro minori di anni 16 e in alcuni casi particolari anche minori di anni 18. L’ascolto del minore è effettuato dal giudice che può essere affiancato da un familiare o da un esperto in psicologia infantile che di norma conduce il colloquio. Per creare un clima che ponga il bambino in uno stato psicologico sereno è consigliabile svolgere l’audizione protetta in un luogo diverso dal tribunale ad es in strutture assistenziali ad hoc ovvero presso l’abitazione del minore. Sono previsti ulteriori meccanismi di protezione, quale l’uso di un vetro/specchio unidirezionale. Nella stanza con il minore ci sarà l’esperto in psicologia infantile e uno dei due giudici. Dall’altra parte del vetro/specchio, tutti gli altri componenti del collegio giudicante. I locali dovrebbero comunicare mediante un interfono che consenta di intervenire in tempo reale a garanzia del contraddittorio e dei diritti delle parti. Vi è l’obbligo di videoregistrare l’intervista, che può essere utile, successivamente, per l’analisi del linguaggio non verbale e la qualità dell’interrogatorio come l’eloquio del soggetto o ancora il tempo di latenza tra la domanda e la risposta.

Step-Wise-Interview

Una tecnica molto interessante e che gli psicologi giuridici considerano adatta a raggiungere risultati positivi è la step-wise-interview: questa tecnica fonde la conoscenza più aggiornata in tema di psicologia evolutiva con le tecniche di memoria che possono aiutare il minore a ricordare eventi passati. Gli obiettivi principali di questa tecnica sono

  • Ridurre al minimo le audizioni

  • Ridurre al minino la possibilità che si crei un trauma legato all’interrogatorio

  • Minimizzare il rischio che l’interrogatorio possa inquinare il ricordo legato all’evento

  • Massimizzare le quantità di ricordi corretti ottenibili dal bambino

  • Garantire e poter dimostrare l’integrità e la correttezza del processo investigativo

Questa tecnica è composta da diverse fasi. In primis l’intervistatore identifica se stesso e il suo ruolo. Successivamente si costruisce il rapporto cercando di creare una situazione ove il bambino si senta tranquillo e a suo agio chiedendo cose che non siano collegate all’evento per il quale il minore è chiamato a testimoniare, ma domande di carattere generale sulla scuola, sugli amici ecc. In questo modo si verificano capacità linguistiche e mnemoniche, richiedendo, inoltre, al bambino di descrivere due eventi “neutri” del passato come un compleanno o una gita e confrontando la modalità di rievocazione dell’evento neutro con quello per il quale il bambino è chiamato a testimoniare. Cercare di carpire la differenza tra verità e bugia/fantasia e realtà, specialmente se il bambino è piccolo. Successivamente si passa al racconto libero chiedendo al minore di spiegare cosa ricorda in merito all’accaduto e qui non bisogna interrompere la narrazione del minore. Successivamente si inizia con le domande aperte che dovranno partire sempre dalle informazioni fornite dal minore nella fase del racconto libero. Le domande a risposta chiuso sono da evitare e non bisogna mai fare riferimento a informazioni ottenute da altre fonti. Lo step successivo sono i chiarimenti, cercare di appianare incoerenze nelle affermazioni del bambino; indagare sulle conoscenze del bambino in materia sessuale (usare bambole anatomiche o disegni soprattutto per i bambini più piccoli). Nella fase conclusiva si ringrazia il minore per la sua collaborazione, si chiede al bambino se ha delle domande e si spiega cosa succederà in seguito all’intervista.

Regole opzionali da comunicare al bambino (da usare con precauzione in bambini sotto i 6 anni):

1 “Se interpreto male qualcosa che hai detto, dimmelo. Voglio capire bene”

2 “Se non capisci qualcosa che ho detto dimmelo e cercherò di spiegarmi meglio”

3 “Se in qualunque momento ti senti male, dimmelo o fammi segno di fermarmi”

4 “Anche se pensi che io sappia già una cosa, dimmela comunque”

5 “Se non sei sicuro della risposta, non tirare a indovinare, ma dimmi che non sei sicuro prima di rispondere”

6 “Quando descrivi qualcosa, ricordati che io non c’ero”

7 “Ricorda che io non mi arrabbierò e non sarò dispiaciuto per quello che mi dirai”

8 “Parla soltanto di cose che sono davvero successe”

 

Errori da evitare-Cosa non bisogna fare

  • Reiterare durante lo stesso colloquio le stesse domande, giacchè la reiterazione induce il bambino a cambiare risposta data precedentemente rendendo difficile l’attendibilità delle dichiarazioni.

  • Svolgere interrogatori posti in essere da intervistatori differenti, persone diverse poggino le loro convinzioni su informazioni ricevute dai precedenti intervistatori e induce il bambino, con domande che si ritengono fuorvianti, a confermare le sue stesse convinzioni

  • Prolungare il colloquio oltre la soglia di attenzione e concentrazione del minore

  • L’impiego di un linguaggio troppo formale che rende la comunicazione col minore maggiormente difficile

  • Frasi che contengono doppia negazione come “quindi con papà, che non c’è mai, tu non giochi?”

  • Mettere 

  • Riportare al bambino la descrizione dell’evento raccontata da altri soggetti

  • Dislocare la colpa sul bambino per non aver raccontato prima l’accaduto

  • Mostrare emozioni durante il colloquio (come disgusto, pena)

  • Fingere di credere a tutto ciò che il bambino racconta anche se vi siano delle contraddizioni di fondo

  • Fare promesse rispetto alla conclusione della vicenda

  • Connotare le affermazioni con aggettivi positivi e negativi (quando faceva le cose brutte si spogliava papà?)

  • Comprare la collaborazione del bambino, sostenendo che se collabora c’è un regalo.

Intervista cognitiva

Il metodo validato dal punto di vista sperimentale, nasce per interrogatori posti in essere nei confronti di adulti testimoni o vittime di reato e solo in seguito viene applicato anche ai casi in cui vengono coinvolti minori. Si avvale dell’uso di tecniche orientate a favorire il recupero o la rievocazione di episodi e di dettagli dell’evento. Si basa su alcuni presupposti di teoria psicologica concernente la memoria. La traccia della memoria può essere recuperata in misura che è direttamente proporzionale: laddove si è in possesso di più indizi che concorrono al recupero dell’informazione e maggiore sarà la possibilità di recupero dell’informazione stessa. Se l’informazione risulta difficilmente recuperabile attraverso un particolare indizio, si può provare ad attivarla attraverso un suggerimento differente che si traduce in sorta di guida da parte dell’interrogante. L’intervista cognitiva segue il principio della specificità di codifica che prevede che le informazioni diventino più accessibili se il contesto e il vissuto che si vive al momento della rievocazione somiglia a quello originale, pertanto viene messa in atto una strategia volta a ricostruire il contesto facendo in modo che il testimone si metta mentalmente nella situazione da rievocare.

Prima fase (familiarizzazione)

Nella fase inziale bisogna creare un’atmosfera rilassata e stabilire un rapporto amichevole con il bambino. Un rapporto familiare. Successivamente è necessario spiegare lo scopo dell’intervista e rassicurare il minore, ponendo domande in merito al perché si trovi in questa situazione.

Seconda fase (racconto libero)

In questa fase l’intervistatore deve cercare di ricreare il contesto dell’evento, guidando il bambino all’interno del ricordo. Le domande da porre sono in merito alla descrizione dell’ambiente, gli odori, i colori, i suoni, gli oggetti presenti e le sensazioni provate. Successivamente si lascia libero il bambino di raccontare quanto ricorda, chiedendogli di riportare i particolari. L’unico intervento permesso è quello di incoraggiarlo laddove via sia un blocco nel racconto.

Terza fase (interrogatorio)

La terza fase è la fase in cui l’intervistatore assume un ruolo attivo. Inizierà a porre domande ma consegnando al bambino alcune spiegazioni di merito: nel momento in cui non capisce di chiedere informazioni, che gli è permesso dire “non so, non ricordo”, di rispondere solo su ciò che ricorda e non di inventare nulla. Informarlo che alcune domande potrebbero venir poste più volte, ma questo non significa che la sua riposta sia sbagliata. Cercare di attivare immagini mentali specifiche (come il viso, i vestiti ecc), suggerire di chiudere gli occhi e rivivere quell’immagine come se fosse davanti gli occhi.

Quarta fase (fase del racconto con diverse modalità)

In questa fase si riprende nuovamente il racconto ma cercando di cambiare prospettiva (“fa finta ora di essere un’altra persona presente al fatto che è avvenuto e dimmi cosa ha visto questa persona”), partire da un ordine cronologico diverso, chiedere di raccontare dalla fine all’inizio. (anche se questa modalità è sconsigliata per i bambini al di sotto degli 8 anni

Quinta fase (fase chiusura)

Nell’ultima fase si saluta il bambino con estrema serenità, senza assumere giudizi e lo si ringrazia.

E’ importante che il professionista, durante queste indagini, deve essere in grado di considerare se stesso come facente parte del processo di valutazione e lo conduca a sollevare la sua autocoscienza che lo renda consapevole della propria influenza nello sviluppo dell’indagine di merito.

Bibliografia

Guglielmo Gulotta and Daniela Ercolin La suggestionabilità dei bambini: uno studio empirico Rivista Psicologia e Giustizia Anno 5, numero 1, Gennaio – Giugno 2004

Domenico G.Bozza Le tecniche di interrogatorio

Barbara De Marchi Neuroscienze cliniche: L’ascolto del minore 

 

*Criminologa

(Deborah Maddalena Bottino*) La storia criminale di Roberto Succo comincia in un lontano aprile del 1981 e coincide con un’assenza. Alla questura di Mestre freme una certa preoccupazione, Nazario Succo, diligente poliziotto, non si presenta al commissariato da ben due giorni. Il commissario, dunque, invia due agenti alla palazzina popolare, in via Terraglio, ove i coniugi Succo si sono trasferiti da non molto. Gli agenti non ricevono risposta e decidono di entrare all’interno dell’abitazione, sfondando una finestra, la casa è immersa nel buio e non si ode nessun tipo di rumore. Nessuno risponde alle loro esortazioni. Né il Succo, né la moglie Maria e nemmeno il figlio Roberto. Gli agenti continuano a perlustrare la casa, senza notare nulla di sospetto.

Poi giungono alla porta del bagno. La aprono lentamente. Lì, davanti a loro, si presenta una scena raccapricciante, i coniugi Succo sono distesi nella vasca. Privi di vita. Sono stati trucidati a colpi di coltello.

Sulla scena del crimine arriva la polizia scientifica che tenta di ricostruire la criminodinamica dell’omicidio: a prima acchito sembrerebbe che per prima sia stata uccisa la signora Maria, l’assassino l’ha colpita con diverse coltellate, circa una decina, in cucina e poi successivamente trascinata nel bagno, ove riversa nella vasca l’assassino si è scagliato contro di lei con l’obiettivo di finirla. Successivamente il rubinetto dell’acqua che scorre ha ricoperto il corpo della vittima. Nazario Succo, rientrato in caso verso mezzanotte, dopo aver finito il turno presso il commissariato, è stato colpito subito dal suo aguzzino, proprio sull’uscio della porta di casa, con un fendente e poi trascinato in bagno e gettato anch’egli nella vasca, sopra il corpo della moglie e coperto d’acqua. Le indagini sono subito avviate, ricostruito il modus operandi, si cerca immediatamente un movente ricostruendo la personalità di Succo, un poliziotto solerte, attento, che non si occupa di indagini speciali, né di criminalità organizzata o di crimini dei colletti bianchi, per gli investigatori un suo coinvolgimento in qualcosa di ambiguo è inverosimile. La polizia, però, ha un sospettato, il figlio dei due coniugi del quale non si hanno più tracce, Roberto. Roberto Succo ha 19 anni, frequenta il liceo scientifico a Mestre e un studente invisibile, molto tranquillo, forse troppo. Taciturno, con un carattere molto introverso, ha la passione del culturismo ma non sono mai stati rilevati dei litigi con i genitori, come riportano i vicini di casa. Il sospetto è fondato: sulla scena del crimine ci sono i suoi vestiti sporchi di sangue. Il sangue dei suoi genitori. Scatta l’ordine di ricerca, esteso oltre al Veneto, c’è la descrizione dei suoi vestiti, jeans e maglioncino marrone, la macchina con cui viaggia, l’Alfasud blu del padre e soprattutto definito armato e pericoloso giacché ha con sé la pistola d’ordinanza del poliziotto Succo, una Berretta automatica 92 S con quindici colpi calibro 9 per 19.

Il 13 aprile del 1981, due giorni dopo l’omicidio, lo trovano in una pizzeria in Friuli-Venezia-Giulia, in provincia di Udine, grazie alle segnalazioni di qualcuno che aveva notato la macchina descritta dai Tg girovagare per il paesino con l’accorgimento di utilizzare una targa falsa, rubata a un’altra macchina. I carabinieri si scagliano subito contro Roberto, che è pronto a usare resistenza usando la pistola sottratta al padre, ma il maresciallo dei CC ha la meglio su di lui. Roberto oltre alla pistola ha con sé un coltello, proprio quel coltello con cui ha ucciso i coniugi Succo, i suoi genitori. L’arma del delitto. In caserma, Succo giunge in stato confusionale, raccontando una storia onirica, al limite del surreale, dichiarandosi innocente e dislocando la colpa dell’omicidio sui carabinieri e spiegando la sua fuga come atto di sopravvivenza. Una grossa frottola. Giunge una macchina dal Commissariato di Mestre a prelevarlo per riportarlo davanti al Dottor La Barbera. Durante il viaggio, Succo, assume un atteggiamento silenzioso, laconico, resta muto, fin quando all’uscita dell’autostrada per Mestre, aggredisce i poliziotti che gli siedono accanto, colpendoli con una furia immane finché non riescono a immobilizzarlo. Davanti al dottor La Barbera, Succo ammette tutto, con un movente bizzarro, la madre colpevole di non riservargli più affetto e il padre di non avergli dato la macchina perché azzardava sull’acceleratore. Anche davanti al sostituto procuratore Dragone conferma tutto, non solo l’omicidio ma anche la dinamica, prima la madre e poi il padre, che ha colpito prima con un coltello e poi con un’ascia dopo avergli infilato la testa in un sacchetto di plastica. I corpi li ha ricoperti d’acqua con lo scopo peculiare di coprire l’odore e ritardarne, ergo, la scoperta. Ha atteso che facesse giorno, poi con la macchina del padre, si è diretto verso Brescia per andare dallo zio a raccontargli tutto, perdendo il coraggio durante il tragitto, tornando a Mestre e girovagando per la città, finanche a tornare a casa, forzando i sigilli della polizia per portare via i corpi e occultarli. Ripartito si è fermato a dormire in macchina, in un parcheggio poi nella pizzeria dove l’hanno preso. Con il magistrato Roberto appare mansueto, attento alla lettura del verbale di interrogatorio che corregge di tanto in tanto, con dettagli sull’omicidio in materia di anatomia in cui è particolarmente esperto, racconta che da piccolo si divertiva a sezionare gli animali dopo avergli somministrato del cloroformio. Le perizie psichiatriche riportano una diagnosi di schizofrenia e a Roberto è concessa la non imputabilità e dunque l’infermità di mente con immediato ricovero presso l’allora manicomio criminale di Reggio Emilia, ove dovrà essere curato e tenuto sotto osservazione per dieci anni. L’ordine cronologico delle cose non va, però, in questa linea, tanto che Succo resta in manicomio solo sei anni, non per inadempienza della giustizia ma perché Roberto dal manicomio evade. Nel manicomio, Roberto segue un percorso decoroso, non crea problemi ma scrive delle lettere macabre a Don Domenico Franco, un sociologo conosciuto nel periodo detentivo. Gli scrive che potrebbe tenere testa a cinque sorveglianti con una mano sola e poi vorrebbe soffocarli ma si trattiene perché desidera tornare libero per rivedere la luce del sole e non essere più un animale in gabbia. Scrive anche del suo passato, di quando andava a scuola e della misoginia nei confronti delle sue compagne di scuola che avrebbe voluto uccidere. Nonostante queste lettere e la conoscenza di Wolfang Abel, serial killer che insieme a Marco Furlan ha messo in atto una serie di delitti firmandosi con l’appellativo Ludwing, si comporta bene, finisce addirittura il liceo e si immatricola all’università, alla facoltà di scienze naturali, iniziando a dare esami, ottenendo delle licenze di studio fuori dal manicomio per frequentare corsi più impegnativi. Durante una di queste licenze Roberto non rientra in manicomio, si dilegua nel nulla a 25 anni. Scompare per ben due anni quando poi riappare a Parigi, la polizia francese lo identifica come pericoloso assassino e gli da la caccia per 15 giorni. Il 28 gennaio del 1988, i poliziotti francesi si recano in un albergo a Tolone con l’intento di cercare un certo Andrè, che la notte prima aveva sparato in bar, ferendo un uomo alla schiena durante una rissa. Nell’albergo la polizia sta ancora chiedendo informazioni quando il suddetto Andrè arriva nella hall, estrae la pistola e si mette a sparare contro i poliziotti, uno dei due ispettori si accascia a terra, ferito e incosciente mentre l’altro, resta in ginocchio, colpito a un braccio e una gamba, avvicinato da Andrè l’ispettore gli supplica di non ucciderlo ma Andrè, con gli occhi di ghiaccio, lo fredda senza pietà e fugge via. Dopo l’omicidio dell’ispettore francese, alla gendarmeria si presenta una ragazza francese di 16 anni che dice di essere amica di Andrè e rileva che il suo nome non è Andrè ma Roberto Succo, un tipo pericoloso. Con le impronte digitali la polizia non ha dubbi, Andrè e Succo sono la stessa persona e quello che  si evince sono particolari che rabbrividiscono. Con gli stessi connotati di Andrè un altro uomo è stato notato in Svizzera, dove ha aggredito un gestore di una stazione di servizio per rubargli la macchina, che successivamente ha abbandonato per fermarne un’altra e tenere in ostaggio la ragazza che la guida. Vuole farsi portare a Berna e minaccia di ucciderla senza remore, sulla strada, però, hanno un incidente e la ragazza riesce a scappare. Giunta la polizia, l’uomo dagli occhi di ghiaccio non ha freni, spara contro la polizia svizzera finché non riesce a scappare. A Lyss, non lontano da Berna, sequestra e stupra tre donne, una finisce in stato di shock mentre le altre due riescono a dare una descrizione dettagliata dell’uomo, che anche qui, si faceva chiamare Andrè. Nella macchina rubata ci sono delle impronte che corrispondono a quelle di Parigi. Roberto si trova in Svizzera. Nascosto da qualche parte. Il mandato di arresto è internazionale, tutte le polizie sono allertate e cominciano a dargli la caccia. A Lione la polizia ferma un ragazzo sui vent’anni, ma le impronte non corrispondono. Non è Roberto. La polizia riceva una segnalazione il 20 febbraio nell’Alta Provenza, ma anche in questo caso si rileva un flop. Roberto è ancora libero, armato, pericoloso.

Dopo averlo cercato per tutta Europa, il 29 febbraio, nei pressi di Conegliano, la squadra mobile di Treviso lo becca verso le dieci e mezza, una decina di agenti in borghese gli tende una trappola, coperti dagli uomini delle squadre speciali. Sono giunti lì, dopo una serie di segnalazioni da Belluno, a Milano, e infine a Treviso. Gli balzano addosso e lui reagisce con una forza bruta, si divincola e riesce a scappare dirigendosi verso un’altra macchina rubata a Brescia, ma alla macchina non arriva, gli agenti lo braccano atterrandolo e ammanettandolo. Nella macchina ha una Smith & Wesson calibro 38 Special con cui ha fatto fuori l’ispettore francese e un documento falso, intestato a un dipendente delle ferrovie dello Stato, carta di credito e libretto di banca. Inoltre ha molti liquidi con sé, sia lire che franchi francesi. Una cartina geografica e un piano di fuga per la Sicilia con destinazione Nord Africa. In questura alla domanda sulla professione, Roberto dice di essere un killer, di ammazzare la gente. Si vanta di aver preso in giro le polizie di mezza Europa, di non aver rapporti con la criminalità organizzata e di essere riuscito nella sua latitanza grazie alle donne, le sue donne, quelle che di lui erano innamorate e in Francia ne vengano fermate tre con l’accusa di favoreggiamento. Non solo. Anche quelle sequestrate, violentate e minacciate. I capi di accusa sono molti, dalle numerosissime violenze carnali ad altrettanti omicidi. Oltre ai genitori, all’ispettore, c’è una ragazza vietnamita, rapita e poi massacrata a coltellate, un medico di Annecy ucciso dopo aversi fatto dare un passaggio, un’altra donna nella stessa città freddata con un colpo di pistola e infine un poliziotto svizzero ucciso al controllo dei documenti a Tesserve. Succo è richiuso nel carcere di Treviso dove non potrà più nuocere. O forse si? Proprio quando in prefettura il primo dirigente si congratula con il capo della squadra mobile per la cattura di Succo, al carcere di Treviso, Roberto si trova nel cortile per l’ora d’aria, sorvegliato a vista da tre agenti di custodia, che si distraggono un attimo. Nel frangente di questa distrazione, Roberto si aggrappa alla tettoia alta più di due metri e riesce a salire sul tetto del carcere che viene subito circondato da polizia, carabinieri e giornalisti. Roberto si denuda, restando in slip e inizia a parlare con i giornalisti. Ce l’ha a morte con una donna, la ragazzina di 16 anni che l’ha segnalato, l’unica che lui abbia amato. Dopo un’ora Roberto finisce il suo spettacolo, si aggrappa al cavo per passare sul tetto dell’abitazione del direttore e poi si ferma, dichiarando di voler dimostrare come si muovono i parà, inizia a dondolarsi reggendosi con le mani. Quando cerca di saltare sul terrazzino non riesce e cade, fa un volo di sei metri, si rompe tre costole e si lussa una spalla. Neanche in questo stato si ferma, i medici dell’ospedale sono costretti a sedarlo prima di caricarlo su un’ambulanza e spedirlo al carcere di Livorno, in cella di isolamento. A marzo la Francia chiede l’estradizione di Succo per paura che una perizia possa giudicarlo infermo di mente, arrivano altre istanze da parte di giudici svizzeri e francesi per altri casi imputati a Succo. A Treviso arriva un magistrato francese per interrogarlo, un interrogatorio che dura dieci minuti ove Succo parla francese con frasi prive di senso per poi passare all’italiano e infine avvalendosi della facoltà di non rispondere. Nel maggio dello stesso anno, un collegio di periti giunge alla stessa diagnosi precedente: schizofrenico e socialmente pericoloso. Il giudice è costretto a riconoscergli l’incapacità di intendere e di volere. Nonostante le proteste dei francesi, Succo deve tornare in manicomio criminale. Le cose, però, assumono tutt’altra strada. Dal carcere di Livorno Succo viene trasferito al carcere di Vicenza per una questione  logistica, ossia la vicinanza al tribunale per evitare fughe durante i trasferimenti. Anche qui è destinato a una cella di isolamento, sorvegliato per tutto il giorno, tranne la notte. La mattina del 23 maggio, dallo spioncino, si accorgono che Roberto è ancora a letto, con la testa coperta dal cuscino, come sempre, ma inizia a essere tardi e Roberto ancora non si alza dal letto. Gli agenti si preoccupano e entrano. Sollevato il cuscino si rendono conto che Roberto ha la testa infilata in un sacchetto di plastica e vicino vi è un bomboletta vuota, che era piena di gas, usata per illuminare. Roberto aveva preparato tutto, era riuscito a procurarsi del nastro adesivo, il sacchetto di plastica e la bomboletta data  in dotazione a tutti i detenuti. Infilata la testa nel sacchetto, lentamente aveva fatto fuoriuscire il gas all’interno del sacchetto e gradualmente aveva perso conoscenza, fino al soffocamento. Questa volta nessun trucco.. Il cherubino nero ha fatto ancora parlare di lui sui giornali, con un’evasione speciale, l’evasione dalla vita. Roberto ha scelto la morte con spietata lucidità.

 

Bibliografia

Carlo Lucarelli, Massimo Picozzi, Serial killer: Storie di ossessione omicida, 2003, Mondadori

*Criminologa

(Fanny Ercolanoni) Nell’ambito del diritto e della investigazione, la testimonianza occupa un posto centrale perché, attraverso questo strumento di prova, i vari attori (Giudici, Avvocati, Organi di Polizia, Periti) conducono, ognuno rispetto alla propria funzione terza o di parte, una indagine tesa a conseguire un giudizio di merito circa circostanze di natura legale seguendo un percorso di metodo, nella sostanza, piuttosto simile alle fasi di una ricerca scientifica: si parte da una ipotesi della quale si deve verificare la fondatezza (ragione sostenuta), si vagliano gli avvenimenti e le situazioni che possono convalidarla o confutarla (valutazione delle prove), si elaborano i dati (che, simmetricamente, costituiscono la struttura della motivazione della decisione), per poi pervenire a delle conclusioni (fase decisoria coerente con le prove raccolte).

Seguendo questo parallelismo, la testimonianza costituisce, quindi, una delle fonti di estrapolazione dei dati; la prima, in assoluto, agli albori del diritto e la fondamentale, tra altre, nell’arco della storia processuale; oggi, questa sua prevalente valenza è stata messa in discussione sostanzialmente da due fattori: dall’introduzione di tecniche scientifiche di indagine (es. DNA, BPA ovvero analisi macchie sangue) e dalla attenzione della comunità scientifica ai processi psicologici sottesi ad essa. Le due cose, chiaramente tra loro non dipendenti, hanno in comune però la finalità di apportare quanta più oggettività possibile ad una attività che ha gli stessi limiti della fonte di provenienza: l’uomo.

Il diritto, per ovviare ad essi, ha ritenuto di imprimere garanzie sia alla fase di raccolta delle narrazioni testimoniali sia a quella dell’analisi mediante procedure via via sempre più formali, attraverso modelli processuali codificati o comunque protocolli extra codex che, sia pur meno rigorosi, hanno lo scopo di reperire informazioni per l’accertamento e la ricostruzione del fatto; ma la nascita della psicologia giuridica dimostra che essi, pur costituendo un valido paradigma per la verifica del rispetto, o meno, delle regole procedurali, si pongono a valle rispetto ai processi cognitivi coinvolti nell’attività testimoniale, a volte quasi astraendosene; pertanto, la conoscenza degli elementi basilari della psicologia della testimonianza è fondamentale per tutti gli operatori del diritto per comprendere come la percezione, la memoria, le intenzioni e la suggestione possano influire sulla stessa e per predisporre, conseguentemente, strumenti idonei per meglio valutare la sincerità, credibilità e attendibilità del terzo osservatore, nonché protocolli più adeguati per la raccolta della testimonianza.

Il presente contributo prende spunto dalla tesi di Dottorato di Ricerca discussa nell’anno 2014 dalla sottoscritta presso l’Università di Macerata ove ha, appunto, conseguito il titolo di PhD in Scienze psicologiche e sociologiche - curriculum psicologia dei processi cognitivi e comunicativi. Quel progetto di ricerca, dal titolo “Descrizioni testimoniali di sinistri stradali: l’aspetto fenomenologico della testimonianza”, aveva come obiettivo quello di indagare, alla luce delle teorie e metodologie della fenomenologia della percezione, cosa, quanto e come un testimone riferisce dell’evento, in quel caso, costituito da un incidente stradale.

La prospettiva è piuttosto nuova, stante la scarsità di ricerche sul tema, in quanto affronta la questione della componente percettiva di una testimonianza sotto il profilo fenomenologico/descrittivo ovvero si occupa del cosa (e quanto) e del come (ovvero con quale modalità) il teste descrive un fatto, valutando la completezza della sua descrizione; tale argomento coinvolge, questioni ontologiche (mondo fisico versus mondo fenomenico), epistemologiche (procedure/protocolli) e metodologiche (individuazione dell’oggetto descritto).

Secondo chi scrive, l’analisi del contenuto di quanto descritto, nel contesto sopra delineato, costituisce le fondamenta di una struttura alquanto complessa; infatti, la valutazione circa la credibilità, attendibilità, sincerità del teste, che passa attraverso i diversi criteri che la produzione scientifica in materia ha fornito, deve necessariamente tener conto anche di un parametro oggettuale (il cosa e il come appunto) e “numerico” (la quantità) all’interno di un preciso contesto teorico-metodologico (nel caso, quello della fenomenologia della percezione).

In questa sede verrà affrontato il tema cruciale del rapporto tra tecniche investigative tradizionali e tecniche investigative scientifiche in relazione al contesto nel quale rilevano: il processo.

L’ASPETTO FENOMENOLOGICO DELLE INDAGINI TRADIZIONALI (in particolare della testimonianza)

Alla luce delle attuali tecniche di investigazione scientifica, ci si chiede quale valenza possa ancora avere la trattazione di una attività, ovvero la testimonianza, rientrante invece tra i metodi investigativi tradizionali.

L’idea comune che negli anni si è andata ingenerando, anche confortata da come a livello mediatico sono stati narrati alcuni casi processuali, è quella che le consuete indagini siano state sostanzialmente scalzate da quelle createsi a seguito di nuove conoscenze provenienti da regioni disciplinari come la biologia, genetica, antropologia, entomologia ecc., che si basano su metodiche scientifiche. Così impostata, però, la questio viene iper semplificata rimanendo sul piano di uno sterile antagonismo tra i supporters dell’una e dell’altra o, peggio, a livello di rapporto tra un minus ed un maior.

Il tema, invece, è molto più complesso perché, a monte, contiene la crucialità della riflessione del rapporto tra l’accesso alla conoscenza di un fatto e del metodo utilizzato per raggiungerla; in altre parole si tratta di un problema epistemologico.

Inoltre, tenuto conto del contesto dove sia la prova “tradizionale”, nel nostro caso la testimonianza, che quella cd. scientifica vengono applicate, rileva un altro ordine di considerazioni relative alla relazione intercorrente tra il processo (diritto), la specifica area scientifica dalla quale la prova deriva (scienza in senso generale) ed altri settori disciplinari ai quali si fa necessariamente riferimento in quanto, nell’ambito del processo, si svolgono attività umane dietro le quali vi sono processi cognitivi (psicologia); in altre parole, si delineano tre categorie di prove (rectius fonti di prove) che si formano attraverso tre diversi paradigmi alquanto diversi: formal – procedurale quella giuridica, tecnico-strumentale quella scientifica, cd. metodo tradizionale basato essenzialmente sull’esperienza percettiva degli investigatori e dei testimoni.

Ora, vi sono tre modi di concepire l’epistemologia: in una prima accezione, si fa riferimento alla branca della scienza che consente di separare gli assunti validi da quelli invalidi (criterio di verità); una seconda accezione definisce l’epistemologia come il metodo/modo di formazione della conoscenza; in una terza accezione, essa rappresenta la scienza che studia e definisce le procedura di controllo e di giustificazione della teoria; quella qui presa in considerazione, ai nostri fini, è la seconda perché introduce alla seguente domanda: come si perviene alla conoscenza in ambito giudiziario e di che cosa si conosce (rectius quale fatto)?

Come, attraverso un procedimento scientifico, e qual è l’oggetto della conoscenza?

Ed infine: qual è la fonte informativa attraverso cui l’uomo accede alla conoscenza e di che cosa?

In prima battuta, la comparazione dei campi del sapere del diritto e della scienza è interessante in quanto il confronto tra il metodo del giudice e quello dello scienziato individua un’area di intersezione tra i due modelli di ragionamento, sia pur nei limiti di residui ambiti di specificità peculiari propri sia dell’esperienza giuridica sia delle teorie scientifiche.

Il punto di convergenza che, allo stato dell’arte, viene individuato si basa sul raffronto tra i metodi di accertamento che caratterizzano, rispettivamente, la ricostruzione del fatto di reato, l’attività dello storico e la formulazione delle leggi scientifiche: l’itinerario del Giudice, come quello dello storico, è caratterizzato dalla retrospezione ma, a differenza sia dello storico sia dello scienziato, è vincolato da regole legali.

Rispetto alle differenze, invece, tra l’attività del Giudice e quella dello scienziato, accostabile alla prima sotto il profilo del metodo di accertamento, sta il fatto che l’evento reato non è riproducibile né il risultato dell’accertamento può concludersi con una denegata giustizia per incompletezza della legge.

In letteratura gli studiosi si dividono in due filoni che sottolineano le analogie intercorrenti, rispettivamente, tra giudice e storico e tra giudice e scienziato: nel primo troviamo Calamandrei (1939) e Calogero (1939), mentre al secondo appartiene Taruffo (1992) per il quale l’accesso alla conoscenza del fatto, e l’impiego della stessa, ai fini ricostruttivi e decisori, devono avvenire in un contesto tipicamente processuale mettendo in dubbio l’analogia dei due campi del sapere.

Comunque, dal raffronto tra i modelli del ragionamento logico utilizzati in ambito scientifico e giudiziario, è consentito individuare uno schema epistemologico comune rappresentato dalla sequenza “problema-teoria-critica”.

In sintesi, l’elemento comune è rappresentato dalla verificazione dell’ipotesi di partenza; nello specifico:

a) il percorso che porta alla formulazione e alla convalida di una teoria scientifica si snoda attraverso passaggi inferenziali di tipo abduttivo, induttivo e deduttivo che culminano nella formulazione di un’ipotesi e nella verificazione della medesima per consolidare la teoria scientifica,

b) anche il processo penale segue un iter che, assunta una ipotesi - (la formulazione dell’imputazione da parte del P.M. all’esito delle operazioni ricostruttive del fatto in sede di indagini preliminari) - giunge al risultato finale attraverso la convalida o negazione dell’ipotesi ricostruttiva ed esplicativa del fatto (decisione sul capo d’accusa al termine dell’istruzione probatoria dibattimentale).

Attualmente, le più accreditate teorie epistemologiche sono concordi nel concludere che il metodo più idoneo per consolidare una teoria è quello della verificazione e falsificazione dell’ipotesi di partenza mediante la critica degli argomenti a favore e la prospettazione di teorie alternative a quella formulata nell’ipotesi iniziale.

Tale impostazione metodologica sottende la consapevolezza che, nei processi di formazione del sapere, si instaura una relazione biunivoca tra metodo e risultato, cosicché la qualità della conoscenza è in stretta interdipendenza e con il modello di ragionamento prescelto.

Ma la prospettiva fallibilista della scienza porta con sé l’impossibilità di una cornice epistemologica generale, fondante entrambi i campi del sapere (diritto e scienza/e), che consenta di distinguere le conoscenze affidabili dalle bad sciences.

Ora, la mancanza di un paradigma epistemologico comune a scienza e processo comporta un diverso percorso di formazione della conoscenza nei due settori, anche se in generale basato su un simile iter ragionativo, ma soprattutto una diversità di oggetto conosciuto o da conoscere: diversamente, si perviene alla conclusione che il risultato del procedimento scientifico diventi anche conoscenza del thema decidendum mediante una trasposizione non solo acritica, ma soprattutto scorretta, meramente basata sul mito della infallibilità della scienza; in ciò risiede la problematicità dell’atteggiamento del Giudice di fronte alla produzione di materiale scientifico. Tanto più se l’esito scientifico conseguito riguardi un fatto secondario inerente quello principale (thema decidendum, appunto).

A migliore esplicitazione: il DNA rintracciato sulla scena del crimine costituisce prova della presenza del soggetto al quale esso appartiene e non anche, di conseguenza, la prova di essere l’autore del reato solo sull’assunto che l’ipotesi ricostruttiva sia avallata da una legge scientifica o probabilistica di copertura; un conto è valutare l’attendibilità del risultato probatorio alla luce della validità della legge scientifica impiegata, altro è confondere la prova del fatto principale – cioè, il soggetto X ha commesso il reato – con la prova del fatto secondario – relativa alla mera presenza di X sulla scena.

In questa sede l’intento è solo quello di stimolare riflessioni, su un tema peraltro di estrema attualità, senza scopi argomentativi a sostegno dei diversi orientamenti che non costituiscono il focus del presente lavoro.

Quanto illustrato, comunque, può fare da cornice, e probabilmente anche da spiegazione, del perché l’introduzione della prova scientifica venga sempre più avvertita come antinomica rispetto a quella raggiunta attraverso i metodi cd. tradizionali quasi scalzati, nel loro spessore probatorio, dalla prima con il rischio di diventare, nel confronto, quasi una inutiliter data in sede processuale.

Ciò introduce alla questione dei rapporti tra prove raggiunte direttamente attraverso attività umane (investigazioni) ed altre formatesi a seguito di metodo scientifico inteso questo sia come impiego di principi scientifici (cd. prova scientifica in senso stretto), sia di mezzi tecnologici utili alla ricostruzione del fatto (cd. prova tecnologica o informatica), ovvero alla questione delle fonti di accesso alla conoscenza dell’uomo.

Per una contestualizzazione, va subito detto, che la distinzione tra prova scientifica e prova tradizionale ha un senso, se e solo se, le attribuiamo una funzione classificatorio-didascalica: diversamente “traballerebbe” laddove si voglia vedere questo binomio in termini antitetici, o comunque di alternatività, come scelta tra due soluzioni dove l’una esclude l’altra; e la ragione sta, prima di tutto, in un principio di corretto procedere scientifico ed epistemologico.

Rispetto al primo: gli elementi dicotomici possono essere messi sullo stesso livello, a fini comparativi, solo se essi sono uguali nella struttura, nel fine, nel mezzo ovvero fanno parte dello stesso polo (es. aperto/chiuso e non aperto/largo).

Ora, l’indagine tradizionale e quella scientifica sono, diciamo, omologhe nel fine (reperimento di informazioni che potranno assurgere a prova stante la formazione della prova in dibattimento), ma sicuramente non nel mezzo attraverso il quale si traggono i dati investigativi e questo è sufficiente per dire che appartengono a gamme diverse e quindi non comparabili.

Nel merito: esse hanno differenti dispositivi di rilevazione in quanto nella indagine tradizionale viene interessata la dotazione cognitivo-percettiva ordinaria, mentre in quella scientifica si utilizza quella tecnico/strumentale.

Sul piano metodologico questo ha molta rilevanza perché nel primo caso si effettua una “misurazione” cognitiva della porzione di realtà di interesse che comprende anche le qualità della stessa; nel secondo, la descrizione, di natura scientifica del medesimo oggetto, si basa su principi fisico-matematici in base ai quali possono esser espresse solo le componenti misurabili con esclusione di ciò che non è soggetto, in qualche modo, a misura (appunto le qualità: es. colore, odore). E questo è l’assunto metodologico, proprio della fenomenologia della percezione, che distingue i due livelli descrittivi del fisico e del fenomenico che costituisce il contesto teorico di riferimento del presente lavoro.

Per ora è sufficiente dire che l’oggetto della dichiarazione di un teste trae origine dalla sua esperienza percettiva, che il suo racconto non è rilevabile al microscopio bensì con i nostri sensi, così come sono i nostri sensi a catturare indizi e tracce sulla scena del crimine potendone descrivere proprietà non altrimenti descrivibili con linguaggio fisico.  Se è vero che la prova scientifica estrae informazioni altrimenti non decodificabili, è pur vero che essa lavora con il prodotto della attività dell’uomo; quindi vi è una centralità dell’atto percettivo nel reperire ciò che successivamente sarà oggetto di traduzione in forma scientifica.  Così come è essenziale il medesimo atto percettivo nelle attività di laboratorio; ciò che cambia è solo il mezzo utilizzato (tecnico-strumentale) di reperimento e decodifica delle informazioni.Quindi, prima ancora di concludere, anche solo in via intuitiva, che è possibile una interdisciplinarità coordinata tra i due metodi, va chiarito che se è stata acquisita una prova scientifica determinante, ciò è dovuto ad una adeguata azione investigativa tradizionale che è riuscita a selezionare le aree su cui concentrare l’attenzione scientifica e se è possibile effettuare una BPA è perché i tecnici rilevano percettivamente la forma e l’andamento delle macchie ematiche. Riguardo invece all’aspetto epistemologico: anche su questo versante, così come in quello tra diritto e scienza, si riscontra l’assenza di una cornice epistemologica generale, fondante entrambi i campi del sapere (scienza/fenomenologia della percezione), che consenta di riconoscere tout-court come affidabili le conoscenze scientifiche e meno affidabili quelle tratte dall’esperienza percettiva su cui si basano le attività ricomprese nel metodo tradizionale (investigazioni, testimonianze).  Bozzi ha sviluppato l’impianto di una fenomenologia sperimentale “pura” della percezione considerando i fatti percettivi 'iuxta propria principia' (Bozzi, 2002), senza mutuare concetti da altre discipline, mentre Gibson (1979) valuta l’analisi fenomenologica quale metodologia più efficace per affrontare la percezione “ordinaria” - ovvero quotidiana: il mondo che percepiamo non è quello della fisica o di Cartesio, ma l’ecosistema ambientale ove siamo immersi.  In tale contesto viene quindi problematizzato, e in qualche modo dipanato, il dubbio circa l’affidabilità/inaffidabilità dei sensi che ha investito, nei secoli, varie discipline.

Bibliografia

Bozzi, P. (1961). Descrizioni fenomenologiche e descrizioni fisico-geometriche. Rivista di Psicologia, 55, pp. 277-289. Anche in: ”Atti del XIII Congresso degli Psicologi Italiani “ (Palermo), 1962, pp. 29-41. Ripreso in: Bozzi, P. (1989). Fenomenologia sperimentale. Bologna: Il Mulino, pp. 65-81.  - Bozzi, P. (1972). Cinque varietà dell’errore dello stimolo. Rivista di Psicologia, LXVI, fasc. 3-4, pp. 3-4. Istituto di Psicologia dell’Università di Trieste. Anche in: “Experimenta in visu. Ricerche sulla percezione”. Milano: Guerini, 1993. - Bozzi, P. (1990). Fisica ingenua. Milano: Garzanti.  - Bozzi, P. (2002). Fenomenologia sperimentale. Teorie e modelli, n.s., VII, 2-3, pp.15-16. - Ferrua, P. (2007). Epistemologia scientifica ed epistemologia giudiziaria: differenze, analogie, interrelazioni. In: De Cataldo Neuburger, L. (2007) (a cura di). La prova scientifica nel processo penale. Padova: Cedam, p. 4.- Cartesio. (1640). Meditazioni sulla filosofia prima.-Galileo, (1623). Il Saggiatore. Roma.- Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception, Boston: Houghton-Mifflin. Tr. it. Luccio, R. (1999). Un approccio ecologico alla percezione visiva. Bologna: Il Mulino, Popper, K. R. (1969). Scienza e filosofia. Torino: Einaudi.

*Ph.D. psicologia dei processi cognitivi e comunicativi

 

 

Il panorama italiano ha assistito a diversi giudizi di imputabilità dall’entrata dell’istituto nel codice penale ma l’unico caso di disturbo dissociativo d’identità, accertato nel giudizio, è il caso Azzolini del 2003. Inoltre, è possibile individuare alcuni casi ove durante il procedimento e soprattutto durante la fase peritale, periti o consulenti hanno citato la possibile presenza di personalità multipla, anche se le sentenze, poi, non hanno accertato la presenza di tale disturbo.

Il caso Azzolini

Nel marzo del 2003 Rovereto, in provincia di Trento, è sconvolta dal ritrovamento dei corpi privi di vita di Aldo Azzolini e la moglie Lidia. Vengono rinvenuti nel letto, colpiti durante il sonno con un corpo contundente. Massacrati sotto i colpi di un martello e di un’ascia. È un omicidio efferato, con una criminodinamica piuttosto violenta, poiché i colpi sono stati inferti con rabbia e con decisione. Gli investigatori, però, non brancolano nel buio, giacché delineano il profilo di un sospetto; difatti le due vittime, Aldo e Lidia hanno un figlio, tecnico audiometrista all’ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto che in quei giorni è sparito dal posto di lavoro dandosi malato: si tratta di Marco Azzolini che all’epoca dei fatti ha 47 anni. Marco viene fermato dai Carabinieri nei pressi di Castelnuovo del Garda, in provincia di Verona, mentre dorme nella sua auto, una Renault Clio bianca; ha con sé due pistole, una Beretta calibro 22 e una Smith & Wesson calibro 357 e vari coltelli a serramanico. Una di queste pistole, al momento del ritrovamento, ha un colpo in canna. Azzolini ha vagato tra Lombardia, Veneto e Trentino per il periodo di allontanamento dal lavoro e non appena apprende del ritrovamento dei corpi dei genitori, provvede a tagliarsi i capelli e si disfa del proprio cellulare. All’epoca del processo viene disposta una perizia, redatta a due mani dai periti Carlo Andrea Robotti e Mario Marigo, che sostengono che il soggetto è afflitto da una grave strutturazione patologica della personalità, un disturbo borderline di personalità che si colloca entro una personalità parzialmente dissociata, ossia un disturbo di personalità multipla (oggi disturbo dissociativo d’identità) probabilmente ascrivibile a un vissuto particolare e a determinate esperienze familiari. Questa disfunzione dissociativa si sarebbe evoluta, nello specifico omicidio dei genitori, in un episodio confuso-onirico; dunque Azzolini avrebbe posto in essere il delitto nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 2003 in una specie di trance, con la mente annebbiata, senza il controllo razionale del sé. In una prospettiva prettamente giuridica il caso sarebbe potuto rientrare in un giudizio di imputabilità, giacché il soggetto avrebbe potuto agire con una compromessa capacità di intendere e di volere, questo difatti collima con quanto spiegato dall’indagato agli inquirenti sul folle gesto messo in atto: quella notte, Azzolini, avrebbe massacrato i genitori ma il tutto gli è parso un incubo, un sogno orribile dal quale ha pensato che si sarebbe svegliato per poi constatare che il tutto era solo il frutto della sua immaginazione. Il mattino seguente, accortosi dell’amara realtà e non certo un sogno, fugge con la sua Clio per essere poi arrestato dopo un mese esatto nel parcheggio di Castelnuovo del Garda. Secondo la perizia, dopo l’esaurimento dell’episodio “confuso-onirico”, massacrati i genitori a colpi di martello e accetta, Azzolini recupera la capacità di intendere e di volere ma sussiste una seria preoccupazione in ordine alla sua pericolosità sociale. Da questa conclusione peritale viene disposta dal Gup Cuccaro la misura di sicurezza nell’ultima udienza: Azzolini viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, che all’epoca (prima di essere convertito in REMS) vanta già una struttura sanitaria altamente specializzata, in grado di somministrare al paziente le cure adatte al suo disturbo. Questo non preclude, ergo, la possibilità di un possibile recupero per un reinserimento in società. Eppure l’amministrazione penitenziaria decide di disporre la misura di sicurezza in maniera differente, facendolo ricoverare nell’allora ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.[1]. Alla lettura della sentenza del giudice l’imputato si presenta in jeans e felpa rossa, con la solita espressione assente e alienata. Non ci sono colpi di scena: la sentenza proscioglie Azzolini dall’accusa di omicidio per incapacità di intendere e di volere. Dunque viene dichiarata la totale infermità di mente al momento dei fatti (già la misura di sicurezza disposta dal GUP dal carcere di Rovereto in un ospedale psichiatrico in attesa della sentenza aveva fatto presagire questo genere di epilogo). La sentenza specifica il modus operandi messo in atto dal soggetto: quella notte Azzolini si sveglia e si reca nello sgabuzzino a prendere un martello e una scure; con il primo corpo contundente massacra la madre Lidia, inferendole diversi colpi su tutto corpo; con il secondo, la scure sferra un solo colpo, secco, al padre Aldo al quale sfonda la calotta cranica, uccidendolo sul colpo. Dopo aver posto in essere un così efferato delitto, torna a dormire come se nulla sia successo. Soltanto al sorgere del sole Azzolini ritorna in uno stato di coscienza non più alterato e realizza che il ricordo della notte precedente non è un incubo ma una realtà cruda e disadorna: l’omicidio dei suoi genitori è realtà e sono le sue mani a essere sporche di sangue. Il panico fa capolino fra tutto quel marasma di emozioni che Azzolini esperisce, resta in casa un paio di giorni, poi prende la sua macchina, lasciando i cadaveri in un primo stato putrefattivo e fugge via da quella casa che emana un odore acre di morte. Con sé porta delle armi, due pistole del padre e due robusti coltelli ma non ha il coraggio di usarle né ai danni di altri né contro se stesso, almeno finché i Carabinieri non lo trovano nel parcheggio di Castelnuovo del Garda, dopo un mese di indagini, in uno stato confusionale. Ha girovagato senza meta dormendo in auto, sentendosi braccato dagli inquirenti, un pellegrinaggio senza meta che lo conduce fino a Nizza, ove qualcuno riferisce che lì viva una donna che, in passato è stata coinvolta in una relazione con il padre. Su questo particolare elemento si è lavorato molto ipotizzando un duplice omicidio con un movente passionale. Ipotesi che i periti negano fermamente asserendo che all’origine dell’avvenimento tragico vi sia questa personalità borderline parzialmente dissociata, in altre parole la presenza multipla di più personalità. Azzolini secondo il giudice, che accoglie totalmente l’ottica peritale, dice il vero quando parla di aver agito in un contesto onirico, in un sogno, giacché esplicita in quell’espressione “sogno” il dramma della personalità dissociata. Per il soggetto a uccidere i genitori è stata persona altra e non di certo lui. L’avvocato della difesa Adolfo De Bertolini, ha presentato un’istanza di trasferimento dall’OPG di Reggio Emilia a quello di Castiglione delle Stiviere, istanza accolta dal giudice che ha riformulato il ricovero disposto in precedenza. In questa struttura lombarda, che si era già distinta rispetto agli altri OPG essendo caratterizzata da un indirizzo curativo prevalente rispetto a quello penitenziario, il soggetto sarebbe dovuto rimanere per un periodo non inferiore a cinque anni, periodo in cui sarebbe stato sottoposto alle cure necessarie, auspicando una guarigione completa e una conseguente cessazione della pericolosità sociale e un reinserimento nella società.[2] 

[1] Giuliano Lott, La perizia: Azzolini uccise come in sogno, in Geolocal Trentino, 27 gennaio 2004

[2] Giuliano Lott, Assassino ma non punibile: Azzolini in ospedale Geolocal Trentino, 28 gennaio 2004

*Debora Bottino Criminologa (estratto della tesi magistrale “Imputabilità e vizio di mente nello specchio dell’evoluzione della scienza psichiatrica” )

 

Chi siamo

L'Associazione Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza (AICIS) è una associazione di professionisti costituita ai sensi della legge n. 4/2013 per rappresentare e garantire le prestazioni professionali del Criminologo certificato.

Criminologi Certificati

I professionisti certificati in conformità alla Norma UNI sulla professione del Criminologo, possono in tal modo garantire all'utenza propria preparazione e serietà professionale, in linea con il codice etico e con il codice di comportamento dell'associazione AICIS.

Contatti

Sede Nazionale: Via Carlo Cignani, 19 - CAP 47121- Forlì

c.f.92090150407 - Reg. nr 3366 in data 09/11/2016

(+39) 339.1573003

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Lombardia: Via Cardano, 8 - CAP 27100 - Pavia

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Toscana: P.zza Attias, 21 - CAP 57123 - Livorno

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Umbria: Via Delle Industrie 78, CAP 06034 - Foligno

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Campania: Via Don Minzioni, 18 - CAP 83100 - Avellino

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sede Regionale Lazio: Via Roma, 55 - CAP 04022 - Fondi (LT)

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

© 2017 AICIS cf. 92090150407 Reg. nr.3366 in data 09/11/2016.Designed By Bruniconet

Cerca