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L'attività di individuazione delle impronte digitali mediante un sistema che attraverso l'uso di un prodotto chimico evidenzia e fissa le stesse non è assoggettato alla disciplina prevista per gli accertamenti non ripetibili. Lo ha affermato, con sentenza del 28 marzo 2018, la Corte d'Appello Lecce, sgombrando il campo dal dubbio che l'attività della polizia scientifica sulla scena del crimine possa essere assoggettata alle procedure garantiste previste per l'esecuzione degli atti non ripetibili. Del resto, la Cassazione Penale, intervenendo sullo stesso tema, aveva già chiarito che “l'attività di individuazione e rilevamento delle impronte dattiloscopico-papillari, risolvendosi in operazioni urgenti non ripetibili di natura meramente materiale, rientra nella disciplina di cui all'art. 354, comma secondo, cod. proc. pen. (accertamenti urgenti o cosiddetto sopralluogo di polizia) e non in quella concernente gli accertamenti tecnici non ripetibili di cui agli artt. 359 e 360 cod. proc. pen. (accertamenti non ripetibili), i quali presuppongono attività di carattere valutativo su base tecnico-scientifica ed impongono il rispetto del contraddittorio e delle correlate garanzie difensive (Cass. pen. Sez. II, 8 settembre 2016, n. 45751)

Non basta l'accettazione, anche se espressa per iscritto dal lavoratore, a scriminare la condotta del datore di lavoro che installa sul luogo di lavoro un'apparato di videosorveglianza in violazione dell'art. 4 della legge n. 300 del 1970. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 10 aprile 2018, n. 38882.

Parcheggiare l'auto sotto un sistema di videosorveglianza non far venir meno l'idea che, a prescindere dalla presenza delle telecamere, il proprietario possa aver comunque confidato sul comune senso di rispetto delle cose altrui. Pertanto se qualcuno graffia la vernice con un oggetto appuntito, ricorre l'aggravante della esposizione dell'oggetto alla pubblica fede. Lo ha stabilito il Tribunale di Firenze (sentenza 30 luglio 2018) sostenendo che: Ai fini della configurabilità della fattispecie di cui all'art. 635, la presenza di un sistema di videosorveglianza predisposti a protezione dell'autovettura collocata sulla pubblica, (graffiata con un oggetto appuntito dal prevenuto), non determina il venir meno dell'affidamento del proprietario sul senso di rispetto collettivo dell'altrui bene e quindi non vale ad escludere lo configurabilità dell'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede nel caso di danneggiamento”.

Tre autopsie e ancora qualche mistero sulla morte, nel 2013 a Madrid, del giovane cameraman Mario Biondo. Gli esiti dell'esame medico-legale potrebbero non essere stati esaustivi, tanto che la Procura Generale di Palermo ha riaperto il caso. Nessun dubbio che la medicina legale, sul piano dell'utilizzo nelle indagini e nei processi, rientri tra le scienze (tradizionalmente) riconosciute nel mondo scientifico. Altro discorso è la forza probatoria della perizia medico-legale nel processo.A riportare in evidenza questa distinzione concettuale abbiamo l'oscuro caso della morte a Madrid del cameraman palermitano Mario Biondo, il 30 maggio 2013.Sul corpo del giovane sono state eseguite ben tre autopsie: la prima dalle autorità spagnole, le altre due in Italia, dopo la riesumazione del corpo disposta dai PM su richiesta dei genitori.Il primo esame – giudicato dalla famiglia come troppo sbrigativo – si concluse avvalorando l'ipotesi del suicidio. La seconda autopsia diede lo stesso esito. I risultati della terza autopsia – svolta presso l'Istituto anatomico del Policlinico di Palermo con esperti nominati dai pubblici ministeri italiani e anche da una squadra assunta dalla famiglia – sono attesi entro la fine di gennaio.

LA SCENA DEL CRIMINE - Il cadavere fu trovato adagiato di spalle alla libreria con una pashmina attorno al collo. Rifiutando l'ipotesi del suicidio, i legali della famiglia hanno fatto pervenire al Procuratore Generale alcune perplessità: innanzitutto la postura del cadavere. Il giovane si sarebbe impiccato ad una libreria ma è anomalo che gli spasmi di un uomo di 80 chili non abbiano provocato la caduta di nessun oggetto, neppure di due piume su una mensola. I periti di parte ricostruiscono invece quella che sembra la scena di un omicidio. Sul collo ferite compatibili con un cavo e non una pashmina. Sulla tempia segni di un colpo compatibile con un posacenere, come quello ritrovato nell’appartamento. Secondo questa ipotesi Biondo sarebbe stato stordito e poi strangolato. E su questo la nuova autopsia potrebbe fare chiarezza. Sul cadavere è stata infatti effettuata una Tac per rilevare eventuali microlesioni. IL MOVENTE? La difesa della famiglia avrebbe anche individuato un possibile movente. Si è parlato di depressione, ma la sorella ha riferito che la sera prima contattato da lei e dal fratello si era dimostrato entusiasta per il lavoro di regia che stava per ottenere.

Dopo la morte dal computer di Mario sarebbero stati cancellati centinaia di file. Chi è stato a farli sparire e perché?». Secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera del 19.11.2018, la famiglia sostiene che, giorni prima di morire, Mario Biondo avrebbe fatto delle ricerche in Rete che potrebbero «aver svelato verità imbarazzanti».

 

 

 

 

Grazie al lungo lavoro del Comitato Scientifico di AICIS, presieduto dal professor Andrea Antonilli dell'Università di Chieti-Pescara, siamo finalmente approdati al tavolo normativo UNI, pertanto la prospettiva di avere una norma sulla professione del Criminologo è oramai davvero prossima. 

Dopo due anni di confronto, la fase pre-normativa ed un'evidenza pubblica senza rilievi, il 16 gennaio è stata consegnata ad UNI la scheda dei compiti, delle competenze e conoscenze proprie del criminologo.

La perimetrazione del termine criminologo non è sempre univoca e conseguentemente la stessa professione si declina in tante diverse applicazioni. Secondo la definizione data dal dizionario della lingua italiana Treccani, la Criminologia è la “Disciplina che studia il delitto nella sua realtà oggettiva e nelle sue cause” e ancora “Disciplina che ha come oggetto di studio il fenomeno della criminalità e i mezzi atti a reprimerla”. Pertanto può definirsi criminologo tanto chi studia le cause, quanto chi studia la realtà oggettiva dei delitti: tanto chi studia il fenomeno, quanto chi studia i “mezzi” per reprimerli (cioè i mezzi di prova nel processo).

Partendo da tale definizione, che discende dal dizionario e non da interpretazioni estemporanee, AICIS ha previsto di inserire nella norma UNI per regolamentare la figura professionale del Criminologo i due profili della criminologia sociale e della cosiddetta criminalistica.

Non si sa se si tratti di una nuova frontiera dell'indagine “fonica”, molto utilizzata in criminalistica forense, o di un nuovo strumento di intelligence, oppure delle due cose messe insieme. Fatto sta che uno scienziato, il professor Ian McLoughlin, docente di informatica all’Università del Kent ed esperto riconosciuto di intelligenza artificiale a livello mondiale, ha sperimentato un sistema capace di dedurre dalla voce la provenienza, il sesso e addirittura lo stato d'animo del soggetto e fin anche il livello di salute. E' tutto quello che gli algoritmi di analisi vocale possono capire di noi mentre parliamo: chi siamo, da dove veniamo, il sesso, l’età, se siamo sinceri o bugiardi, se abbiamo bevuto troppo e persino il reale stato d'animo in cui ci troviamo. Basta un software di intelligenza artificiale. In un articolo su “The Conversation” lo scienziato spiegato come anche l’assistente vocale del nostro smartphone possa teoricamente cogliere aspetti della nostra personalità non evidenti. Secondo le sue dichiarazioni, riportate dal periodico Focus,Gran parte dell'IA (intelligenza artificiale) che è stata sviluppata può effettivamente dedurre una quantità incredibile di informazioni personali solo dal suono della vostra voce. Può determinare chi siete e da dove venite, la vostra posizione attuale, il vostro sesso e la vostra età e quale lingua state parlando. Tutto solo dal modo in cui la vostra voce suona quando parlate”. “Altri sistemi IA audio possono rilevare se state mentendo, analizzare il vostro livello di salute e benessere, lo stato emotivo e persino se siete o meno in stato di ebbrezza. Esistono persino sistemi in grado di rilevare ciò che state mangiando quando parlate a bocca piena, oltre a una serie di ricerche che esaminano la diagnosi delle condizioni mediche dal suono”. Non solo: gli algoritmi di analisi vocale possono arrivare a identificare l'attitudine di chi parla in una conversazione, raccogliere messaggi inespressi o rilevare conflitti tra due o più interlocutori.

Questa straordinaria capacità di comprensione, è possibile grazie all’elaborazione di milioni di registrazioni. L’algoritmo inizia gradualmente a dedurre quali caratteristiche dei dati sono associate a delle "etichette". Per esempio, un sistema che voglia risalire al genere della persona che parla, ne registrerà la voce dallo smartphone e la elaborerà per estrarre "funzioni”, cioè un piccolo insieme di valori rappresentativi. Il modo in cui queste oscillano negli intervalli di tempo considerati sarà leggermente diverso a seconda che stia parlando un uomo o una donna e il sistema è dunque in grado di distinguere.

Il boom degli assistenti personali come Siri, Alexa e Google Home dovrebbe farci riflettere su come l’intelligenza artificiale si stia diffondendo rapidamente e prevenire eventuali rischi. “Nelle mani sbagliate - avverte McLoughlin - queste tecnologie potrebbero assomigliare più alla polizia del pensiero teorizzata da George Orwell nel libro 1984. La sorveglianza audio (e video) può già rilevare le nostre azioni, ma i sistemi di intelligenza artificiale stanno iniziando a rilevare cosa c'è dietro quelle azioni - cosa stiamo pensando, anche se non lo diciamo a voce alta”.

Ovvio che una tecnologia del genere, applicata all'indagine giudiziaria, potrebbe portare a risultati sorprendenti. L’impulso ad un ricorso sempre crescente verso le investigazioni vocali si è progressivamente amplificato anche a causa del fatto che all’incremento di dispositivi per la comunicazione a distanza e delle forme svariate di comunicazione via internet, molto spesso, si accompagna l’utilizzo di tecniche volte a rendere anonima l’identità dell’utente. Si tratta di una problematica ben nota sia nel settore delle intercettazioni telefoniche, in cui si riscontra di frequente l’utilizzo di sim card acquisite con documenti contraffatti, o tramite prestanome, che nel campo delle intercettazioni ambientali, a contrasto delle quali si adottano contromisure che rendono impossibile procedere ad attività di osservazione e identificazione di soggetti che si trovano in luogo di monitoraggio. In questi casi, e più in generale laddove non sia possibile pervenire all’identificazione di un sospetto ricorrendo ad elementi ulteriori ed estrinseci del parlato, la traccia vocale registrata attraverso le intercettazioni può essere un punto fondamentale di partenza per una indagine.

(Ugo Terracciano) Ci fosse un ordine professionale (Ente Pubblico posto che, sotto l'alta vigilanza del Ministero della Giustizia garantisce il cittadino della professionalità e della competenza dei professionisti che svolgono attività nei campi della tecnica, della salute e della legge), quella del Criminologo sarebbe una professione riconosciuta per legge e tutto sarebbe più chiaro e disciplinato. Per legge l'accesso alla professione richiederebbe un esame di Stato, i professionisti iscritti dovrebbero attenersi ad un unico codice deontologico e l'Ordine deterrebbe il monopolio della professione, al punto che l'esercizio di chi non fosse iscritto sarebbe sanzionato penalmente.

L'Ordine dei Criminologi però non esiste. Possono esistere ed esistono, invece, associazioni – più o meno professionali – che si ispirano a questa figura. Sono enti privati che associano volontariamente soggetti che si qualificano come criminologi. E' una possibilità data dalla legge 14 gennaio 2013, n. 4 intitolata “Disposizioni in materia di professioni non organizzate”. La legge, in attuazione dell'art. 117, comma 3, della Costituzione e nel rispetto dei principi dell'Unione europea in materia di concorrenza e di libertà di circolazione, disciplina le professioni non organizzate in ordini o collegi.

Tradotto: visto che non esiste un ordine professionale del Criminologo, essendo tale professione non disciplinata, coloro che la esercitano (ai sensi dell'art. 2 della citata legge) possono costituire associazioni a carattere professionale di natura privatistica, fondate su base volontaria, senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva, con il fine di valorizzare le competenze degli associati e garantire il rispetto delle regole deontologiche, agevolando la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza.

Quindi, prima avvertenza: non fidatevi di quelli che dicono siamo gli unici, perchè per legge nessuna associazione può esercitare una rappresentanza in via esclusiva.

Diffidate anche di quelli che dicono siamo gli unici legittimati dalla legge 4/2013, perchè l'art. 2 della legge 4/2013 non prevede nessuna sorta di autorizzazione, essendo l'iscrizione all'elenco del Ministero finalizzata all'assunzione di responsabilità da parte del legale rappresentante circa il possesso dei requisiti previsti dalla legge medesima, ergo si tratta di una forma di pubblicità.

Sintetizziamo:1) la professione del Criminologo rientra – non esistendo un ordine professionale – tra le professioni non riconosciute; 2) gli esercenti della professione possono (non è obbligatorio) costituire proprie associazioni private, per la tutela dei clienti rispetto all'esercizio professionale dei propri associati; 3) solo gli ordini professionali - e non le associazioni di cui alla legge 4/2013, sia pure iscritte all'elenco ministeriale - possono agire in regime di monopolio;

A questo punto sorge una domanda: può esercitare la professione del Criminologo anche chi non è iscritto ad alcuna assoociazione professionale costituita ai sensi della legge 4/2013? La risposta è sì, a condizione che esista una norma tecnica di riferimento. Lo sancisce la stessa legge 4/2013 all'art. 6, sotto la rubrica “autoregolamentazione volontaria”. La norma a tale proposito recita: “La presente legge promuove l'autoregolamentazione volontaria e la qualificazione dell'attivita dei soggetti che esercitano le professioni di cui all'art. 1 (quelle non regolamentate), anche indipendentemente dall'adesione degli stessi ad una delle associazioni di cui all'art. 2 (associazioni professionali)”. In questo caso, però, continua la norma: “La qualificazione della prestazione professionale si basa sulla conformità della medesima a norme tecniche UNI ISO, UNI EN ISO, UNI EN e UNI, di seguito denominate «normativa tecnica UNI», di cui alla direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, e sulla base delle linee guida CEN 14 del 2010. I requisiti, le competenze, le modalita' di esercizio dell'attivita' e le modalita' di comunicazione verso l'utente individuate dalla normativa tecnica UNI costituiscono principi e criteri generali che disciplinano l'esercizio autoregolamentato della singola attività professionale e ne assicurano la qualificazione. Il Ministero dello sviluppo economico promuove l'informazione nei confronti dei professionisti e degli utenti riguardo all'avvenuta adozione, da parte dei competenti organismi, di una norma tecnica UNI relativa alle attivita' professionali di cui all'art. 1”.

L'Associazione Italiana Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza (AICIS) si è data esattamente il compito di realizzare lo spirito della legge.

Non ha scelto la strada della “autorefenzialità” nel rappresentare solo gli interessi professionali dei propri associati, ma ha promosso una norma UNI (organismo terzo di carattere tecnico) valida per tutti coloro che intendano abbracciare questa professione a prescindere dall'adesione ad una delle (potrebbero essere mille) associazioni costituite a norma della legge n. 4/2013.

E' un obbiettivo più alto, come volevasi dimostrare, per mettere ordine in un mondo di Criminologi fai da te, di associazioni che si credono ordini professionali ed anche di professionisti seri alla ricerca di un paradigma univoco per la loro professione. Ed ai Criminologi diciamo: diffidate da chi diffida di una regolamentazione valida per tutti perché questa professione merita di più.

Stando al rapporto “Le tossicodipendenze in Italia” realizzato dal Ministero dell’Interno nell'anno 2017 sono stati più di 38mila le segnalate ai Prefetti come consumatori di sostanze stupefacenti o psicotrope. Il riferimento normativo è testo unico delle leggi in materia di stupefacenti del 1990 che prevede la segnalazione al prefetto di tutte le persone sorprese dalle forze dell’ordine in possesso, per uso personale, di droghe. Di questi poco meno di 4.500 sono minorenni Un faldone che contiene, tra le altre, le statistiche sul numero dei soggetti segnalati. La fotografia che se ne ricava, attenzione, non è la fedele rappresentazione dei consumi, ma quantomeno l'indicatore dell’efficacia dell’azione di controllo sul territorio da parte delle forze dell’ordine. Inutile dire, infatti, che non tutti i consumatori sono individuati e quindi segnalati. Anzi, si pensi che nelle acque del fiume Po, secondo una analisi condotta nel 2010, scorreva l'equivalente di quattro chili di cocaina al giorno. Segno che nell'area si "sniffa" in misura largamente superiore a quanto si pensava. Nel 2015 Torino era stata ribattezzata “la capitale delle droghe da sballo”. Seconda soltanto a Roma, grazie a una media, al ribasso, di 40 pastiglie di ecstasy consumate al giorno ogni mille abitanti,a cui si devono aggiungere le 33 dosi giornaliere di marijuana e le 5 di cocaina, di cui sembrava farne uso un torinese ogni trecento. Le cifre in questione erano state fornite dal centro ricerche Smat, che attraverso il depuratore di Castiglione Torinese tiene d’occhio gli scarichi di due milioni e mezzo di abitanti. E da qui riesce a stimare, in maniera assolutamente attendibile, il consumo di stupefacenti che si riversano, attraverso l’urina, nelle acque del Po.

La Commissione Ue ha espresso le sue preoccupazioni in merito alla sicurezza dei dispositivi prodotti dall’azienda cinese Huawei e questo fa pensare che dietro l'arresto di Meng Wanzhou, CFO di Huawei, avvenuto qualche giorno fa in Canada si celino questioni molto delicate che hanno a che fare col controllo spionistico del traffico nella rete web. Infatti il vicepresidente con delega al digitale Andrus Ansip che ha detto: «In realtà non sappiamo molto, ma come persone normali dobbiamo essere preoccupati perché la Cina ha fissato nuove regole in base a cui le loro imprese devono cooperare con la loro intelligence». E poi ha aggiunto «da sempre stato contrario a backdoor obbligatorie. Non è un buon segno quando le imprese devono aprire i loro sistemi ai servizi segreti»

Meng Wanzhou, figlia del fondatore ed attuale numero uno di Huawei, è stata arrestata nei giorni scorsi dalle autorità canadesi e gli Usa ne hanno subito hanno chiesto l’estradizione. L’accusa è di aver violato le sanzioni nei confronti dell’Iran. Su questo fronte ricordiamo che pochi giorni fa la banca francese Société Générale ha raggiunto un patteggiamento da 1,34 miliardi di dollari con le autorità americane, che l'avevano accusata di avere violato sanzioni Usa riguardanti Iran, Cuba, Sudan e Libia.

Ma il caso Huawei va oltre e a giudicare dalla reazione dell'Europa, fa pensare ad una attività più estesa di controllo illegittimo delle comunicazioni in rete.

La menzione nei certificati penali dei provvedimenti sulla messa alla prova costituisce un in “un ostacolo al reinserimento sociale del soggetto che abbia ottenuto, e poi concluso con successo, la messa alla prova”. Una simile iscrizione infatti, può creargli “più che prevedibili difficoltà nell’accesso a nuove opportunità lavorative”. Così si è espressa la Corte Costituzionale nella sentenza 231/2018, depositata qualche giorno fa.

La messa alla prova consiste nell'affidamento dell'imputato all'ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE) per lo svolgimento di un programma di trattamento che preveda come attività obbligatorie l’esecuzione del lavoro di pubblica utilità, consistente in una prestazione gratuita in favore della collettività; l’attuazione di condotte riparative, volte ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato; il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l’attività di mediazione con la vittima del reato.

Secondo la corte è irragionevole, e contrario al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena, che i provvedimenti sulla messa alla prova siano menzionati nei certificati penali richiesti dalla persona interessata. Di qui l’illegittimità articoli 24, primo comma, e 25, primo comma, Dpr n. 313/2002 (norme sul casellario giudiziale) nella parte in cui imponevano di riportare nel certificato generale e in quello del casellario, richiesti dall’interessato, l’ordinanza di sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato nonché, implicitamente, anche la sentenza che dichiara l’estinzione del reato per il buon esito della prova. La menzione nel certificato - secondo la Corte - oltre ad ostacolare il pieno reinserimento sociale, è in contraddizione la ragion d’essere della dichiarazione di estinzione del reato (con cui si chiude il processo se la prova è positiva), che è l’esclusione di qualunque effetto pregiudizievole, anche in termini di reputazione, a carico dell’imputato. Peraltro, l’obbligo di iscrivere nel certificato del casellario i provvedimenti sulla messa alla prova si risolve in un “trattamento deteriore” di chi beneficia di questi provvedimenti rispetto a chi, in altri procedimenti, come il patteggiamento, beneficia della non menzione nei certificati richiesti dai privati. In entrambi i casi si tratta di istituti che hanno una finalità deflattiva con risvolti premiali per l’imputato. Infine, un ulteriore profilo di irragionevolezza è rappresentato dal fatto che, mentre nella generalità dei casi la riabilitazione fa venir meno la menzione della condanna nei certificati, nel caso della messa alla prova la riabilitazione è per definizione esclusa, non trattandosi di una condanna.

 

 

Chi siamo

L'Associazione Criminologi per l'Investigazione e la Sicurezza (AICIS) è una associazione di professionisti costituita ai sensi della legge n. 4/2013 per rappresentare e garantire le prestazioni professionali del Criminologo certificato.

Criminologi Certificati

I professionisti certificati in conformità alla Norma UNI sulla professione del Criminologo, possono in tal modo garantire all'utenza propria preparazione e serietà professionale, in linea con il codice etico e con il codice di comportamento dell'associazione AICIS.

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