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(Fanny Ercolanoni) Nell’ambito del diritto e della investigazione, la testimonianza occupa un posto centrale perché, attraverso questo strumento di prova, i vari attori (Giudici, Avvocati, Organi di Polizia, Periti) conducono, ognuno rispetto alla propria funzione terza o di parte, una indagine tesa a conseguire un giudizio di merito circa circostanze di natura legale seguendo un percorso di metodo, nella sostanza, piuttosto simile alle fasi di una ricerca scientifica: si parte da una ipotesi della quale si deve verificare la fondatezza (ragione sostenuta), si vagliano gli avvenimenti e le situazioni che possono convalidarla o confutarla (valutazione delle prove), si elaborano i dati (che, simmetricamente, costituiscono la struttura della motivazione della decisione), per poi pervenire a delle conclusioni (fase decisoria coerente con le prove raccolte).

Seguendo questo parallelismo, la testimonianza costituisce, quindi, una delle fonti di estrapolazione dei dati; la prima, in assoluto, agli albori del diritto e la fondamentale, tra altre, nell’arco della storia processuale; oggi, questa sua prevalente valenza è stata messa in discussione sostanzialmente da due fattori: dall’introduzione di tecniche scientifiche di indagine (es. DNA, BPA ovvero analisi macchie sangue) e dalla attenzione della comunità scientifica ai processi psicologici sottesi ad essa. Le due cose, chiaramente tra loro non dipendenti, hanno in comune però la finalità di apportare quanta più oggettività possibile ad una attività che ha gli stessi limiti della fonte di provenienza: l’uomo.

Il diritto, per ovviare ad essi, ha ritenuto di imprimere garanzie sia alla fase di raccolta delle narrazioni testimoniali sia a quella dell’analisi mediante procedure via via sempre più formali, attraverso modelli processuali codificati o comunque protocolli extra codex che, sia pur meno rigorosi, hanno lo scopo di reperire informazioni per l’accertamento e la ricostruzione del fatto; ma la nascita della psicologia giuridica dimostra che essi, pur costituendo un valido paradigma per la verifica del rispetto, o meno, delle regole procedurali, si pongono a valle rispetto ai processi cognitivi coinvolti nell’attività testimoniale, a volte quasi astraendosene; pertanto, la conoscenza degli elementi basilari della psicologia della testimonianza è fondamentale per tutti gli operatori del diritto per comprendere come la percezione, la memoria, le intenzioni e la suggestione possano influire sulla stessa e per predisporre, conseguentemente, strumenti idonei per meglio valutare la sincerità, credibilità e attendibilità del terzo osservatore, nonché protocolli più adeguati per la raccolta della testimonianza.

Il presente contributo prende spunto dalla tesi di Dottorato di Ricerca discussa nell’anno 2014 dalla sottoscritta presso l’Università di Macerata ove ha, appunto, conseguito il titolo di PhD in Scienze psicologiche e sociologiche - curriculum psicologia dei processi cognitivi e comunicativi. Quel progetto di ricerca, dal titolo “Descrizioni testimoniali di sinistri stradali: l’aspetto fenomenologico della testimonianza”, aveva come obiettivo quello di indagare, alla luce delle teorie e metodologie della fenomenologia della percezione, cosa, quanto e come un testimone riferisce dell’evento, in quel caso, costituito da un incidente stradale.

La prospettiva è piuttosto nuova, stante la scarsità di ricerche sul tema, in quanto affronta la questione della componente percettiva di una testimonianza sotto il profilo fenomenologico/descrittivo ovvero si occupa del cosa (e quanto) e del come (ovvero con quale modalità) il teste descrive un fatto, valutando la completezza della sua descrizione; tale argomento coinvolge, questioni ontologiche (mondo fisico versus mondo fenomenico), epistemologiche (procedure/protocolli) e metodologiche (individuazione dell’oggetto descritto).

Secondo chi scrive, l’analisi del contenuto di quanto descritto, nel contesto sopra delineato, costituisce le fondamenta di una struttura alquanto complessa; infatti, la valutazione circa la credibilità, attendibilità, sincerità del teste, che passa attraverso i diversi criteri che la produzione scientifica in materia ha fornito, deve necessariamente tener conto anche di un parametro oggettuale (il cosa e il come appunto) e “numerico” (la quantità) all’interno di un preciso contesto teorico-metodologico (nel caso, quello della fenomenologia della percezione).

In questa sede verrà affrontato il tema cruciale del rapporto tra tecniche investigative tradizionali e tecniche investigative scientifiche in relazione al contesto nel quale rilevano: il processo.

L’ASPETTO FENOMENOLOGICO DELLE INDAGINI TRADIZIONALI (in particolare della testimonianza)

Alla luce delle attuali tecniche di investigazione scientifica, ci si chiede quale valenza possa ancora avere la trattazione di una attività, ovvero la testimonianza, rientrante invece tra i metodi investigativi tradizionali.

L’idea comune che negli anni si è andata ingenerando, anche confortata da come a livello mediatico sono stati narrati alcuni casi processuali, è quella che le consuete indagini siano state sostanzialmente scalzate da quelle createsi a seguito di nuove conoscenze provenienti da regioni disciplinari come la biologia, genetica, antropologia, entomologia ecc., che si basano su metodiche scientifiche. Così impostata, però, la questio viene iper semplificata rimanendo sul piano di uno sterile antagonismo tra i supporters dell’una e dell’altra o, peggio, a livello di rapporto tra un minus ed un maior.

Il tema, invece, è molto più complesso perché, a monte, contiene la crucialità della riflessione del rapporto tra l’accesso alla conoscenza di un fatto e del metodo utilizzato per raggiungerla; in altre parole si tratta di un problema epistemologico.

Inoltre, tenuto conto del contesto dove sia la prova “tradizionale”, nel nostro caso la testimonianza, che quella cd. scientifica vengono applicate, rileva un altro ordine di considerazioni relative alla relazione intercorrente tra il processo (diritto), la specifica area scientifica dalla quale la prova deriva (scienza in senso generale) ed altri settori disciplinari ai quali si fa necessariamente riferimento in quanto, nell’ambito del processo, si svolgono attività umane dietro le quali vi sono processi cognitivi (psicologia); in altre parole, si delineano tre categorie di prove (rectius fonti di prove) che si formano attraverso tre diversi paradigmi alquanto diversi: formal – procedurale quella giuridica, tecnico-strumentale quella scientifica, cd. metodo tradizionale basato essenzialmente sull’esperienza percettiva degli investigatori e dei testimoni.

Ora, vi sono tre modi di concepire l’epistemologia: in una prima accezione, si fa riferimento alla branca della scienza che consente di separare gli assunti validi da quelli invalidi (criterio di verità); una seconda accezione definisce l’epistemologia come il metodo/modo di formazione della conoscenza; in una terza accezione, essa rappresenta la scienza che studia e definisce le procedura di controllo e di giustificazione della teoria; quella qui presa in considerazione, ai nostri fini, è la seconda perché introduce alla seguente domanda: come si perviene alla conoscenza in ambito giudiziario e di che cosa si conosce (rectius quale fatto)?

Come, attraverso un procedimento scientifico, e qual è l’oggetto della conoscenza?

Ed infine: qual è la fonte informativa attraverso cui l’uomo accede alla conoscenza e di che cosa?

In prima battuta, la comparazione dei campi del sapere del diritto e della scienza è interessante in quanto il confronto tra il metodo del giudice e quello dello scienziato individua un’area di intersezione tra i due modelli di ragionamento, sia pur nei limiti di residui ambiti di specificità peculiari propri sia dell’esperienza giuridica sia delle teorie scientifiche.

Il punto di convergenza che, allo stato dell’arte, viene individuato si basa sul raffronto tra i metodi di accertamento che caratterizzano, rispettivamente, la ricostruzione del fatto di reato, l’attività dello storico e la formulazione delle leggi scientifiche: l’itinerario del Giudice, come quello dello storico, è caratterizzato dalla retrospezione ma, a differenza sia dello storico sia dello scienziato, è vincolato da regole legali.

Rispetto alle differenze, invece, tra l’attività del Giudice e quella dello scienziato, accostabile alla prima sotto il profilo del metodo di accertamento, sta il fatto che l’evento reato non è riproducibile né il risultato dell’accertamento può concludersi con una denegata giustizia per incompletezza della legge.

In letteratura gli studiosi si dividono in due filoni che sottolineano le analogie intercorrenti, rispettivamente, tra giudice e storico e tra giudice e scienziato: nel primo troviamo Calamandrei (1939) e Calogero (1939), mentre al secondo appartiene Taruffo (1992) per il quale l’accesso alla conoscenza del fatto, e l’impiego della stessa, ai fini ricostruttivi e decisori, devono avvenire in un contesto tipicamente processuale mettendo in dubbio l’analogia dei due campi del sapere.

Comunque, dal raffronto tra i modelli del ragionamento logico utilizzati in ambito scientifico e giudiziario, è consentito individuare uno schema epistemologico comune rappresentato dalla sequenza “problema-teoria-critica”.

In sintesi, l’elemento comune è rappresentato dalla verificazione dell’ipotesi di partenza; nello specifico:

a) il percorso che porta alla formulazione e alla convalida di una teoria scientifica si snoda attraverso passaggi inferenziali di tipo abduttivo, induttivo e deduttivo che culminano nella formulazione di un’ipotesi e nella verificazione della medesima per consolidare la teoria scientifica,

b) anche il processo penale segue un iter che, assunta una ipotesi - (la formulazione dell’imputazione da parte del P.M. all’esito delle operazioni ricostruttive del fatto in sede di indagini preliminari) - giunge al risultato finale attraverso la convalida o negazione dell’ipotesi ricostruttiva ed esplicativa del fatto (decisione sul capo d’accusa al termine dell’istruzione probatoria dibattimentale).

Attualmente, le più accreditate teorie epistemologiche sono concordi nel concludere che il metodo più idoneo per consolidare una teoria è quello della verificazione e falsificazione dell’ipotesi di partenza mediante la critica degli argomenti a favore e la prospettazione di teorie alternative a quella formulata nell’ipotesi iniziale.

Tale impostazione metodologica sottende la consapevolezza che, nei processi di formazione del sapere, si instaura una relazione biunivoca tra metodo e risultato, cosicché la qualità della conoscenza è in stretta interdipendenza e con il modello di ragionamento prescelto.

Ma la prospettiva fallibilista della scienza porta con sé l’impossibilità di una cornice epistemologica generale, fondante entrambi i campi del sapere (diritto e scienza/e), che consenta di distinguere le conoscenze affidabili dalle bad sciences.

Ora, la mancanza di un paradigma epistemologico comune a scienza e processo comporta un diverso percorso di formazione della conoscenza nei due settori, anche se in generale basato su un simile iter ragionativo, ma soprattutto una diversità di oggetto conosciuto o da conoscere: diversamente, si perviene alla conclusione che il risultato del procedimento scientifico diventi anche conoscenza del thema decidendum mediante una trasposizione non solo acritica, ma soprattutto scorretta, meramente basata sul mito della infallibilità della scienza; in ciò risiede la problematicità dell’atteggiamento del Giudice di fronte alla produzione di materiale scientifico. Tanto più se l’esito scientifico conseguito riguardi un fatto secondario inerente quello principale (thema decidendum, appunto).

A migliore esplicitazione: il DNA rintracciato sulla scena del crimine costituisce prova della presenza del soggetto al quale esso appartiene e non anche, di conseguenza, la prova di essere l’autore del reato solo sull’assunto che l’ipotesi ricostruttiva sia avallata da una legge scientifica o probabilistica di copertura; un conto è valutare l’attendibilità del risultato probatorio alla luce della validità della legge scientifica impiegata, altro è confondere la prova del fatto principale – cioè, il soggetto X ha commesso il reato – con la prova del fatto secondario – relativa alla mera presenza di X sulla scena.

In questa sede l’intento è solo quello di stimolare riflessioni, su un tema peraltro di estrema attualità, senza scopi argomentativi a sostegno dei diversi orientamenti che non costituiscono il focus del presente lavoro.

Quanto illustrato, comunque, può fare da cornice, e probabilmente anche da spiegazione, del perché l’introduzione della prova scientifica venga sempre più avvertita come antinomica rispetto a quella raggiunta attraverso i metodi cd. tradizionali quasi scalzati, nel loro spessore probatorio, dalla prima con il rischio di diventare, nel confronto, quasi una inutiliter data in sede processuale.

Ciò introduce alla questione dei rapporti tra prove raggiunte direttamente attraverso attività umane (investigazioni) ed altre formatesi a seguito di metodo scientifico inteso questo sia come impiego di principi scientifici (cd. prova scientifica in senso stretto), sia di mezzi tecnologici utili alla ricostruzione del fatto (cd. prova tecnologica o informatica), ovvero alla questione delle fonti di accesso alla conoscenza dell’uomo.

Per una contestualizzazione, va subito detto, che la distinzione tra prova scientifica e prova tradizionale ha un senso, se e solo se, le attribuiamo una funzione classificatorio-didascalica: diversamente “traballerebbe” laddove si voglia vedere questo binomio in termini antitetici, o comunque di alternatività, come scelta tra due soluzioni dove l’una esclude l’altra; e la ragione sta, prima di tutto, in un principio di corretto procedere scientifico ed epistemologico.

Rispetto al primo: gli elementi dicotomici possono essere messi sullo stesso livello, a fini comparativi, solo se essi sono uguali nella struttura, nel fine, nel mezzo ovvero fanno parte dello stesso polo (es. aperto/chiuso e non aperto/largo).

Ora, l’indagine tradizionale e quella scientifica sono, diciamo, omologhe nel fine (reperimento di informazioni che potranno assurgere a prova stante la formazione della prova in dibattimento), ma sicuramente non nel mezzo attraverso il quale si traggono i dati investigativi e questo è sufficiente per dire che appartengono a gamme diverse e quindi non comparabili.

Nel merito: esse hanno differenti dispositivi di rilevazione in quanto nella indagine tradizionale viene interessata la dotazione cognitivo-percettiva ordinaria, mentre in quella scientifica si utilizza quella tecnico/strumentale.

Sul piano metodologico questo ha molta rilevanza perché nel primo caso si effettua una “misurazione” cognitiva della porzione di realtà di interesse che comprende anche le qualità della stessa; nel secondo, la descrizione, di natura scientifica del medesimo oggetto, si basa su principi fisico-matematici in base ai quali possono esser espresse solo le componenti misurabili con esclusione di ciò che non è soggetto, in qualche modo, a misura (appunto le qualità: es. colore, odore). E questo è l’assunto metodologico, proprio della fenomenologia della percezione, che distingue i due livelli descrittivi del fisico e del fenomenico che costituisce il contesto teorico di riferimento del presente lavoro.

Per ora è sufficiente dire che l’oggetto della dichiarazione di un teste trae origine dalla sua esperienza percettiva, che il suo racconto non è rilevabile al microscopio bensì con i nostri sensi, così come sono i nostri sensi a catturare indizi e tracce sulla scena del crimine potendone descrivere proprietà non altrimenti descrivibili con linguaggio fisico.  Se è vero che la prova scientifica estrae informazioni altrimenti non decodificabili, è pur vero che essa lavora con il prodotto della attività dell’uomo; quindi vi è una centralità dell’atto percettivo nel reperire ciò che successivamente sarà oggetto di traduzione in forma scientifica.  Così come è essenziale il medesimo atto percettivo nelle attività di laboratorio; ciò che cambia è solo il mezzo utilizzato (tecnico-strumentale) di reperimento e decodifica delle informazioni.Quindi, prima ancora di concludere, anche solo in via intuitiva, che è possibile una interdisciplinarità coordinata tra i due metodi, va chiarito che se è stata acquisita una prova scientifica determinante, ciò è dovuto ad una adeguata azione investigativa tradizionale che è riuscita a selezionare le aree su cui concentrare l’attenzione scientifica e se è possibile effettuare una BPA è perché i tecnici rilevano percettivamente la forma e l’andamento delle macchie ematiche. Riguardo invece all’aspetto epistemologico: anche su questo versante, così come in quello tra diritto e scienza, si riscontra l’assenza di una cornice epistemologica generale, fondante entrambi i campi del sapere (scienza/fenomenologia della percezione), che consenta di riconoscere tout-court come affidabili le conoscenze scientifiche e meno affidabili quelle tratte dall’esperienza percettiva su cui si basano le attività ricomprese nel metodo tradizionale (investigazioni, testimonianze).  Bozzi ha sviluppato l’impianto di una fenomenologia sperimentale “pura” della percezione considerando i fatti percettivi 'iuxta propria principia' (Bozzi, 2002), senza mutuare concetti da altre discipline, mentre Gibson (1979) valuta l’analisi fenomenologica quale metodologia più efficace per affrontare la percezione “ordinaria” - ovvero quotidiana: il mondo che percepiamo non è quello della fisica o di Cartesio, ma l’ecosistema ambientale ove siamo immersi.  In tale contesto viene quindi problematizzato, e in qualche modo dipanato, il dubbio circa l’affidabilità/inaffidabilità dei sensi che ha investito, nei secoli, varie discipline.

Bibliografia

Bozzi, P. (1961). Descrizioni fenomenologiche e descrizioni fisico-geometriche. Rivista di Psicologia, 55, pp. 277-289. Anche in: ”Atti del XIII Congresso degli Psicologi Italiani “ (Palermo), 1962, pp. 29-41. Ripreso in: Bozzi, P. (1989). Fenomenologia sperimentale. Bologna: Il Mulino, pp. 65-81.  - Bozzi, P. (1972). Cinque varietà dell’errore dello stimolo. Rivista di Psicologia, LXVI, fasc. 3-4, pp. 3-4. Istituto di Psicologia dell’Università di Trieste. Anche in: “Experimenta in visu. Ricerche sulla percezione”. Milano: Guerini, 1993. - Bozzi, P. (1990). Fisica ingenua. Milano: Garzanti.  - Bozzi, P. (2002). Fenomenologia sperimentale. Teorie e modelli, n.s., VII, 2-3, pp.15-16. - Ferrua, P. (2007). Epistemologia scientifica ed epistemologia giudiziaria: differenze, analogie, interrelazioni. In: De Cataldo Neuburger, L. (2007) (a cura di). La prova scientifica nel processo penale. Padova: Cedam, p. 4.- Cartesio. (1640). Meditazioni sulla filosofia prima.-Galileo, (1623). Il Saggiatore. Roma.- Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach to Visual Perception, Boston: Houghton-Mifflin. Tr. it. Luccio, R. (1999). Un approccio ecologico alla percezione visiva. Bologna: Il Mulino, Popper, K. R. (1969). Scienza e filosofia. Torino: Einaudi.

*Ph.D. psicologia dei processi cognitivi e comunicativi

 

 

Il panorama italiano ha assistito a diversi giudizi di imputabilità dall’entrata dell’istituto nel codice penale ma l’unico caso di disturbo dissociativo d’identità, accertato nel giudizio, è il caso Azzolini del 2003. Inoltre, è possibile individuare alcuni casi ove durante il procedimento e soprattutto durante la fase peritale, periti o consulenti hanno citato la possibile presenza di personalità multipla, anche se le sentenze, poi, non hanno accertato la presenza di tale disturbo.

Il caso Azzolini

Nel marzo del 2003 Rovereto, in provincia di Trento, è sconvolta dal ritrovamento dei corpi privi di vita di Aldo Azzolini e la moglie Lidia. Vengono rinvenuti nel letto, colpiti durante il sonno con un corpo contundente. Massacrati sotto i colpi di un martello e di un’ascia. È un omicidio efferato, con una criminodinamica piuttosto violenta, poiché i colpi sono stati inferti con rabbia e con decisione. Gli investigatori, però, non brancolano nel buio, giacché delineano il profilo di un sospetto; difatti le due vittime, Aldo e Lidia hanno un figlio, tecnico audiometrista all’ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto che in quei giorni è sparito dal posto di lavoro dandosi malato: si tratta di Marco Azzolini che all’epoca dei fatti ha 47 anni. Marco viene fermato dai Carabinieri nei pressi di Castelnuovo del Garda, in provincia di Verona, mentre dorme nella sua auto, una Renault Clio bianca; ha con sé due pistole, una Beretta calibro 22 e una Smith & Wesson calibro 357 e vari coltelli a serramanico. Una di queste pistole, al momento del ritrovamento, ha un colpo in canna. Azzolini ha vagato tra Lombardia, Veneto e Trentino per il periodo di allontanamento dal lavoro e non appena apprende del ritrovamento dei corpi dei genitori, provvede a tagliarsi i capelli e si disfa del proprio cellulare. All’epoca del processo viene disposta una perizia, redatta a due mani dai periti Carlo Andrea Robotti e Mario Marigo, che sostengono che il soggetto è afflitto da una grave strutturazione patologica della personalità, un disturbo borderline di personalità che si colloca entro una personalità parzialmente dissociata, ossia un disturbo di personalità multipla (oggi disturbo dissociativo d’identità) probabilmente ascrivibile a un vissuto particolare e a determinate esperienze familiari. Questa disfunzione dissociativa si sarebbe evoluta, nello specifico omicidio dei genitori, in un episodio confuso-onirico; dunque Azzolini avrebbe posto in essere il delitto nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 2003 in una specie di trance, con la mente annebbiata, senza il controllo razionale del sé. In una prospettiva prettamente giuridica il caso sarebbe potuto rientrare in un giudizio di imputabilità, giacché il soggetto avrebbe potuto agire con una compromessa capacità di intendere e di volere, questo difatti collima con quanto spiegato dall’indagato agli inquirenti sul folle gesto messo in atto: quella notte, Azzolini, avrebbe massacrato i genitori ma il tutto gli è parso un incubo, un sogno orribile dal quale ha pensato che si sarebbe svegliato per poi constatare che il tutto era solo il frutto della sua immaginazione. Il mattino seguente, accortosi dell’amara realtà e non certo un sogno, fugge con la sua Clio per essere poi arrestato dopo un mese esatto nel parcheggio di Castelnuovo del Garda. Secondo la perizia, dopo l’esaurimento dell’episodio “confuso-onirico”, massacrati i genitori a colpi di martello e accetta, Azzolini recupera la capacità di intendere e di volere ma sussiste una seria preoccupazione in ordine alla sua pericolosità sociale. Da questa conclusione peritale viene disposta dal Gup Cuccaro la misura di sicurezza nell’ultima udienza: Azzolini viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, che all’epoca (prima di essere convertito in REMS) vanta già una struttura sanitaria altamente specializzata, in grado di somministrare al paziente le cure adatte al suo disturbo. Questo non preclude, ergo, la possibilità di un possibile recupero per un reinserimento in società. Eppure l’amministrazione penitenziaria decide di disporre la misura di sicurezza in maniera differente, facendolo ricoverare nell’allora ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.[1]. Alla lettura della sentenza del giudice l’imputato si presenta in jeans e felpa rossa, con la solita espressione assente e alienata. Non ci sono colpi di scena: la sentenza proscioglie Azzolini dall’accusa di omicidio per incapacità di intendere e di volere. Dunque viene dichiarata la totale infermità di mente al momento dei fatti (già la misura di sicurezza disposta dal GUP dal carcere di Rovereto in un ospedale psichiatrico in attesa della sentenza aveva fatto presagire questo genere di epilogo). La sentenza specifica il modus operandi messo in atto dal soggetto: quella notte Azzolini si sveglia e si reca nello sgabuzzino a prendere un martello e una scure; con il primo corpo contundente massacra la madre Lidia, inferendole diversi colpi su tutto corpo; con il secondo, la scure sferra un solo colpo, secco, al padre Aldo al quale sfonda la calotta cranica, uccidendolo sul colpo. Dopo aver posto in essere un così efferato delitto, torna a dormire come se nulla sia successo. Soltanto al sorgere del sole Azzolini ritorna in uno stato di coscienza non più alterato e realizza che il ricordo della notte precedente non è un incubo ma una realtà cruda e disadorna: l’omicidio dei suoi genitori è realtà e sono le sue mani a essere sporche di sangue. Il panico fa capolino fra tutto quel marasma di emozioni che Azzolini esperisce, resta in casa un paio di giorni, poi prende la sua macchina, lasciando i cadaveri in un primo stato putrefattivo e fugge via da quella casa che emana un odore acre di morte. Con sé porta delle armi, due pistole del padre e due robusti coltelli ma non ha il coraggio di usarle né ai danni di altri né contro se stesso, almeno finché i Carabinieri non lo trovano nel parcheggio di Castelnuovo del Garda, dopo un mese di indagini, in uno stato confusionale. Ha girovagato senza meta dormendo in auto, sentendosi braccato dagli inquirenti, un pellegrinaggio senza meta che lo conduce fino a Nizza, ove qualcuno riferisce che lì viva una donna che, in passato è stata coinvolta in una relazione con il padre. Su questo particolare elemento si è lavorato molto ipotizzando un duplice omicidio con un movente passionale. Ipotesi che i periti negano fermamente asserendo che all’origine dell’avvenimento tragico vi sia questa personalità borderline parzialmente dissociata, in altre parole la presenza multipla di più personalità. Azzolini secondo il giudice, che accoglie totalmente l’ottica peritale, dice il vero quando parla di aver agito in un contesto onirico, in un sogno, giacché esplicita in quell’espressione “sogno” il dramma della personalità dissociata. Per il soggetto a uccidere i genitori è stata persona altra e non di certo lui. L’avvocato della difesa Adolfo De Bertolini, ha presentato un’istanza di trasferimento dall’OPG di Reggio Emilia a quello di Castiglione delle Stiviere, istanza accolta dal giudice che ha riformulato il ricovero disposto in precedenza. In questa struttura lombarda, che si era già distinta rispetto agli altri OPG essendo caratterizzata da un indirizzo curativo prevalente rispetto a quello penitenziario, il soggetto sarebbe dovuto rimanere per un periodo non inferiore a cinque anni, periodo in cui sarebbe stato sottoposto alle cure necessarie, auspicando una guarigione completa e una conseguente cessazione della pericolosità sociale e un reinserimento nella società.[2] 

[1] Giuliano Lott, La perizia: Azzolini uccise come in sogno, in Geolocal Trentino, 27 gennaio 2004

[2] Giuliano Lott, Assassino ma non punibile: Azzolini in ospedale Geolocal Trentino, 28 gennaio 2004

*Debora Bottino Criminologa (estratto della tesi magistrale “Imputabilità e vizio di mente nello specchio dell’evoluzione della scienza psichiatrica” )

 

(AICIS) E' vero, nel mondo si colleziona di tutto, ma che in Italia esistessero i collezionisti di ossa è una sorprendente novità. Niente a che vedere col celeberrimo romanzo di Jeffery Deaver, classico thriller ricco di colpi di scena. Qui invece il colpo è venuto agli addetti alle spedizioni di USP di via Fantoli a Milano, quando per un piccolo incidente gli si sono aperti due pacchi contenenti tre teschi umani. Uno spedito il 28 agosto e l'altro il 29, i due pacchi erano rispettivamente indirizzati in Svizzera e a San Francisco negli Stati Uniti d'America. Ne è nato un giallo, per fortuna risolto in tempi brevi dai carabinieri della compagnia Monforte e la sorpresa è stata grande quando si è scoperto che gli strani collezionisti sono un commercialista, un tecnico informatico e un ingegnere. I tre, che rivendevano le ossa attraverso i canali commerciali web di eBay e Facebook, alle contestazioni si sono dichiarati in buona fede sostenendo di non sapere che in Italia è vietato detenere ossa umane per scopi non scientifici e soprattutto rivenderle. La prova di tanta ingenuità? Avevano indicato nome e indirizzo del mittente sui pacchi. Resta il fatto che i tre avevano una rete internazionale di contatti che andava dagli Usa alla Svizzera, mentre i resti venivano acquistati dalla Repubblica Ceca. Quindi la storia non finisce lì: il pm Francesco Cajani ha ordinato approfondimenti sui canali di vendita via Internet agli investigatori del pool reati informatici della Procura. Peraltro i tre avevano una discreta disponibilità di ossa: durante le perquisizioni domiciliari sono statirinvenuti 15 teschi, tibie, peroni, frammenti di ossa delle braccia e delle gambe con articolazioni complete e due scheletri intatti. Toccherà alla nota anatomopatologa Cristina Cattaneo datare i reperti (da un primo esame sembra che le ossa siano state disseppellite) e tentare di individuarne la provenienza. Un teschio umano in buone condizioni veniva pagato 100 euro e rivenduto a oltre 600. Duecento euro, invece, il costo di un singolo osso. Un mercato macabro ma florido, che in passato aveva interessato soprattutto paesi asiatici. Ma vietato dalla legge in quasi tutti gli Stati.

(AICIS) Oggi si ritorna a parlare dei cosiddetti Marò italiani, cioè dei fucilieri della Marina Militare arrestati dalle autorità indiane dopo l'incidente in mare del 15 febbraio 2012, al largo dello Stato indiano del Kerala. Durante una azione di difesa anti-pirateria, due pescatori locali restarono uccisi sul loro peschereccio. Di qui l'accusa per i militari italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in missione di sicurezza su una petroliera battente bandiera italiana (patrocinata dall'Onu), di aver sparato e di essere i responsabili della loro morte - accusa che i due italiani hanno sempre respinto.

Il 22 ottobre si aprirà davanti ai giudici dell'Aja l'arbitrato per stabilire chi tra Italia e India dovrà giudicare i militari. Entro un paio di settimane si avrà poi la decisione.

E' previsto per oggi il loro incontro con il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che dando conforto ai due militari, di riflesso connota la vicenda di inevitabili riflessi politico-diplomatici.

La Corte potrà decidere senza strumentalizzazioni e senza la pressione di avvenimenti esterni? Data la situazione politica interna e le imminenti elezioni – avverte Antonio Armellini su Il Corriere della Sera (anno 143 n. 214) - non è detto che vada così. Potremmo trovarci di fronte a una drammatizzazione elettorale della vicenda arbitrale dannosa soprattutto per l'Italia. L'India guarda alle relazioni internazionali in termini di rapporti di forza e la percezione della nostra forza è debole: dovremmo non perdere tempo nel tessere una rete di relazioni politiche ed economiche a largo spettro, capace di innalzare il “costo” di una eventuale nuova crisi nei nostri confronti. Senza dimenticare che, elezioni o non elezioni indiane, la decisione sui marò prima o poi arriverà e servirà una strategia per gestirne le ricadute interne.

Nelle vite dei due militari si riapre il dramma: l' arresto nel 2012, l'inchiesta indiana piena di errori e mancanze e contraddizioni, gli scontri diplomatici; la prigione, il rilascio su cauzione con obbligo di firma, il ritiro dei passaporti e il divieto di tornare in patria; il braccio di ferro tra Italia e India durato anni, le manifestazioni nel nostro Paese per chiedere il rimpatrio dei due fucilieri, che rischiavano la pena di morte. Poi il rientro in Italia: nel 2014, a seguito di un ictus, viene concesso a Latorre di tornare. Un paio d' anni dopo, nel maggio 2016 è rientrato anche Girone.

Per la legge sulla Privacy siamo all'ultimo atto anzi, al penultimo, visto che poi si aprirà la stagione dei controlli, ai quali l'Autorità Garante dei dati personali ha già dato un leggero input. Il nuovo provvedimento, che integra la disciplina del Regolamento Europeo - già in vigore dal 25 maggio 2016 e operativo il 25 maggio di quest'anno – completa una disciplina molto estesa che prevede nuovi obblighi per tutti i soggetti che trattano dati personali.

Parliamo dunque soprattutto delle imprese, ma anche delle associazioni ed in generale degli Enti.

Ora il quadro normativo è completo e non ci sono più alibi per le aziende”, ha dichiarato su La Repubblica Francesco Modafferi, dirigente dell'Autorità Garante Privacy che si occupa proprio dell'adeguamento alla nuova normativa. Però per le PMI le notizie sono buone: il decreto assegna al Garante stesso il compito di promuovere le linee guida per fissare modalità di adeguamento semplificate ad hoc per loro. Certo l'Autorità, in questi primi otto mesi, nell'erogare le sanzioni, “terrà conto del fatto che siamo in una fase iniziale di attuazione”, ma con una metafora calcistica, lo stesso Modafferi ha raffreddato gli entusiasmi di chi spera in un rimando sine die dei controlli: “Adesso le regole sono complete e l’arbitro può fischiare il calcio d’inizio”, ha affermato. L’arbitro in questione è appunto il Garante Privacy, che disporrà presto ispezioni ed eleverà sanzioni. Anche se per la verità “Restano da fare ancora alcune regole di secondo livello, da parte del Garante Privacy, come previsto dal decreto”, ha ammesso Modaferri.

Secondo “Agenda Digitale” tuttavia i controlli della Guardia di Finanza partiranno invece già da questo mese (si tenga conto che il d.lgs. 101 entrerà in vigore il 19 settembre) e riguarderanno in primis le aziende e le Pubbliche Amministrazioni, selezionate in base ai criteri fissati dall’Autorità Garante, per la verifica della conformità e il rispetto delle prescrizioni del Regolamento UE 2016/679 (GDPR). Nel secondo semestre 2018 ammontano a ottanta le attività ispettive programmate dall’Ufficio del Garante sulla base del protocollo d’intesa stipulato con la Guardia di Finanza il 10 marzo 2016. Il documento fissa i principi e i criteri alla base dell’attività ispettiva della GdF presso amministrazioni pubbliche e aziende che effettuano il trattamento di dati, o presso le quali occorre effettuare rilevazioni comunque utili al controllo, nei confronti di soggetti non necessariamente individuati sulla base di reclami o segnalazioni già copiosamente fatti pervenire all’Autorità Garante.

(Deborah Bottino) Il nostro codice di procedura penale prevede la possibilità di eseguire la perizia psichiatrica sul soggetto imputato (e non solo) laddove sia necessario determinare l’assenza o la diminuzione della capacità di intendere e di volere in ossequio all’art. 89 c.p.. Non si esprime altrettanto positivamente in merito ad un’altra forma di perizia, la cosiddetta perizia criminologica. Partendo dal dato positivo in analisi ossia l’art. 220 c.p.p. che sancisce il divieto di effettuare sul soggetto una perizia volta a stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche”.[1] Il dato letterale che è ricavabile dall’interpretazione del citato comma II dell’art. 220 c.p.p. delinea una definizione che non riceve una critica positiva da parte della dottrina, viene considerata parziale, riduttiva o eccessiva (quindi assume considerazioni contraddittorie) ma l’analisi deve essere operata su questa nozione, giacché la norma codicistica non consente interpretazioni estensive. La perizia criminologica ha l’obiettivo di indagare l’abitualità nel reato, la professionalità, la tendenza a delinquere, ergo, redigere un quadro di personalità e di carattere per impiegarla solo nella fase esecutiva, quando si deve individuare come svolgere la pena o che misura di sicurezza applicare. Il legislatore, invece, si è prodigato contro questa possibilità, imponendo un divieto nel poter utilizzare questa tecnica di analisi psicologica. La ratio del legislatore nell’imporre il divieto può essere individuata, in primis nel pericolo di lesione della libertà morale dell’imputato che è riscontrabile nell’esame psicologico effettuato sul soggetto; secondo alcuni autori attuare in un processo un esame volto a elaborare un quadro personologico del soggetto sarebbe lesivo della sua dignità, giacché da una parte il soggetto sarebbe spinto velatamente a esporre una confessione, che ovviamente sarebbe indotta e non volontaria, e dall’altro lato si delinea il rischio di cedere ai pregiudizi creati da precedenti o aspetti particolari del carattere dell’imputato che potrebbero condizionare il modus iudicandi dell’organo giudicante. In sostanza, questa tipologia di perizia può condurre il giudice a giudicare non solo sulla base dei fatti inerenti al caso de quo ma sul profilo dell’imputato che viene tracciato da valutazioni psicologiche con l’ulteriore rischio che il giudice nell’ambito della stesura delle motivazioni possa fare ricorso agli esiti di questo esame con il fine di attribuire il reato al soggetto o di identificare il movente; inoltre queste valutazioni psicologiche vanno a violare l’abisso profondo dei segreti che appartengono al passato dell’imputato. In secondo luogo la bassa affidabilità degli esiti dei risultati psicologici e la complessità dell’esecuzione della perizia, difatti molti autori asseriscono che il sapere psicologico sia contro-intuitivo, in opposizione al senso comune e spingendo il giudice a valutare erroneamente ciò che gli viene mostrato. L’autore Eramo afferma che il diritto penale che accetta di introdurre indagini sulla personalità del soggetto è definito come “diritto penale interiore”, protagonista in quei sistemi che poggiano le fondamenta su elementi soggettivi, laddove domina l’esaltazione dell’elemento spirituale ossia le intenzioni. È un diritto penale che ha come obiettivo quello di punire i pensieri più nascosti della persona, estorti in maniera violenta ovvero fraudolenta con l’ausilio della tortura, della narco-analisi, la macchina della verità o altri strumenti del genere. L’obiettivo principale è quindi la “repressione del dissenso” senza il bisogno di prove oggettive, dando importanza al potenziale e non alla condotta criminosa che va a ledere il principio, appartenente al diritto penale moderno, nemo patitur cogitationis poenam, brocardo che indica che niuno può essere punito per il semplice pensiero finchè questo non si traduca in azione materiale.[2] In terzo luogo, si esplicita una difficoltà nel mettere in atto un’indagine psicologica, che non può non considerare l’atteggiamento del soggetto, ove è necessaria una stretta collaborazione e proprio per questo motivo la sua riuscita può essere compromessa, o per una collaborazione scarna da parte del soggetto o per una collaborazione eccessiva, che lo condurrebbe a dipingere un ritratto di sé che non corrisponde alla realtà, simulando un carattere che non gli appartiene.

La scelta del legislatore, come già ricordato precedentemente, non è stata abbracciata pienamente da dottrina e giurisprudenza, è nato difatti un dibattito che trova le sue radici in tempi reconditi.

 

 Le origini del divieto di perizia criminologica: dal Codice del 1930 al Codice di Rito 

Il codice di procedura di penale del 1930 disciplinava il divieto di perizia criminologica all’art. 314, II comma, prescrivendo una “clausola di sbarramento” pretesa dagli esponenti della Scuola Classica, il divieto di «perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere la qualità psichiche anche indipendenti da cause patologiche» (art. 314, co. 2, c.p.p.). La locuzione è stata riportata in tal modo nell’attuale codice di rito. Bisogna osservare che la sistematica processual-penalistica, all’epoca, mancasse di concordanza rispetto alla sistematica di diritto penale sostanziale, la quale era favorevole alle valutazioni psicologiche dei fatti illeciti e degli autori; il legislatore del 1930 conosceva molto bene gli assunti della Scuola Positiva, ciò si evidenzia in maniera particolare nel Libro I del Codice Penale, intitolato “Dei reati in generale” rivolto al reo e alla persona offesa, che differenzia e separa l’imputabilità dalla colpevolezza, che funge da preambolo all’apparato sanzionatorio incentrato sul c.d. doppio binario. Pertanto la perizia era ed è ammessa solo nei casi in cui l’imputato presenta anomalie psicologiche che derivano da stati patologici. Si delinea un paradosso che si insinua nell’assetto normativo e che giunge fino all’attuale impianto normativo che da un lato obbliga il perseguimento di certi obiettivi, ma dall’altro preclude l’ausilio di quegli strumenti atti a raggiungere certi obiettivi giacché il legislatore dell’epoca era diffidente della c.d. “psicologia del profondo” presumendo che il giudice in qualità di peritus peritorum avesse capacità e conoscenze tali da non richiedere l’avvalersi dell’assistenza di esperti del settore, una contraddizione pura di fondo non risolta nemmeno dalle successive riforme.

L’avvento della Costituzione pone le spinte necessarie a una riforma del processo penale, ergo anche sul tema della perizia criminologica. La dottrina guarda con favore agli strumenti proposti dalla medicina forense, dalla psicologia e dalla psichiatria, percepiti come mezzi atti a coadiuvare il giudice. L’orientamento che prevale auspica proprio alla caduta del divieto o almeno a una riforma valida che riformi l’intero istituto. La dottrina cattolica, anche se minoritaria ma comunque molto influente, ha avuto la meglio sulle spinte innovatrici e riformiste in merito alla perizia criminologica poiché secondo quest’orientamento si sarebbe rischiato di comprimere la libertà morale e la dignità dell’uomo inducendolo a una confessione forzata e ascrivendogli il reato sulla base di una sorta di anamnesi criminale. La prima riforma del codice di procedura penale vede la sua luce nel 1955 con un’apposita legge di modifica che interessa anche l’art. 314 c.p.p. ma solo sui profili procedurali, senza toccare il divieto.[3] Successivamente, sulla scia del progetto di stesura di un nuovo codice di procedura penale, l’orientamento innovatore riprende a farsi sentire proprio all’interno del Parlamento che approva una prima delega legislativa che prevede il testo di “riordinamento dell’istituto della perizia medico-legale, psichiatrica e criminologica”, che si propone di mettere in atto una spinta verso una considerazione maggiore per la perizia psicologica e il suo presunto apporto positivo al processo, per l’applicazione di una pena commisurata al reato e a maggior tutela per il diritto di difesa dell’imputato; anche se questo progetto di riforma non trova un esito positivo, si matura una maggiore fiducia nei confronti della psicologia come mezzo in grado di aiutare il giudice per avere un quadro della personalità aldilà dell’ambito patologico, ergo tutti i presupposti per la legittima entrata della perizia psicologica nelle dinamiche processuali, ma tenendo in considerazione il momento in cui collocarne l’utilizzo giacchè avrebbe dovuto essere funzionale alla sanzione, ergo applicabile solo alla fine del dibattimento. Nella seconda legge di delega risalente al 1986, l’ipotesi del “giudizio di personalità dell’imputato” vede il suo momento di collocazione in ogni stato e grado del processo per conoscere meglio il soggetto, ergo un’analisi sulla personalità finalizzata alla tutela dello stesso che consenta alla difesa di reperire elementi probatori necessari a una più corretta ricostruzione dei fatti, anche questo progetto si riduce a un fallimento, l’Assemblea parlamentare preposta alla revisione la ritiene rischiosa e ravvede un pericolo concreto per la violazione di diritti costituzionali. Queste esperienze riportano il legislatore sulla vecchia strada e, dunque, a riconfermare il divieto trasfuso nell’ex novo art. 220 c.p.p. lasciando irrisolta la diatriba nata in precedenza.[4] Il dibattito si riapre negli anni 90, successivamente alla L. Cost. del 23 novembre 1999 n.2 che vede l’introduzione delle norme del c.d. “giusto processo”, concedendo garanzie più ampie all’imputato per difendersi ricorrendo a qualsiasi mezzo di prova. Alla luce di queste modifiche, di queste maggiori garanzie di difesa all’imputato, i fautori della perizia criminologica risollevano la questione dell’ammissibilità facendo leva sul fatto che la norma costituzionale non può tollerare un divieto apposto dal legislatore ordinario, poiché quest’orientamento parifica la perizia psicologica a mezzo di prova per l’utilizzo da parte dell’imputato, ergo con accezione positiva e non come lesiva nei suoi confronti. Sulla scia di quest’orientamento prende vita una nuova proposta di legge avanzata dal senatore Siniscalchi con lo scopo di abrogare il divieto di cui all’art. 220 c.p.p.. Questa proposta è un frutto di una rinnovata e profonda fiducia verso la psicologia giuridica e verso la criminologia, ormai scienze accreditate, dotate di metodo verificabile e controllabile. Davanti a questo quadro non è più possibile formulare opposizioni a queste discipline circa la loro completa maturazione, poiché, si sostiene che le garanzie sui risultati dati da questo strumento hanno raggiunto la certezza, dunque questi timori sarebbero infondati. La proposta Siniscalchi introduce una riforma mitigata al semplice accesso delle relazioni peritali scientificamente valide senza però consentire uno sconfinamento nell’aerea di competenza riservata alla verifica degli elementi di prova acquisiti e vagliabili dal giudice in ossequio all’art. 192 c.p.p., difatti il giudice, secondo la nuova proposta, avrebbe potuto disporre della perizia psicologica laddove ritiene la sua necessità come disciplinato dal primo comma dell’art. 220 c.p.p. e i risultati vagliati ai sensi dell’art. 192 c.p.p., per valutare la consistenza dell’accusa ma con un limite sostanziale ossia che tali risultati non potrebbero essere impiegati nella motivazione per ascrivere il fatto delittuoso all’imputato. In linea teorica questa proposta sembrerebbe ricevere il favore di molti operatori del diritto, in quanto conforma una legge ordinaria alle modifiche apportate alla Legge Fondamentale, inoltre rassicura coloro che temono la perizia psicologica come strumento poco garantista nei confronti dell’imputato. Nonostante queste premesse positive, anche questo progetto finisce per arenarsi per una ragione non esplicita ossia che non è tanto il processo penale a temere la psicologia, ma il giudice che rivendica ancora la figura protagonista e che si vede sottrarre poteri. Sono proprio gli stessi giudici che alimentano questa preoccupazione e ne trovano anche la soluzione, avallando la fondatezza del divieto. [5]

La giurisprudenza della Suprema Corte e della Corte Costituzionale

La Suprema Corte si esprime favorevole al divieto ribadendolo in una sentenza datata 13 settembre 2006, la n.30402 in cui conferma l’inammissibilità di accedere a una perizia criminologica nel corso del processo, precisando che il divieto in ossequio all’art. 220, II comma c.p.p., mette in atto un effetto espansivo, in quanto mette in pratica l’inutilizzabilità della perizia a entrambe le parti coinvolte nel processo, dando solo la possibilità di disporre di perizie volte ad accertare l’assenza o diminuzione della capacità di intendere e di volere e al giudizio di pericolosità sociale, il divieto trova la sua ratio nella tutela dell’imputato per non spingerlo a una confessione indotta. La Corte, dunque, conferma il divieto e ne ribadisce l’indole positiva dello stesso posto a tutela dell’imputato, avvalorando quella storica sfiducia nei confronti della psicologia.[6]

Dal canto suo anche la Corte Costituzionale viene chiamata in causa per stabilire la legittimità costituzionale dell’art. 220, II comma in ben due occasioni: la prima volta la questione di legittimità costituzionale viene sollevata dell’art. 314, comma II c.p.p ritenendo il divieto in contrasto con la funzione rieducativa e risocializzante ai sensi delll’art. 27, comma III cost. Il giudice a quo, premettendo che ai sensi dell’art. 133 c.p. per determinare la misura della pena si deve tenere conto del dolo, del grado della colpa e dei motivi che spingono a delinquere e del carattere del reo, asserisce di “non essere in grado di procedere all’effettivo accertamento del complesso di tali elementi non essendo un esperto di psicologia” e la necessità di disporre di una perizia che di fatto risulta vietata. Inoltre, lo stesso, aggiunge che il divieto è solo il frutto di un atteggiamento diffidente e ingiustificato verso la psicologia che in sostanza lede il principio costituzionale sopracitato, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione, ergo il giudice deve usufruire di tutti i mezzi adatti a individuare una pena commisurata al soggetto. Il giudice ad quem rigetta la questione, servendosi di una spiegazione di mera formalità circa la sussistenza positiva del divieto, precisando che il legislatore ha provveduto a dare seguito alla funzione emendatrice della pena, giacché riporta l’opportunità di usufruire di un esame caratteriale dell’imputato. La ratio del legislatore si impronta su una scelta discrezionale che non può essere oggetto della questione di illegittimità. La Corte Costituzionale, questo è necessario ricordarlo, non si pone, però, in totale sfiducia verso l’entrata delle scienze psicologiche nel processo penale, precisando che la diffidenza del legislatore possa essere considerata opinabile al fronte degli studi moderni e dei passi in avanti compiuti dalle scienze empirico-sociali. Il secondo episodio che ha visto la Corte Costituzionale investita nella sua funzione di controllo di legittimità costituzionale per esprimersi nuovamente sulla materia, la questione riguarda l’art. 314, comma II, c.p.p. per violazione a ben tre principi costituzionali, art. 24, II comma, Cost. e l’art. 27, III comma, Cost. nonché l’art. 3 Cost. Si parte da un tentativo di chiarire se il divieto può considerarsi lesivo del diritto di difesa, giacché ostacola l’imputato di poter procurarsi gli elementi di prova decisivi per la sentenza finale, altresì in contrasto con il principio di uguaglianza, giacché lo stesso mezzo è consentito nel processo minorile a norma dell’art. 11 r.d.l. 20 luglio 1934, n. 1404; e infine ancora una volta in contrasto con la funzione rieducativa della pena. Il giudice ad quem, anche in questo caso, rigetta la questione richiamando la precedente sentenza e affermando che il problema non è di legittimità costituzionale ma di mera discrezionalità legislativa: l’imputato, nell’ambito della difesa, può contare sull’esperienza e sulla cultura del giudice e le uniche critiche che possono essere mosse riguardano la funzione legislativa e non profili di incostituzionalità. Per quanto concerne la funzione rieducativa della pena si esprime la Corte: “Le considerazioni suesposte in ordine alla funzione emendatrice della pena ed al carattere unitario della formulazione dell’art. 27, terzo comma, della Costituzione, valgono ad escludere la prospettata illegittimità dell’art. 133, secondo comma, n. 1, cod. pen., nella parte in cui fa riferimento al solo carattere e non anche all’intera personalità dell’imputato. Non può infatti negarsi, per i motivi già enunciati, che l’attribuzione di una maggiore o minore rilevanza agli elementi soggettivi nella graduazione concreta della pena rientra oggi nel giudizio di discrezionalità politica rimesso al legislatore ordinario”[7]. Per quanto concerne, invece, la violazione del principio di uguaglianza, asserisce che le particolarità del processo minorile, soprattutto in relazione allo scopo rieducativo della pena, rendono impossibile un paragone.

Verso il superamento del divieto: le proposte

Molti autori, favorevoli all’abrogazione del divieto, si sono espressi in favore al suo superamento suggerendo alcune strade da percorrere. Se si parte dal postulato che la psicologia sia una scienza allora non si potrebbe vietarla ex legge per il processo, giacché il divieto risulta irragionevole. L’operatore di diritto deve, però, fare i conti con una norma la cui stessa Consulta ne ha attestato la legittimità costituzionale. Bisogna evidenziare che tale divieto pone alcune limitazioni, giacchè è limitato al campo della psicologia, ma solo nel sondare il carattere e la personalità del soggetto e le sue qualità psichiche svincolate però da cause patologiche, ma avanza anche delle eccezioni connesse alla fase esecutiva sia della pena sia della misura di sicurezza, inoltre tale divieto non opera nel processo minorile ove il ruolo degli psicologi viene valorizzato.

La prima strada che viene seguita è definita “del primato del metodo” che può essere esposto partendo dal dato positivo che si ottiene dal combinato disposto dall’art. 111, III comma, Cost. «Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata suo carico, disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nella stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo»; e dal IV Comma “Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore”;  ancora dall’ art. 3 Cost: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge (…)”. La norma sembrerebbe violare il metodo del contraddittorio nel giusto processo ed ergo le regole costituzionali dello stesso con l’annesso principio di uguaglianza. Il metodo del contraddittorio non fa discriminazioni alle scienze in quanto sul piano probatorio le ammette tutte, non fa sconti in quanto la verità scientifica deve essere vagliata in maniera critica e specifica. La violazione del principio di uguaglianza è citata in merito al fatto che, non è corretto trattare in modo differente situazioni che risultano del tutto analoghe, solo per il fatto che, sempre in merito a questo orientamento, si perpetuano pregiudizi privi di motivazioni nei confronti della psicologia. Ci si è spinti anche a parlare di una violazione del diritto di difesa, ex art. 24 Cost., laddove non si permette alla difesa di usufruire del contributo della psicologia per provare l’innocenza del proprio assistito, ma questo, ovviamente, può rientrare nel suesposto discorso del giusto processo. [8]

La seconda strada è denominata “all’italiana” e un orientamento sviluppatosi nel caso del delitto di Cogne. In maniera molto sintetica si ritiene che la parte interessata possa disporre dello svolgimento di una perizia psichiatrica sia per una dettagliata descrizione del carattere e della personalità del soggetto, sia per le sue qualità psichiche svincolate da cause patologiche. Queste descrizioni psicologiche andrebbero a collimare con le valutazioni strettamente psichiatriche per il raggiungimento della sentenza. La giurisprudenza, però, riporta un orientamento assolutamente contrario a quello appena esposto che si è già descritto e che si incentra sul divieto posto a tutela dell’imputato. In sostanza si vorrebbe far entrare la perizia criminologica in maniera subdola e silenziosa attraverso la finestra di quella psichiatrica. L’orientamento favorevole asserisce che è fuorviante il riferimento alla garanzia dell’imputato, che risulta essere il destinatario della tutela e che di sua spontanea volontà potrebbe rinunciare allo strumento peritale, magari per una strategia difensiva, il metodo del contraddittorio dovrebbe già di per sé garantire queste tutele. [9]

L’ultimo orientamento viene definito “chi si accontenta gode” ed è un’interpretazione secundum legem del secondo comma dell’art. 220 c.p.p.. Secondo questo orientamento una corretta interpretazione dovrebbe muoversi su una duplice considerazione. La prima riguarda un rapporto che intercorre fra il primo (regola) e il secondo comma (eccezione). Partendo da una premessa che attiene all’art. 14 delle Preleggi, le norme che fanno eccezione a regole generali si applicano solo ai casi e ai tempi indicati nelle stesse, pertanto il secondo comma art. 220, che configura un’eccezione alla regola generale dichiarata nel primo comma, dovrebbe essere interpretata in maniera restrittiva, il che dovrebbe condurre alla facoltà di consentire il transito nel processo di tutte le informazioni corroborate al carattere e alla personalità del soggetto, nonché alle qualità psichiche, prescindendo dalla perizia affidata all’esperto nominato dal giudice e impiegando le valutazioni del testimone esperto. In sostanza l’interpretazione restrittiva del divieto consente l’introduzione nel processo delle valutazioni psicologiche sul carattere e sulla personalità provenienti da altri mezzi, come ad esempio, la consulenza di parte. Su queste conclusioni non può essere ammessa obiezione alcuna giacché è vietata la perizia e non la consulenza, affermare il contrario comprometterebbe il rapporto fra regola ed eccezione, dando vita a un’interpretazione in malam partem. L’altra considerazione concerne al principio del favor rei, giacché appare illogico impedire che l’imputato possa disporre di uno strumento, che viene esaminato criticamente e specificamente nel metodo del contraddittorio, da cui si potrebbero trarre elementi positivi e favorevoli nei confronti del reo. Ergo, la sentenza della Suprema Corte, che giustifica il divieto che in ragion per cui assume toni garantistici e a tutela del soggetto imputato, dissipa le sue basi poiché è lo stesso soggetto a chiedere di ricorrere all’uso della psicologia per dimostrare l’infondatezza dell’accusa che viene mossa contro quest’ultimo, proprio alla luce del principio suesposto. [10]

* Criminologa [Estratto tesi magistrale: Imputabilità e vizio di mente nello specchio dell’evoluzione della scienza psichiatrica”].

[1] Codice di procedura penale, art. 220, II comma

[2] Eramo, Il divieto di perizie psicologiche nel processo penale: una nuova conferma della Cassazione

[3] L. 18 giugno 1955 n.517 “Modificazioni al codice di procedura penale”

[4] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

[5] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

[6] Cfr Cass. Pen., Sez. I, 13 settembre 2006, n. 30402, in Diritto penale e processo

[7] Sent. n. 179, 19 dicembre 1973, Corte Costituzionale cit.

[8] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

[9] Ibidem

[10] Ortis Pellizzer, Il divieto di perizia psicologica, in Psicologia Giuridica – Fondazione di Guglielmo Gullotta di Psicologia Forense e della Comunicazione

(AICIS) Altro che diritto all'oblio sancito dal Regolamento Europeo sulla Privacy: la Corte di Cassazione nella recentissima sentenza 21362/2018, ha stabilito che i dati e le informazioni della persona sottoposta a indagini penali, restano nella banca dati della polizia, anche in caso di accertamento dell’estraneità ai fatti, per 20 anni dalla data di archiviazione. Con l'unico vantaggio che, dopo i primi dieci anni, la sola tutela i dati saranno visibili ai soli soggetti abilitati. La sentenza analizza per la prima volta il DPR 15/2018 con il quale sono stati attuati i principi del Codice della privacy relativi al trattamento effettuato per ragioni di polizia. Si tratta di norme che tentano un difficile bilanciamento tra l’interesse collettivo alla prevenzione e alla repressione dei reati e alla tutela dell’ordine pubblico e quello individuale alla riservatezza. Secondo la Corte il decreto in questione è in linea con l’articolo 8 della Cedu che, nell’escludere l’ingerenza della pubblica autorità nella vita privata, fa salva però l’ipotesi in cui l’intromissione sia funzionale, in un Paese democratico, alla salvaguardia di alti valori come la tutela dell’ordine pubblico, la protezione dei diritti e della libertà altrui.

I giudici hanno osservato che, in generale la norma per i trattamenti automatizzati fissa dei termini massimi tarati sulla natura del provvedimento o delle attività alle quali si riferiscono. Tuttavia trascorsa la metà del tempo massimo di conservazione, se uguale o superiore ai 15 anni, ai dati possono accedere solo gli operatori abilitati e designati. Su un simile meccanismo, per la verità, il Garante privacy, aveva espresso le sue perplessità. Nel conto c’è dunque l’esigenza di garantire un corretto trattamento e la possibilità, prevista, di ottenere la cancellazione quando viene meno lo scopo che ne ha giustificato la conservazione.

(AICIS) Si dice privacy, ma a quanto pare è solo un'illusione. Chiedetelo a chi fa acquisti con Mastercrd: stando alle notizie diffuse da Boomberg esisterebbe un accordo segreto che avrebbe permesso alla società di Mountain View e ai suoi inserzionisti di tracciare le vendite al dettaglio, quindi "offline" di oltre due miliardi di operazioni di consumatori Usa.
Cosa significa in termini pratici? Semplicemente che, un sistema finanziario che pretende sempre di più a sostituire i pagamenti in contanti con la moneta elettronica, poi è così vulnerabile da rendere possibile la profilazione delle abitudini di vita delle persone utilizzando i dati, nella migliore delle ipotesi, per scopi commerciali.

Sei un carnivoro o un vegetariano? Ti piacciono gli abiti classici o casual? Che libri leggi? Insomma, dimmi cosa compri e ti dirò chi sei, anzi lo dirò alle aziende commerciali pronte ad assecondare o, meglio, a stimolare i tuoi prossimi acquisti. E addio privacy.

Google – secondo le rivelazioni di Bloomberg - avrebbe pagato milioni di dollari per avere i dati da Mastercard e le due società avrebbero discusso anche la divisione di una parte dei guadagni.

Lo scorso anno Google aveva annunciato un servizio chiamato "Store Sales Measurement" spiegando di avere accesso ad "approssimativamente il 70%" delle carte di debito e credito Usa attraverso dei partner, senza però menzionarli.

"Le persone non si aspettano che le cose comprate nei negozi siano collegate a quelle comprate online, non c'è abbastanza informazione ai consumatori su cosa stanno facendo e che diritti hanno", ha detto spiega Christine Bannan, dell'Electronic Privacy Information Center (EPIC). Google però nega tutto.

(Deborah Bottino*) - In occasione del ritorno a scuola dei bambini e delle bambine, sui social networks si è scatenata la gara al bimbo/ bimba più bello/a. Genitori impazziti che postano foto dei loro pargoli sulle principali piattaforme sociali come facebook, twitter e instagram. Da tempo ribadisco la mia contrarietà alla pubblicazione di foto di minorenni sul web per diverse ragioni, tenterò di spiegarvi ancora una volta quanto può essere periglioso e pericoloso avventurarsi sul web senza conoscere i veri risvolti che la rete occulta.

Il consenso negato

In primis, il minorenne non è in grado di poter dare un consenso reale a fronte della cosiddetta presunzione concernente l’incapacità, l’uomo acquisisce la capacità di intendere e di volere in maniera graduale, capacità che è presupposto di un consenso legittimo e dato con coscienza e volontà, pertanto il minore non sarà in grado di comprendere pienamente il significato delle azioni poste in essere giacché non ha raggiunto la maturità intellettuale e pertanto il consenso dato non può essere legittimato, poiché il soggetto è ancora “in costruzione”. Postare una foto che ritrae un minore sul proprio profilo Facebook (e altro) significa integrare gli estremi della lesione al diritto all’immagine. Ergo, il minore non è in grado di scegliere: anche laddove il minore alla domanda “Mamma e papà la postano su facebook, va bene?” e il minore risponde di “si”, quel “si” ai sensi della legge non è considerato un consenso valido.

Quando postate una foto di vostro figlio/a, nipote, cugino/a, fratello/sorella state ledendo i loro diritti.

La privacy

Nonostante Facebook consente l'impiego di numerosi filtri che limitano le visualizzazioni dei post ai soli “amici” il pericolo dato dalla pubblicazione di foto che ritraggono i propri figli, resta elevato. Esporli realisticamente a un numero potenzialmente elevato di amici non limita il rischio reale legato alla pedofilia. La conoscenza dei contatti non è poi così mirata, fra gli amici Facebook possono nascondersi tutta una serie di contatti che passano inosservati e potrebbero avere pensieri o compiere azioni poco ortodosse nei confronti dei bambini. Non solo, non è irrealistico pensare che persone che presentano quadri psicopatologici legati al disturbo parafilico di pedofilia (attenzione il disturbo è diverso dal reato, non esiste il REATO DI PEDOFILIA, esiste IL REATO DI ABUSO SU MINORE, sottile differenza ma molto importante), possano realmente avvicinarsi ai vostri figli avendoli osservati attentamente sui vostri profili. Non pensante che i vostri “amici facebook” siano tutte persone fidate, il disturbo parafilico di pedofilia può essere anche latente, sconosciuto quindi allo stesso pedofilo che può essere a conoscenza o meno di provare impulsi sessuali alla vista di bambini.

La pedopornografia e il deep web

Il concetto di pedopornografia non è un concetto univoco dipende dall’impiego di due parametri: l’infanzia e la pornografia. Questi ultimi sono costrutti sociali che acquisiscono diverse accezioni in base alla cultura dove operano e alle diverse epoche storiche. Il periodo infantile in passato veniva concepito come il periodo prepuberale della vita che precedeva l’età adulta che coincideva con il menarca nelle donne e la comparsa dei primi peli pubici negli uomini, pertanto l’età adulta si misurava sulla base di elementi fisici e biologici. La società contemporanea ha definitivamente superato dati fisici per abbracciare concetti che sono legati all’età del consenso invalido,  considerando l’immaturità psicologica e pertanto vietano relazioni sessuali con adulti finché i soggetti non avranno la capacità di comprendere il valore delle loro azioni e di assumerne le responsabilità. Secondo Jenkins la pedopornografia si suddivide in due sottotipi:

  • Softcore: immagini che mostrano nudità del bambino ma senza attività sessuale

  • Hardcore: immagini che raffigurano attività sessuali in corso

Con l’avvento dell’era digitale la fruizione di materiale pedopornografico si è semplificata, aumenta la velocità di scambio e i sistemi di memorizzazione digitali consentono di conservare una quantità maggiore di materiale. In qualche modo, però, il controllo sociale formale ha permesso di limitare questo scambio creando il cosiddetto effetto del displacement, ossia lo spostamento del fenomeno in una realtà più nascosta del web, il deep web che corrisponde a un insieme di siti web che non possono essere trovati dai motori di ricerca conosciuti, come Google. Vi è, poi, una parte del deep web ancora più occultata denominata Darknet, conosciuta come mezzo ove si realizzano le maggiori attività illegali, dal commercio di droga, armi, alla prostituzione, l’acquisto di documenti falsi finanche la tratta degli esseri umani e perfino i servizi offerti da assassini e da hacker su commissione. L’accesso al deep web è consentito tramite alcuni portali come Tor e Freenet che offrono il completo anonimato, scena principale per il commercio di materiale pedopornografico. I reati associati alla pedopornografia sono la produzione, la distribuzione e il possesso. Molti possessori di materiale pedopornografico reclamano la depenalizzazione del reato di possesso, giacché secondo questi ultimi il reato sarebbe senza vittima pertanto gli unici soggetti a porre in essere il reato di pedopornografia sarebbero coloro che producono il materiale.
Seppur i fruitori non partecipino attivamente all’assalto sessuale, costituiscono la domanda per questo tipo di materiale e di conseguenza incentivano la produzione di materiale. Gli utilizzi principali del materiale pedopornografico sono:

  • Stimolazione dell’eccitazione sessuale e della gratificazione: le immagini sono usate come sussidio masturbatorio.

  • Accettazione e giustificazione del comportamento pedofilo: immagini assumono un ruolo di normalizzazione del comportamento pedofilo

  • Abbassare l’inibizione del bambino nel processo di grooming: immagini usate per sedurre la vittima dimostrando che i rapporti sessuali tra adulti e bambini siano abituali e che ne scaturisca divertimento

  • Conservazione della giovinezza: i pedofili tendono a essere interessati solo ai bambini di una certa età, quando il bambino cresce perdono il loro interesse.

  • Ricatto per il silenzio della vittima: il ricatto di mostrare le foto ai familiari e agli amici costringono la vittima al silenzio

  • Impiego di materiale come valuta: i collezionisti scambiano il materiale in base a un valore ben specifico

  • Informazioni sui bambini maggiormente vulnerabili: materiale può essere scambiato per ottenere informazioni sui bambini che possono essere adescati

  • Profitto: la pedopornografia produce annualmente un computo elevato.

Il materiale scambiato nel deep web assume una specifica classificazione:

  • Non nudo: i bambini sono vestiti, gli indumenti possono riguardare anche biancheria intima o costume da bagno

  • Softcore: nudità completa o area pubica scoperta ma senza attività sessuale

  • Hardcore: attività sessuale tra bambino e adulto o tra bambini o un solo bambino. Queste attività riguardano la masturbazione, rapporto orale/vaginale/anale, il tocco sessuale di genitali e ano e l’eiaculazione sul corpo del bambino.

  • Hurtcore: questo tipo di classificazione è quella estrema: bondage, sculacciate, sadismo, tortura. Qui rientrano i cosiddetti snuff movie ove il bambino viene ripetutamente violentato e portato alla morte (Justè Neverauskaitè, Il deep web e la pedopornografia.)

Le immagini postate su Facebook possono essere prelevate e commercializzate nel deep wep alla vostra insaputa. Se postate le foto dei vostri bambini su Facebook, sappiate che state seriamente andando incontro a un pericolo reale e mettete a rischio la sicurezza dei vostri bambini. La rete non è un mondo protetto e sicuro, l’abbattimento delle barriere conduce, inesorabilmente verso una minor protezione; lo smartphone non è un giocattolo e a maggior ragione è pericolosissimo darlo in mano a un bambino. Posso comprendere, però, che se sono già gli adulti a essere spregiudicati nell’uso del web non mi meraviglio che possano consegnare nelle mani dei propri figli una vera e propria arma. La protezione dei vostri bambini spetta a voi, loro non sono in grado di decidere: sarete in grado di proteggerli da voi stessi?

* Criminologa

(AICIS) Quando la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell'attività investigativa non abbia voluto presentarsi al difensore, il pubblico ministero, su richiesta del difensore stesso, ne dispone l'audizione che fissa entro i successivi sette giorni. L'audizione si svolge alla presenza del difensore che per primo formula le domande. Anche con riferimento alle informazioni richieste dal difensore si applicano le disposizioni dell'articolo 362 c.p.p. Secondo la Cassazione penale (Sez. II,13 dicembre 2017, n. 56688), però, la richiesta rivolta al pubblico ministero di disporre l'audizione della persona informata su fatti di interesse per l'investigazione del difensore, che si sia avvalsa della facoltà di non rendere dichiarazioni, deve però indicare le circostanze in relazione alle quali si vuole che la persona sia sentita e le ragioni per le quali si ritiene che esse siano utili alle indagini, con la conseguenza che, in difetto di tali indicazioni, il pubblico ministero non ha l'obbligo di provvedere.

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