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Dalle segnalazioni di operazioni sospette fatte dai notai italiani sono partite 669 investigazioni, 218 procedimenti penali di cui 34 denunce per riciclaggio. Ma permigliorare il sistema, il presidente dei notai Salvatore Lombardo ha richiesto la semplificazione dei moduli è soprattutto ha invocato il divieto di divulgazione dei nomi dei colleghi segnalanti (spesso richiesti da decreti dei pubblici ministeri, talvolta rilanciati persino dalla stampa locale). «Che senso ha la costituzione di una società con firma mediante pennetta Usb? - ha detto Lombardo - Io ho fatto una costituzione Srl in cui ho visto comportamenti in studio dei soggetti promotori che mi hanno determinato a fare la segnalazione. La cosiddetta massima semplificazione è nemica dell’antiriciclaggio».

Di questo si è parlato al convegno della fondazione notarile il 30 novembre scorso a Firenze.

Quanto all’utilizzazione dell’enorme banca dati a disposizione, il presidente dei notai ha ribadito che sarebbe opportuno mettere in rete gli atti del notariato anche a fini Uif, «perché il delinquente abile sfrutta la frammentazione del sistema per aggirarlo. Noi siamo pronti a fare rete da subito, basta che la politica lo voglia».

A consacrare il ruolo fondamentale dei notai nel sistema antiriciclaggio è stato il procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho, che ha ricordato «di 560 miliardi di euro globali di traffici illeciti, 30 miliardi di euro sono il fatturato delle mafie italiane. Oggi le mafie sono sempre meno del territorio e sempre più degli affari, utilizzano soggetti economici forti, mimetizzati e la semplificazione sulla costituzione delle società agevola l’occultamento dei mafiosi nel mercato».

Quando ci sono altri indagati liberi, può essere legittimamente differito il diritto del soggetto sottoposto a custodia cautelare di conferire con il proprio difensore. Lo ha stabilito la Cassazione penale Sez. III, nella sentenza 8 marzo 2018, n. 30196. Secondo la Corte, in un procedimento riguardante una pluralità di indagati, il provvedimento di differimento può basarsi anche sull'esigenza di evitare la possibilità di comuni strategie difensive che potrebbero ostacolare le indagini in corso. Si tratta dunque di un provvedimento il cui contenuto è altamente discrezionale che non può, dunque, costituire oggetto di ricorso per Cassazione, salvo che non sia manifestamente illogico o in contrasto con la relativa normativa.

L’Associazione Italiana Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza (AICIS), costituitasi ai sensi della Legge n. 4/2013, annovera fra gli scopi statutari la promozione d’iniziative dirette all’aggiornamento su temi afferenti la materia criminologica, dell’investigazione e della sicurezza.

Nell’ambito di dette iniziative, in collaborazione con l’Università Telematica Leonardo Da Vinci (UniDav) ha organizzato, nella sede dell’Adria International Raceway, in Località Smergoncino n. 7, Cavanella Po, Adria (RO), in data venerdì 30 novembre 2018, una giornata di formazione per “ESPERTO DI SAFETY E SECURITY NELLE MANIFESTAZIONI PUBBLICHE SECONDO LA DIRETTIVA DEL MINISTERO DELL’INTERNO N. 11001/1/110/(10) DEL 18 LUGLIO 2018 E NORME ANTITERRORISMO”.

Il corso intende fornire ai partecipanti le nozioni necessarie per l’elaborazione e l’attuazione dei piani di sicurezza nelle pubbliche manifestazioni secondo le procedure indicate dal Ministero dell’Interno.

Com’è noto, dopo i tragici fatti avvenuti il 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo a Torino, in occasione di un’attesa finale di Champions League, furono rilevate forti criticità nell’organizzazione della manifestazione. Nella circostanza, causa la mancanza di una preventiva valutazione degli elementi di rischio, si registrò la morte di una persona e il ferimento di altre 1526.

La vicenda indusse il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ad emanare una prima circolare alle Prefetture e agli Enti locali per mettere a fuoco le diverse competenze in materia di safety e security, cui sono seguite diverse disposizioni sul tema ad opera di diversi Dipartimenti e, da ultima, la Direttiva del Ministro dell’Interno del 18 luglio 2018, avente ad oggetto “Modelli organizzativi e procedurali per garantire i livelli di sicurezza in occasione di manifestazioni pubbliche”.

La direttiva in questione ribadisce la necessità, in occasione di pubbliche manifestazioni organizzate da enti, privati, associazioni o comitati, di pianificare le misure di sicurezza allo scopo di ridurre al minimo i rischi connessi all’afflusso di persone. Dette misure, peraltro, devono essere adottate tenendo conto delle disposizioni volte a neutralizzare eventuali attentati nello stile di quelli tragicamente perpetrati a Nizza e a Berlino mediante l’utilizzo di veicoli.

Il corso è aperto a chiunque vi abbia interesse. In particolare, esso è valido per il rinnovo dell’autorizzazione investigativa ai sensi del D.M. 269/2010, e per il mantenimento della certificazione dei security manager: a tal fine verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Per iscriversi occorre inviare una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., inserendo i dati per il conseguimento dell’attestato di partecipazione e, nel caso di soggetti privati, allegando copia del versamento; gli appartenenti alle Pubbliche Amministrazioni possono effettuare direttamente l'iscrizione, cui seguirà l'invio della fattura in formato elettronico. In ogni caso, il pagamento della quota d’iscrizione, pari a €. 150 (IVA inclusa), deve essere effettuato sul conto corrente IT 53 Y 02008 13220 000105178197, intestato a “T&T INTELLIGENCE SECURITY SRL (C.F./P.IVA 04378270401).

Per i soci AICIS la quota d’iscrizione è pari a €. 110 (IVA inclusa).

Inoltre è possibile prenotare il pernottamento presso la struttura al prezzo di €. 80 e il pranzo (anche per chi non pernotta) al prezzo di €. 20, da pagare direttamente all’Adria International Raceway.

Per eventuali ulteriori informazioni, chiamare il n. 0543-65687 o il n. 338-7355821.

 

(Deborah Bottino*) La realtà che oggi ci circonda non è più quella di un tempo, ove i confini delle fenomeniche criminologiche erano ben definiti in quadri territoriali limitati. Oggi la web society ci mette davanti a realtà ben più complesse, in ambiti sempre più dinamici e difficilmente controllabili. I crimini hanno trovato un campo ove prolificare in maniera incontrollabile e mettere a rischio l’operato di chi, materialmente si occupa di prevenzione e contrasto dei fenomeni criminogeni. Prima di addentrarci nel fenomeno di cui disquisiremo a breve è necessario capire la portata della pericolosità del mondo del web. La società digitale presenta molti aspetti positivi: ha consentito di frantumare quelle barriere fisiche e quegli spazi di distanza, di dare maggiore materialità a quei processi tipici della società liquida di cui parlava Bauman, ha semplificato i rapporti commerciali, ha dato una libertà più ampia di informazione e ha semplificato la veicolazione della stessa, ha dato maggiore libertà di espressione, ma per ogni aspetto positivo ne troviamo altrettanti negativi. Le distanze si sono accorciate ma il mondo social ha dato più spazio all’individualismo, al narcisismo connesso all’apparenza dell’estetica, che trova il suo canale espressivo nei selfie, al bisogno dei like come metro di accettazione sociale, alle fake news e alla loro capacità di plasmare l’opinione pubblica, perfino di condizionare l’esito delle elezioni politiche, ha ridotto il commercio al dettaglio di tipo fisico tanto da determinare il fallimento di catene importanti di negozi ( vi ricorderete il caso dei negozi americani Toys'R'Us del marzo scorso che ha visto il licenziamento di ben 33 mila dipendenti). Per quanto si possa essere maggiormente connessi, per quanto possa apparire che le relazioni siano più numerose, in realtà il senso di comunità si sbriciola davanti a un maggior individualismo che ci rende più vicini di fronte alle distanze ma ci isola in un rapporto stretto tra l’individuo e uno schermo di un dispositivo elettronico.

Quando pensiamo al Web dobbiamo immaginarlo come un grosso iceberg ove la punta (ossia quella visibile) è l’internet che tutti conosciamo: i motori di ricerca, come google, i siti internet, i social media ( facebook, twitter, instagram ecc) le piattaforme musicali e via dicendo. Il resto dell’iceberg, quello sommerso, è invece un mondo sconosciuto: la cosiddetta rete occulta che non può essere trovata dai motori di ricerca conosciuti ma necessita di altri software per accedervi: il cosiddetto deep web. Vi è, poi, una parte del deep web ancora più occultata denominata Darknet, conosciuta come mezzo ove si realizzano le maggiori attività illegali, dal commercio di droga, armi, alla prostituzione, l’acquisto di documenti falsi, finanche la tratta degli esseri umani e perfino i servizi offerti da assassini professionali e da hacker su commissione. Nonché la divulgazione e commercio di materiale pedopornografico, sia di tipo soft core che tipo hard core. L’accesso al deep web è consentito tramite alcuni portali come Tor e Freenet che offrono il completo anonimato.

Ergo la rete non è un posto completamente sicuro ma per il fenomeno del cyberbullismo possiamo ben capire, anche se non ci siamo ancora addentrati nel merito, che il suo teatro è invece quella parte di internet che a certi occhi meno attenti, apparentemente, risulta essere un teatro ricreativo, un modo per tenere le relazioni interpersonali più accese.

Il cyberbullismo, come la sua controparte posta in essere nel mondo offiline, ossia il bullismo che non sono due fenomeniche separate ma al contrario a volte l’una può essere uno stadio evolutivo dell’altra, ovvero si possono originare prima atti di cyberbullismo e poi di bullismo. Sono realtà che si muovono insieme, si incrociano, si scontrano. Né l’una, né l’altra ha una rilevanza penale ben precisa. Nel diritto sostanziale penale il bullismo e il cyberbullismo non rappresentano gli estremi di una fattispecie ben specifica, non sono dei reati, piuttosto sono una fenomenica criminologica che racchiude tutta una serie di condotte che dovranno essere valutate alla stregua di fattispecie di reato già esistenti. Il primo filone di studi sul fenomeno del bullismo si delinea negli anni ‘70 ad opera dello psicologo Dan Olweus (Dan Olves Norvegese) che ha concentrato la sua attenzione anche al fenomeno del cyberbullismo, che consente di mettere in atto strategie vessatorie nei confronti delle vittime attraverso l’utilizzo di strumenti telematici.

Come asserivo poc’anzi non esiste una norma codicistica che rispecchi esattamente il reato di bullismo o di cyberbullismo ma a seguito di un emblematico caso di cronaca avvenuto nel 2013, che tenterò di spiegare sinteticamente e soprattutto grazie alla campagna di sensibilizzazione e alla lotta accesa del signor Paolo Picchio, padre della vittima del caso de quo, il parlamento vara una legge, la n. 71 del 29 maggio 2017, recante “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, una legge che dopo l’approvazione alla camera, la allora presidente della camera Laura Boldrini volle omaggiare la memoria di Carolina Picchio, vittima di cyberbullismo.

Il caso di Carolina Picchio

Carolina Picchio è una ragazza di 14 anni che vive a Novara e come tutte le ragazze della sua età vive tra la scuola e i momenti ricreativi come le feste a cui partecipa. Durante una di queste feste, Carolina si sente male. Ha assunto alcolici, è in stato di ebrezza, fatica a camminare e decide di recarsi in bagno. Mentre si dirige verso il bagno un gruppo di ragazzi la segue: la circondano, la molestano e soprattutto la filmano. Il video viene dapprima inviato su whatsapp in un gruppo e poi successivamente diventa virale, viene caricato su Facebook e il processo di veicolazione è molto veloce. Il video dura due minuti, mostra Carolina in stato di semi-incoscienza riversa sul pavimento e i ragazzini che mimano degli atti sessuali vicino a lei, uno dei ragazzini fa finta di calarsi i pantaloni. Dopo poco tempo la pagina Facebook di Carolina comincia a essere riempita di insulti rivolti a lei, sulla sua incapacità di reggere l’alcol, insinuazioni di tipo sessuale, tutta una serie di insulti volti a offenderla e a colpirla proprio nella sua fragilità. I suoi amici raccontano che oltre a questi insulti cominciano a circolare tutte una serie di dicerie sul suo conto come ad esempio l’accusa di essere affetta dalla mononucleosi (la cosiddetta malattia del bacio, una patologia temporanea che si trasmette tramite il contatto con la saliva) e quindi nessun ragazzo sarebbe stato disposto a baciarla. La sera del 5 gennaio 2013, Carolina è in stanza, non prende sonno, si scatta un selfie (che un’amica racconterà di averlo visto online proprio durante quelle tragiche ore, scrive una lettera con poche parole “Le parole fanno più male delle botte. Ma a voi non fanno male? Siete così insensibili” e si lancia dal balcone della sua stanza. Carolina muore sul colpo. A distanza di cinque mesi dalla morte di Carolina la procura apre un’indagine presso il tribunale per i minorenni di Torino. Tra gli indagati ci sono sei ragazzi (tutti minorenni) tra cui l’ex fidanzatino di Carolina. I capi di accusa sono molto pesanti: a cinque di loro, presenti alla sera della festa, viene contestata la violenza sessuale di gruppo, a un quindicenne diffusione di materiale pedopornografico e allo stesso e all’ex fidanzatino non presente alla festa “morte come conseguenza di altro reato”. Inoltre la procura di Novara apre un’indagine relativa alla mancanza di filtri e controlli rispetto alla diffusione del video su Facebook e Twitter. Twitter ha avuto un ruolo fondamentale in questa vicenda, denunciando la responsabilità di chi insultava la ragazza nei più di 2600 messaggi in sole 24 ore. L’indagine prende avvio la mattina seguente il suicidio di Carolina grazie a dei tweet che rivelano le umiliazioni partite inizialmente dall’ex fidanzato e dai suoi amici. Uno dei numerosi tweet riportava “Guardate che Carolina si è suicidata per colpa di chi la sfotteva”. Carolina lascia due lettere: una per la sorella e una proprio per l’ex fidanzato, che la ragazza aveva lasciato 15 giorni prima della festa “Non ti basta quello che mi hai fatto, me l’ha fatta pagare troppe volte”. A lui non può essere contestato il reato di violenza sessuale, giacchè non è presente alla festa, ma potrebbe essere responsabile di aver offeso la reputazione di Carolina, reato che all’epoca non era ancora stato depenalizzato e si poteva procedere a querela di parte, una parte che nulla ha potuto contro gli ingenti e incontrollabili danni che la rete produce.

Carolina è una vittima di Cyberbullismo. Da uno scherzo di cattivo gusto e ben lungi delle intenzioni iniziali, la rete amplifica la portata del fenomeno, l’illusione dell’anonimato del web esalta l’aggressività del sentimento umano, distrugge la riservatezza e la privacy dell’individuo, sfugge al controllo e genera un dolore e una sofferenza psichica di dimensioni ampie con comorbilità al sentimento di vergogna che spinge il soggetto a chiudersi sempre di più e con conseguenze anche tragiche. Carolina Picchio è la prima vittima acclarata di Cyberbullismo in Italia che giunge al porre in essere l’atto estremo del suicidio.

Legge n.71 del 29 maggio 2017: “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo

Il caso di Carolina pone delle pressioni verso il Parlamento sulla necessità di dotare il sistema normativo di una legge specifica per il fenomeno sempre più dilagante e pericoloso. Nel 2017 il Parlamento vara questa legge e introduce tutta una serie di novità:

In primis, nel primo articolo, fornisce una definizione del fenomeno del Cyberbullismo "qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d'identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo"

Novità rilevante giacchè è la prima definizione normativa del fenomeno del bullismo telematico. L’obiettivo che il provvedimento si prefigge è quello di contrastare il fenomeno del cyberbullismo in tutte le sue manifestazioni con azioni a carattere preventivo e con una strategia di riguardo, tutela, educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia in merito alla posizione di vittime sia in quella di responsabile di illeciti, con la garanzia di attuare interventi nell’ambito delle istituzioni scolastiche senza distinzioni di età.

Inoltre viene delineata la figura del gestore del sito internet ossia il prestatore di servizi della società dell’informazione che, sulla rete internet, cura la gestione dei contenuti di un sito in cui si possono riscontrare le condotte di cyberbullismo; non sono considerati gestori gli access provider, i cache provider e i motori di ricerca.

L’art. 2 prevede la tutela della dignità del minore e l’eliminazione dei contenuti dal web, il cosiddetto oscuramento del web: la vittima di cyberbullismo, che abbia compiuto almeno 14 anni, e i genitori o esercenti la responsabilità sul minore, può inoltrare al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o del social media un'istanza per l'oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella rete internet. Se non si provvede entro 48 ore, l'interessato può rivolgersi al Garante della Privacy che interviene direttamente entro le successive 48 ore.

Il successivo art. 3 sancisce un piano di azione integrato: punti precipui sono monitoraggio e controllo. Presso la Presidenza del Consiglio è istituito un tavolo tecnico con il compito di redigere un piano di azione integrato per contrastare e prevenire atti di cyberbullismo ed elaborare una banca dati per il monitoraggio costante del fenomeno in ossequio a quanto già stabilito dall’Unione Europea con la decisione 1351/ 2008 del Parlamento EU e del Consiglio.

I successivi art. 4-5 assegnano un ruolo fondamentale all’istituzione votata alla socializzazione secondaria: la scuola. In ogni istituto scolastico deve essere individuato la figura del prof. anti-bullo. Un referente che si occuperà delle iniziative contro il bullismo e il cyberbullismo. Al preside il compito di provvedere all’informazione verso le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo, e laddove necessario convocare le parti per adottare misure di assistenza alla vittima e sanzioni, percorsi rieducativi per l’autore. Al MIUR spetta il compito di predisporre linee di orientamento di prevenzione e contrasto mirate alla formazione specializzata del personale scolastico e la promozione di un ruolo attivo degli studenti. Ai singoli istituti è dementata la gestione di iniziative pro- legalità e all’uso consapevole di internet. Per le iniziative scolastiche possono collaborare polizia postale e associazioni territoriali. Il dirigente scolastico che venga a conoscenza di atti di cyberbullismo (salvo che il fatto non costituisca reato) deve informare tempestivamente i soggetti che esercitano la responsabilità genitoriale o i tutori dei minori coinvolti e attivare adeguate azioni di carattere educativo.

Per concludere questo excursus sui punti salienti della legge, all’art.7, viene estesa al cyberbullismo la procedura di ammonimento da parte del questore prevista per il reato di stalking (ex art. 612-bis c.p.). In caso di condotte quale diffamazione (ex art. 595 c.p.), minaccia (ex art. 612 c.p.) e trattamento illecito di dati personali (ex art. 167 del codice della privacy) commessi mediante internet da minori ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, fino a quando non è proposta querela o non è presentata denuncia è applicabile la procedura di ammonimento da parte del questore. A tal fine il questore convoca il minore, insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale; gli effetti dell'ammonimento cessano al compimento della maggiore età. Un piccola nota: al primo comma compare anche la condotta di ingiuria (consumata a mezzo internet) ma, tuttavia, dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo sulla depenalizzazione di alcune fattispecie di reato, l’ingiuria con l’abrogazione dell’art. 594 c.p. esce dal perimetro del processo penale.

Profilo del Cyberbullo

Tracciare un profilo del cyberbullo non è un qualcosa di semplice o di certo. Il cyberbullismo non è molto differente dall’aggressività adolescenziale a cui si assiste ogni giorno ma la differenza sta nel fatto che si cambia il mezzo con cui la si pone in essere. Molti adolescenti sono particolarmente sedotti dal fenomeno giacchè consente di mantenere quello anonimato che diviene una sorta di schermo protettivo: serve meno energia, meno coraggio a manifestare commenti umilianti volti a offendere la vittima. Il cyberbullo, in questo modo, non è capace di comprendere il disvalore dell’azione posta in essere, né il danno psicologico che può provocare nell’altrui persona. Se non si può tracciare un profilo ben definito, si possono, però, delineare alcune caratteristiche della personalità dei soggetti:

  • Sono individui con una personalità dominante, con la quale piace farsi valere con l’uso della forza

  • Temperamento impulsivo che si manifesta facilmente sotto la pressione di diverse frustrazioni

  • Atteggiamenti propensi alla violenza rispetto ad altri individui

  • Difficoltà nel seguire le regole

  • Presentano una mancanza strutturata di empatia

  • Tendenza a rivolgersi agli adulti con aggressività

  • Si vantano delle proprie capacità

  • Svolgono entrambi i tipi di aggressione : proattiva e reattiva

Secondo una ricerca riguardante le motivazioni del cyberbullismo, il fattore scatenante dei comportamenti aggressivi è quello della vendetta. Sono spesso proprio le vittime del bullismo tradizionale a compiere queste azioni, diffondendo delle informazioni private e intime dei loro aggressori. Per quanto riguarda il genere i comportamenti aggressivi sono posti in essere sia da ragazzi che dalle ragazze, tuttavia svolti in diverse forme e mossi da motivi diversi.

Quando parliamo di un fenomeno criminogeno dobbiamo sapere che difficilmente il substrato che ne influenza la messa in atto sia solo di unica natura. Diverse sono le componenti che nei quali ricercare le ragioni di tali condotte, in primis quelle sociali/ambientali ma anche fattori biologici che possono influire sullo sviluppo dei comportamenti aggressivi. In merito ai fattori biologici alcuni studi presentati dal National Crime Prevention Council (NPCP) nel 1997, indicano che i bambini che presentano problematiche nei comportamenti additabili a fattori di origini biologica sono il 6% degli scolari. Le cause sono nutrizione, medicine e durante la gravidanza abuso di sostanze e scorretta alimentazione che possono compromettere lo sviluppo di alcune cellule celebrali. Può entrare in gioco anche la componente genetica e quella degli ormoni, quest’ultima in special modo nell’età adolescenziale, quando il bombardamento ormonale può potenziare l’aggressività e la tendenza alla violenza.

 

La componente ambientale gioca, però, un ruolo maggiore rispetto a quella biologica. Il ruolo fondamentale è l’ambiente della socializzazione primaria, ossia il contesto familiare, ove una carenza nel legame relazionale può minare la componente affettiva del bambino.

Ergo il cyberbullusmo può essere l’esito di:

  • Comportamenti appresi o rinforzati da altri, soprattutto adulti (teoria del modelling, modello di riferimento)

  • Adolescente che per far fronte alla sua percezione della realtà circostante e alle frustrazioni mette in atto comportamenti del genere come fuga della realtà

  • Adolescente che non percepisce il senso di responsabilità verso le proprie azioni.

 

Queste componenti non sono in grado di spiegare completamente le motivazioni e le cause alla base della fenomenica in esame, ma rivestono una rilevanza scientifica molto importante.

Prevenzione del fenomeno: possibili strategie preventive

Il punto fondamentale delle possibili strategie preventive si basa sulla formazione degli educatori, con questo non voglio dire che il fenomeno possa definitivamente essere soppresso ma la prevenzione contribuisce a ridurlo. Gli educatori devono ricevere una formazione a 360°, con un approccio multidimensionale e transdisciplinare giacché il fenomeno richiede un intervento eclittico capace di coinvolgere studenti, (vittime e autori) istituzioni scolastiche e famiglie. Le vittime affrontano la sofferenza nel completo silenzio, non comunicano con gli insegnanti, non si sfogano con i genitori e la cosa più grave è che le figure di riferimento non percepiscono nessuna anomalia nei comportamenti delle vittime. Difatti alcune ricerche svolte, in particolare sul fenomeno del bullismo, sottolineano che gli insegnanti tenderebbero a sottostimare la presenza del fenomeno nelle classi, ridimensionando i comportamenti degli studenti come semplici atti di natura scherzosa con un’accezione positiva. Gli stessi studenti, dal canto loro, sostengono che gli insegnanti non sono totalmente consci di ciò che accade a scuola. Agli insegnanti si rimprovera il fatto che impiegano una definizione restrittiva del fenomeno guardando solo alla componente violenta e aggressiva. Questo limite è ancora più radicato nel fenomeno on line, giacchè si protrae oltre l’orario scolastico, occupando uno spazio ove per la maggior parte dei casi gli insegnanti non possono supervisionare, soprattutto quando gli atti di cyberbullismo avvengono tramite messaggistica privata. Ergo una maggiore sensibilizzazione e conoscenza del fenomeno, puntando soprattutto sul dibattito e sul dialogo con gli studenti che dovrebbe mirare ad avere una maggiore informazione sui rischi, sui risvolti negativi della web society, ossia conoscere la parte oscura del web, potrebbe ridurre il fenomeno. Internet, i social network diventano una vera e propria arma in mano a degli individui che ancora non hanno pienamente sviluppato una personalità sana capace di avere un senso di discernimento fra il giusto e ciò che è sbagliato. Inoltre, un ruolo fondamentale di supervisione e controllo spetta ai genitori. Ad esempio una certa fascia di età giovanile non dovrebbe avere la possibilità di iscriversi ai social, nonostante i filtri e i limiti di età imposti dalle piattaforme si trova facilmente il modo di aggirarli dichiarando il falso. Questo espone bambini e adolescenti a tutta una serie di pericoli che sfuggono al controllo, che possono diventare vittime di altre fenomeniche come la pedofilia o, per l’appunto, autori di atti di cyberbullismo. I genitori dovrebbero vietare l’iscrizione alle piattaforme e quanto meno riuscire anche a controllare le app di messaggistica per capire i comportamenti dei figli e impedire l’uso scorretto delle tecnologie di comunicazione. Il problema principale, però, è che gli stessi adulti sono diseducati all’uso di piattaforme social e alle app di messaggistica e dunque non sono in grado di essere modelli di riferimento per i propri figli. Sono dell’opinione che bisognerebbe prima educare gli adulti per poter agire poi sui comportamenti degli infanti e degli adolescenti.

Strumenti di contrasto

Come detto in precedenza nel diritto sostanziale penale, né il bullismo né il cyberbullismo in senso proprio hanno una fattispecie di reato rivolta a punire le condotta bullistica. La rilevanza penale deve essere valutata mediante l’impiego di fattispecie di reato già esistenti e dunque ricorrere a reati diversi. Nel caso del Cyberbullismo ad esempio la minaccia, la violenza privata, la diffamazione, la violazione della privacy, l’istigazione al suicidio o in alcuni l’omicidio come conseguenza di altro reato. La legge del 2017 non ha veramente colmato una lacuna del sistema penale, perché non ha riempito interamente un vuoto legislativo in grado di disciplinare i danni provocati da adolescenti nei confronti di coetanei attraverso condotte vessatorie e diffamatorie. La legge, sostanzialmente, colma la mancanza di una definizione ma si concentra maggiormente sulla prevenzione, piuttosto che sul contrasto. Ergo non fornisce strumenti veri e propri di contrasto, salvo l’oscuramento del web e l’estensione della procedura dell’ammonimento da parte del questore. La dottrina continua a riempire siffatto vuoto normativo applicando per analogia la normativa in materia di mobbing, considerando la medesima ratio, tanto è vero che in precedenza ci si riferiva ai fenomeni di bullismo inquadrandoli come mobbing adolescenziale o mobbing in età evolutiva. Molte difficoltà si delineano nell’ambito processuale, in primis è il tema della responsabilità penale dei soggetti minorenni che insorge in conseguenza alla loro imputabilità. Il procedimento penale nei confronti dei minorenni segue diposizioni particolari disciplinati dal decreto del Presidente della Repubblica n° 448 del 1988. Scopo del dpr è di riservare una particolare attenzione al minore al fine di tutelare lo sviluppo della sua personalità in prospettiva educativa e non repressiva. Si cerca di evitare al minore un trattamento penale di tipo carcerario, giacchè potrebbe pregiudicare una crescita normale. Il soggetto minore non è dunque considerato alla stregua dell’adulto poiché è ancora un soggetto in formazione, preda dei processi evolutivi ed educativi ed è, ergo, possibile modificare il comportamento criminale senza ricorrere alla pena detentiva.

Sul piano civilistico, in un’ottica risarcitoria, in merito all’imputabilità l’art. 2046 del codice civile prevede che il soggetto non risponda alle conseguenze del fatto dannoso per non essere dotato della capacità di intendere e volere al momento della commissione del fatto, salvo che l’incapacità derivi da sua colpa, quindi a rispondere del danno cagionato, ex art. 2048 c.c. sono i genitori o il tutore del soggetto che materialmente ha posto in essere il fatto.

Dunque anche nel caso del bullismo e del cyberbullismo si procede all’uso delicato dello strumento sanzionatorio penale in ottica repressiva, riservando una corsia preferenziale allo strumento di prevenzione, potenziando gli strumenti educativi volti alla sensibilizzazione.

Tuttavia, c’è da asserire, che in diversi casi di efferata violenza, nonostante la particolare tutela rivolta i minori di 18 anni, si sono applicate misure severe nei confronti di autori di condotte vessatorie. Esemplare è la sentenza 19331/2005 della Cassazione che ha annullato una precedente ordinanza del tribunale dei minori, ritenendo essenziale l’applicazione della misura cautelare in carcere, visto l’inaudita violenza e l’umiliazione subita dalla vittima nel caso di specie, ove un gruppo di bulli costringevano un compagno di scuola, affetto da handicap, a “compiere e a subire atti di violenza sessuale, assumere sostanze stupefacenti e mangiare un panino imbottito con escrementi di animali”. In questo caso l’intervento della Corte è emblematico onde evitare che gli autori venissero liquidati con una condanna estremamente blanda visto la crudeltà con cui i soggetti, seppur minori, avevano agito.

Probabilmente occorre un cambiamento culturale di portata epocale che non è facilmente attuabile. Il risultato di certi comportamenti è connesso a una cultura diffusa che vede la stigmatizzazione del debole, del timido, del portare di handicap, dell’individuo di colore come un diverso. Questa cultura è radicata negli adulti e viene facilmente interiorizzata dai bambini, trascinata per tutto il percorso di sviluppo della personalità dei soggetti che conduce ad avere una società futura di nuovi adulti permeati dalla stessa cultura.

*Criminologa

(AICIS) L’appuntamento è per il 28 novembre al Novotel Linate di Milano. Un’occasione unica per incontrare tutti i professionisti del settore forense e delle investigazioni.

E’ tutto pronto per il gran finale del contest annuale rivolto al mondo forense e delle investigazioni. I giurati hanno scelto i quattro finalisti di ogni categoria e settore. Numerosi professionisti si sono candidati ai premi delle diverse categorie degli Investigation & Forensic Awards, nella speranza di arrivare in nomination tra i migliori.

La giuria, riunita a Roma il 18 ottobre, dopo aver esaminato attentamente le diverse candidature pervenute e segnalato in autonomia i professionisti meritevoli dei premi, ha decretato i quattro finalisti per ogni settore.

Per sapere chi sarà il vincitore non resta che aspettare il 28 novembre. L’appuntamento è per le ore 18 nella cornice moderna e dinamica del Novotel Linate a Milano. Durante la serata, come di consuetudine, spettacoli, musica, buon cibo e divertimento.

Tra i finalisti due membri di AICIS: per l'eccellenza nella criminalistica il Generale Mariano Angioni; per l'innovazione tecnologica Defensis con Enrico Albini.

(Deborah Bottino*) Il retaggio culturale, che ancora oggi caratterizza le nostre società, che vuole la donna in posizione di svantaggio rispetto all’uomo, influenza le dinamiche di violenza che si delineano soprattutto nelle relazioni di coppia. La violenza domestica è una fenomenica criminogena estremamente subdola e laconica giacché è capace di far percepire all’abusato di essere meritevole di certi comportamenti abusanti provenienti dal partner. Il luogo comune di ritenere che la violenza sia solo fisica induce a pensare che il buono e il cattivo siano due poli in antitesi facilmente riconoscibili ma la realtà non consta solo di univoche visioni che emergono in modo inconfutabile. La violenza concerne tutti quegli atti che collocano la donna in una situazione ove subisce strategie di potere e di controllo da parte del partner, atti che non appartengono solo all’ambito fisico ma anche alla sfera psicologica ed economica, atti di persecuzione e violenza sessuale. Le violenze perpetrate danno inizio al maltrattamento. Esiste anche una violenza indiretta all’interno dei nuclei familiari che produce un danno pari a quello prodotto dalla violenza diretta subita dall’abusato, ossia la presenza di bambini che assistono inermi alla violenza espletata.



La violenza fisica

La violenza fisica può delinearsi in diversi modi, spesso le donne si rivolgono ai Centri Antiviolenza solo quando sono vittime di violenze che necessitano di ricorrere a cure mediche, nell’immaginario collettivo, infatti, solo l’evidenza di lividi e ferite creano la condanna sociale (e spesso non è neanche certo). Nemmeno la figura dell’abusante corrisponde all’idealtipo vigente nella mentalità comune di un uomo dall’aspetto rude, violento e noto a tutti per la sua condotta meritevole di biasimo, emarginato e dato al consumo di droghe e alcol, ergo un uomo dall’aspetto immediatamente riconoscibile e confermante le teorie del Lombroso. In realtà solo il 10% dei casi presenta l’abusante con i requisiti descritti (cfr. supra), nel 90% dei casi è un soggetto insospettabile, inserito magistralmente nella società e che pone in essere comportamenti violenti solo fra le mura di casa. Per violenza fisica s’intende qualsiasi atto che possa fare male o spaventare, non solo botte che generano lividi, ma tutta quella serie di azioni che includono intimidazioni o minacce, urla, aggressioni verbali, spaccare oggetti, minacciare a pochi centimetri dal viso della donna, spintonarla, gettarla sul pavimento o sul letto, bloccarla a una parete, tirarle i capelli, metterle le mani al collo, mostrarle un’arma bianca o da fuoco. Le donne tendono a celare le violenze subite e questo rende il fenomeno criminogeno particolarmente nascosto e legato a un substrato culturale che lo rende un segreto da tramandare di generazione in generazione, un segreto che deve essere celato perché le stesse provano vergogna nel rivelarlo.



La violenza psicologica

La violenza psicologica è ancora più subdola e latente di quella fisica. Nell’immaginario comune questa non esiste, sembra essere priva di abuso perché viene rilegata nel fenomeno del comune litigio o semplicemente dell’incompatibilità dei caratteri della coppia. L’obiettivo del maltrattante è distruggere la personalità della vittima, abbassando la sua autostima con tutta una serie di strategie che la rendono priva di forza vitale. Il maltrattamento avviene tramite strategie di controllo reiterate, l’abusante, tramite le parole e la comunicazione non verbale, esprime sopportazione e disprezzo per la vittima, accenna a una condizione di superiorità rispetto al partner e le nega una delle parti più importanti della relazione: l’ascolto. Altre strategie mirano a isolarla dal suo contesto sociale e affettivo, impedendoli di coltivare le sue relazioni sociali o sorvegliandola continuamente. Molte donne hanno asserito di essere impossibilitate nel vedere le amiche da sole perché lui paventa di “essere messo da parte”, di non poter coltivare i propri hobbies, di essere costretta a rinunciare a vedere film o spettacoli di suo gradimento perché il partner detiene il potere di scelta, di fare tutto solo ed esclusivamente in coppia. In alcuni casi la violenza psicologica appare solo come una crisi di coppia, come una mancanza da parte dell’abusato di non essere abbastanza per altro o di non essere in grado di salvare il rapporto. In altri casi la violenza è meno latente e molto più visibile, mediante l’uso di offese e insulti, di parole esplicite come “puttana”, “stupida”, “stai zitta”, “mi fai pena”. Ci sono abusanti che non rispettano gli accordi presi con la partner, altri che detengono il potere di coercizione sulla stessa e che esegue ogni minimo ordine; altri che mettono in atto strategie di controllo per far percepire alla partner una sorta di colpa.

In questo scenario di violenza psicologica (e non solo, molto spesso le violenze sono sovrapponibili e concorrenti) s’inserisce il caso dello stalking. Laddove si verifica una separazione, l’abusante non vuole rinunciare alla sua posizione di predatore e inizia ad assumere un atteggiamento persecutorio nei confronti della vittima. Lo stalking è l’ultimo contatto che l’abusante riesce a statuire con la vittima, ciò che permette la continuazione della sua capacità di detenere il controllo sull’altrui persona. In questo caso la vittima è prima l’oggetto di amore che successivamente diventa vituperevole di averlo abbandonato e il maltrattante perde la concezione del tempo e dello spazio, diventa la sua ragione di vita allorché l’oggetto-amore viene rimosso o annullato completamente. Lo stalking concerne diverse azioni come telefonate continue, anche mute, a qualsiasi ora del giorno e della notte, messaggi che possono essere amorosi e subito dopo pieni di minacce; pedinamenti; stazionare sotto casa della vittima o presso il luogo ove lavora; aggressioni fisiche; finanche l’uso dei bambini per mandare messaggi offensivi alla partner.



La violenza economica

Il controllo economico è molto diffuso ma non identificato giacché il fatto che l’uomo detenga il potere economico trova accettazione sociale e non condanna. Seppur sia vero che le statistiche di occupazione femminile siano aumentate e la donna si muove sempre di più verso la propria indipendenza, questo fenomeno criminogeno non è per nulla sparito. In alcuni casi, le donne, coercitivamente, devono versare i loro guadagni su un conto corrente cointestato ma di cui non possono beneficiare, giacché il partner ne detiene il controllo completo; oppure si sentono in dovere di consegnarlo direttamente nelle mani del partner. L’altra faccia di questa violenza è proibire alla donna di cercare un’occupazione o semplicemente ostacolarla, elemento che si cela dietro la maschera dello stereotipo culturale sulla famiglia.

 

La violenza sessuale

Quando si parla di violenza sessuale l’immagine che s’identifica come tale è lo sconosciuto che pone in essere lo stupro lontano dalle mura domestiche. I dati provenienti dai Centri Antiviolenza mostrano un’altra realtà: la maggior parte degli stupri viene perpetrata all’interno della propria casa, non solo da parte del partner ma anche da persone conosciute che hanno instaurato un rapporto di fiducia con le vittime. Il torvo stereotipo, che copre queste dinamiche di violenza, è quello di considerare la sessualità maschile come sana, ossia la necessità dell’uomo di sfogarsi che corrobora con la vecchia teoria che la violenza maschile sia un qualcosa di fisiologico causata dagli elevati livelli di testosterone presenti nel corpo maschile. Niente di più falso.

Lo stupro avviene anche nel letto coniugale.

Nel momento in cui si costringe la donna ad avere rapporti sessuali quando questa non li desidera, perché è stanca, perché vorrebbe dormire o perché ha appena partorito, integra perfettamente gli estremi dell’abuso sessuale, ex art. 609 bis c.p.



Le fasi della violenza

La violenza, in un numero elevato di casi, è ciclica. Il ciclo della violenza consta di fasi che sono spesso ben identificabili.

  1. Camminare sulle uova: Le donne iniziano a notare atteggiamenti violenti da parte del partner, più aggressività, più insulti, offese, minacce, mortificazioni, privando le vittime della possibilità di scelta. In queste situazioni è come se le donne imparassero a camminare sulle uova, una situazione di tensione in cui assumono un comportamento tale per non minare il già precario equilibrio, per evitare “di fare una frittata”.

  2. Scoppio della tensione: in questa seconda fase le donne vivono in perenne minaccia, la loro vita comincia a essere in pericolo, le azioni poste in essere dall’abusante diventano pericolose. In questo caso le donne temono il cosiddetto raptus, il dramma della follia, episodio cui la criminologia nega l’esistenza. Il raptus non è altro che la punta dell’iceberg. Pensiero tale conduce a valutazioni inesatte, in questo caso, il maltrattante mostra veramente l’altra faccia della medaglia: la parte violenta. L’abusata non è più in grado di mettere in atto quelle strategie difensive che le consentivano di mantenere un certo equilibrio all’interno della tensione relazionale. Le donne vivono una sorta di rivelazione, vedono realmente cosa è in grado di fare l’abusante e normalmente è in questa fase che si rivolgono ai Centri Antiviolenza, tuttavia non sono pronte a fare la valigia e andarsene da quella relazione ormai priva di affetto, si presentano confuse e frastornate e le operatrici fanno molta fatica a instaurare un rapporto di fiducia con le stesse.

  3. Luna di miele: la terza fase è la fase della “speranza malata”, le donne cominciano a pensare che il loro partner possa cambiare, che sia stata solo una circostanza, un fraintendimento, che il caos torni a essere ordine. È la fase che tiene legata la donna alla relazione maltrattante. In genere, dopo l’escalation violenta, il partner abusante vive una fase di calma, in cui, in via apparente, si pente del dolore causato alla compagna. Tenta in qualsiasi modo di ricucire lo strappo nella relazione, perché è la stessa relazione che gli permette di mantenere la sua integrità, ergo cerca l’indulgenza dalla propria partner. Disloca sempre la colpa sulla donna, per il comportamento errato dalla sua prospettiva, ma capisce che potrebbe perderla e a quel punto è egli stesso a fare una sorta di esame di coscienza in cui, però, in sostanza il comportamento violento è solo progenie di un qualcosa di ineluttabile. Le donne intravedono un barlume di speranza e credono realmente che il partner solerte e dolce sia tornato. In questa fase può assumere vari comportamenti per farsi perdonare, come riservarle attenzioni particolari, farle dei regali o semplicemente ristabilire quella situazione di calma antecedente allo scoppio della violenza. Questa è una fase decisiva, perché costituisce il motivo precipuo che incastra le donne, per anni e anni, in una relazione abusante. Le donne, spesso, possono cominciare a non frequentare più i colloqui presso i Centri Antiviolenza ovvero ritirare le denunce.

Queste fasi, come riportato poc’anzi, sono cicliche. Costituiscono il vero nocciolo dell’abuso perpetrato e reiterato dall’abusante che possiede un vero e proprio potere di controllo sulla vita della partner che vive in perenne ansia e sviluppa tutta una serie di disturbi mentali e psicopatologici. In questo labirinto di confusione e disordine, la donna perde il senso del sé, schiacciata dal peso delle responsabilità della famiglia che poggia le sue basi su retaggi culturali e sugli obblighi verso i figli, impedendole di “fare la valigia e andare via”.



Riferimenti bibliografici

Giuliana Ponzio, Crimini segreti. Maltrattamenti e violenza alle donne nella relazione di coppia, Baldini Castoldi Dalai editore

 

* Criminologa

(Ugo Terracciano*) Forse molti sanno che la prima sedia elettrica per le esecuzioni capitali fu messa in funzione negli Stati Uniti il 6 agosto 1890, data in cui le autorità del penitenziario di New York giustiziarono il condannato a morte William Kemmler. Fino a quella data le esecuzioni erano state eseguite mediante impiccagione. Quello che però molti ignorano è che il nuovo sistema non fu introdotto per umanizzare la pena ma a causa di una vera e propria guerra tra grandi industriali americani, nella quale Kemmler rimase (per così dire) la vittima più sfortunata. Certo il suo destino era segnato, data la condanna che pendeva sul suo capo, ma la sua esecuzione si connotò di condizioni davvero raccapriccianti che, il giorno dopo, furono così sintetizzate dal New York Time: “La scarica elettrica era troppo debole, e l'infelice esecuzione si è dovuta ripetere una seconda volta producendo uno spettacolo orribile, molto peggiore dell'impiccagione”. In realtà, durante la prima scarica, causa la debolezza della corrente Kemmler fu letteralmente arrostito tra gli spasmi muscolari: una tortura che durò per circa 20 minuti. Poi la morte sopraggiunse solo con la seconda scarica, dopo altri interminabili minuti di agonia.

Perché mai allora fu utilizzato un sistema così brutale senza prima testarlo? Che bisogno c'era di usare un nuovo sistema, quando l'impiccagione, macabramente, non aveva mai fallito?

In quel periodo negli USA era in corso quella che poi venne ricordata come la “guerra delle correnti”: da una parte il grande Thomas Alva Edison (l'inventore della lampadina), dominus della distribuzione della correte elettrica tramite le sue attività che occupavano allora ben 2mila dipendenti. Dall'altra Giorge Westinghouse, il magnate di Pittsburg, noto per aver inventato il freno ad aria compressa dei treni ma, anche, detentore di un quarto della produzione di energia americana grazie all'accordo con il genio Nicolas Tesla.

Tesla (quindi Giorge Westinghouse), con i suoi nuovi brevetti sulla corrente alternata, più efficienti rispetto a quelli per l'erogazione di corrente continua di Edison, aveva messo sul mercato una nuova tecnologia che ne stava mettendo in difficoltà l'impero economico.

Ed Edison non stette certo a lì a guardare ed ingaggiò una guerra commerciale (passata alla storia appunto come “guerra della corrente”) combattuta anche con mezzi per così dire non convenzionali, per demonizzare la tecnologia di Tesla . In sostanza, lo scienziato, utilizzò il suo grande credito presso le istituzioni e presso l'opinione pubblica per insinuare che la corrente alternata di Tesla fosse addirittura un pericolo per il genere umano. Per farlo giunse perfino ad organizzare personalmente degli “spettacoli” dove, di fronte ad un pubblico sbalordito, fulminava cani e gatti randagi con scariche di corrente elettrica alternata. In seguito passò ad animali di taglia sempre più grossa, fino a fulminare sulla pubblica piazza un pachiderma (l'elefantessa Topsy). Per parte sua Tesla cercava di dimostrare altrettanto pubblicamente – in una lotta impari – che, con i dovuti accorgimenti, la corrente alternata è invece innocua. Il punto più tragico di questa guerra fu proprio l'utilizzo della corrente alternata per l'esecuzione sulla prima sedia elettrica (v. Marco Pizzuti, “Scoperte scientifiche non autorizzate”, ed. Punto d'Incontro, 2011).

Nell'autunno del 1888 l'assemblea legislativa di New York approvò la legge che consentiva l'utilizzo della sedia elettrica per le esecuzioni capitali, in luogo dell'impiccagione. La prima sedia elettrica fu concepita e costruita – guarda il caso utilizzando i brevetti di Tesla – da Tomas Edison e da lui regalata allo Stato di New York. George Westinghouse, il concorrente in affari, fiutò l'intenzione che si celava dietro la troppa generosità di Edison e arrivò addirittura a pagare le spese per l'avvocato del condannato Kemmler per tentare, infruttuosamente, di contestare il nuovo mezzo di esecuzione in tribunale. L'esecuzione si fece. Nonostante la sua disumanità fu un atto di giustizia, ammesso e non concesso che la pena di morte sia giusta in sé. Ma quello che è sicuro è che al tempo stesso fu un atto di guerra: un mezzo usato in quella clamorosa guerra della corrente che vide alla fine Edison uscirne vittorioso.

 

*Presidente AICIS

Dopo i tragici fatti avvenuti il 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo a Torino, in occasione di un’attesa finale di Champions League, furono rilevate forti criticità nell’organizzazione della manifestazione. Nella circostanza, causa la mancanza di una preventiva valutazione degli elementi di rischio, si registrò la morte di una persona e il ferimento di altre 1526.

La vicenda indusse il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ad emanare una prima circolare alle Prefetture e agli Enti locali per mettere a fuoco le diverse competenze in materia di safety e security, cui sono seguite diverse disposizioni sul tema ad opera di diversi Dipartimenti e, da ultima, la Direttiva del Ministro dell’Interno del 18 luglio 2018, avente ad oggetto “Modelli organizzativi e procedurali per garantire i livelli di sicurezza in occasione di manifestazioni pubbliche”.

La direttiva in questione ribadisce la necessità, in occasione di pubbliche manifestazioni organizzate da enti, privati, associazioni o comitati, di pianificare le misure di sicurezza allo scopo di ridurre al minimo i rischi connessi all’afflusso di persone. Tali misure, peraltro, devono essere adottate tenendo conto delle disposizioni volte a neutralizzare eventuali attentati nello stile di quelli tragicamente perpetrati a Nizza e a Berlino mediante l’utilizzo di veicoli.

Il corso è valido per il rinnovo dell’autorizzazione investigativa ai sensi del D.M. 269/2010

 

(AICIS) Il web come luogo virtuale di crimini e aggressioni. Se ne è parlato a Cosenza il 18 ottobre scorso nell'ambito del V° Convegno Nazionale "POL" 2018. La Sessione curata dall'AICIS ha proposto una analisi dei pericoli e delle possibili strategie di sicurezza e contrasto nel mondo degli illeciti perpetrati con l'utilizzo della tecnologia.

Ugo Terracciano, presidente dell'AICIS, ha condotto una breve disamina dei "reati informatici" introdotti nel nostro codice penale nel 2008, in attuazione di una direttiva europea in materia. In maniera suggestiva i pericoli legati alle frequenti intrusioni nei sistemi informativi pubblici e privati sono stati illustrati da Enrico Albini, CEO di RISK-CONTROL società milanese attiva nella protezione delle reti. Deborah Bottino, criminologa calabrese, ha parlato di cyber-bullismo, mettendo in luce la pericolosità di un fenomeno che ha già dato luttuosi esiti. Ha chiuso i lavori Franco Morizio, membro dell'accademia di scienze forensi, con un intervento incentrato sull'impatto delle nuove regole europee in materia di privacy sulla gestione dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati.

 

 

[AndreaPierleoni *] Molto spesso pubblichiamo sul nostro profilo Facebook – o su altri social-network – notizie, informazioni o commenti visibili ai nostri “amici” virtuali o agli “amici degli amici”.

Certamente di questo ne siamo tutti consapevoli e, proprio in ragione di ciò, non scriveremmo mai frasi che potrebbero essere infamanti od ingiuriose verso terzi; tanto meno tali piattaforme potranno mai essere utilizzate per formalizzare una denuncia all’A.G. nel caso si sia venuti a conoscenza di una notizia di reato. A maggior ragione, un P.U. che ha l’obbligo giuridico di denunciare un fatto penalmente rilevante, non utilizzerà mail un social-network per informare l’A.G.

Sebbene le notizie vengano pubblicate sul proprio profilo “pubblico”, queste sono pur sempre “private” ovvero – in linea di principio – soggette al consenso dell’interessato per una loro pubblicazione in altri contesti o su altri supporti. Si tratta di rispettare la privacy altrui! Occorre quindi prestare molta attenzione (cosa che spesso non si fa…) soprattutto a non pubblicare informazioni personali relative ad altri, comprese immagini o magari foto recanti legende o didascalie, senza il loro consenso. Si tenga presente che in molti Paesi è un reato pubblicare informazioni illecitamente, soprattutto se si tratta di immagini (cfr. “Linee guida dell’International Working Group on data protection in Telecommunication in materia di social networking”)

Quanto appena esposto si ritiene applicabile:

  • laddove chicchessia accusi l’autore che gli scritti pubblicati sul proprio profilo (aperto solo agli amici o comunque ad una limitata cerchia di persone abilitate ad accedervi previa richiesta quando detto profilo non sia reso visibile a tutti) possano infangare soggetti terzi;

  • quando un terzo soggetto – a cui non è diretta la conversazione o non ne fa parte – accusi l’autore di essere passibile di denuncia per il solo semplice fatto di fare allusioni sebbene le stesse non abbiano un contenuto offensivo;

  • quando il soggetto di cui al punto precedente affermi di aver stampato, da video, gli scritti dell’autore pubblicati sul proprio profilo e comunicarli ad altri soggetti per una successiva valutazione al fine di tutelarne l’immagine nelle sedi ritenute opportune.

Produrre in giudizio stampe di screen shots contenenti scritti oggetto della vertenza, se non prodotte ed acquisite mediante procedure certificate che garantiscano l’autenticità e l’integrità, oltre che l’inalterabilità, dette “prove” casarecce potrebbero non avere alcuna valenza giuridica e, di fatto, essere inutilizzabili. Peraltro accusare o scrivere illazioni senza fondamento o senza i presupposti necessari a sostenere un’accusa per diffamazione potrebbe comportare, come una sorta di effetto boomerang, una contro-accusa per calunnia o, quanto meno, per lite temeraria1 di cui all’art. 96 Cod. Proc. Civ.

Talvolta, manifestare opinioni a titolo personale ed in qualità di libero cittadino, può comportare il rischio dell’essere piacevolmente definiti come «opinionisti» e pure «preparati». Probabilmente è la dizione più calzante per coloro che, sebbene non abbiano una conoscenza approfondita su tutto, intendano esprimere delle considerazioni e «commenti su fatti politici o di costume» (v. Dizionario Treccani).

Lo stesso Dizionario, descrive così il termine opinione: “Concetto che una o più persone si formano riguardo a particolari fatti, fenomeni, manifestazioni, quando, mancando un criterio di certezza assoluta per giudicare della loro natura (o delle loro cause, delle loro qualità, ecc.), si propone un’interpretazione personale che si ritiene esatta e a cui si dà perciò il proprio assenso, ammettendo tuttavia la possibilità di ingannarsi nel giudicarla tale: es. fino a che non sia dimostrata la verità, tutte le opinioni possono essere ugualmente vere o false; […]; io la penso così, ma, ripeto, questa è solo una mia opinione; diversi modi di presentare modestamente il proprio giudizio, di esprimere un parere o di affacciare una proposta; non mi sono fatto ancora un’opinione in merito; sono convinto della mia opinione; mi confermo sempre più nella mia opinione; nonostante la smentita dei fatti, rimango della mia opinione; anche questa è un’opinione, frase (spesso ironica) con cui ci si mostra disposti ad accordare credito alle ipotesi e ai giudizî altrui; qual è la tua o. in proposito?; ha delle opinioni tutte sue; […] In particolare, essere dell’opinione, è un’espressione con cui s’introduce la manifestazione del proprio punto di vista circa provvedimenti da prendere, sulla condotta da seguire […] o per affermare chiaramente il proprio disaccordo su quanto altri giudica o propone o ritiene opportuno. Nel linguaggio giuridico è detta opinione comune l’opinione prevalente dei giuristi in una determinata questione di diritto. È direttamente contrapposto a «fatto certo, positivo”. […] Talora ha senso più vicino a convinzione, principio, soprattutto in materia morale, religiosa, politica, sociale […] Opinione pubblica: il giudizio e il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini, o anche questa maggioranza stessa, in quanto ha esigenze, convinzioni, atteggiamenti mentali comuni.

 

Per una maggiore cognizione, ritengo opportuno riportare alcuni estratti della normativa contemplata nella Sezione V (dei Delitti contro la inviolabilità dei segreti), Titolo XII (Delitti contro la persona), Capo III (dei Delitti contro la libertà individuale), Libro II (dei Delitti) del Codice Penale vigente.

Art. 616. Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza. - Chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, al fine di prendere o di farne da altri prendere cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta, ovvero, in tutto o in parte, la distrugge o sopprime, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire sessantamila a un milione.

Se il colpevole, senza giusta causa, rivela, in tutto o in parte, il contenuto della corrispondenza, è punito, se dal fatto deriva nocumento ed il fatto medesimo non costituisce un più grave reato, con la reclusione fino a tre anni.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Agli effetti delle disposizioni di questa sezione, per “corrispondenza” si intende quella epistolare, telegrafica, telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a distanza.2

Art. 617. Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche. - Chiunque fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni indicate nella prima parte di questo articolo.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d'ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio nell'esercizio o a causa delle funzioni o del servizio, ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.3

Art. 618. Rivelazione del contenuto di corrispondenza. - Chiunque, fuori dei casi preveduti dall'articolo 616, essendo venuto abusivamente a cognizione del contenuto di una corrispondenza a lui non diretta, che doveva rimanere segreta, senza giusta causa lo rivela, in tutto o in parte, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da lire duecentomila a un milione.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Art. 623 bis. Altre comunicazioni e conversazioni. - Le disposizioni contenute nella presente sezione, relative alle comunicazioni e conversazioni telegrafiche, telefoniche, informatiche o telematiche, si applicano a qualunque altra trasmissione a distanza di suoni, immagini od altri dati.4

In conclusione:

  1. Adottare misure opportune onde sensibilizzare i soggetti deputati ad attività di disciplina, i fornitori di servizi, e l'opinione pubblica in genere, ed in particolare i giovani verso il rispetto e la conoscenza dei rischi per la loro privacy derivanti dall’utilizzo dei social-network, nonché alla necessità di un comportamento responsabile nei riguardi del trattamento e della diffusione impropria dei dati personali propri ed altrui.

  2. In secondo luogo, ma di certo non meno importante, è necessario che ognuno si mantenga il proprio ruolo. Il pubblico ufficiale è, per il diritto italiano, colui che esercita una funzione pubblica, legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione e dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi e certificativi. (v. art. 357 C.P.).

Infine un’ultima riflessione. C’è chi è P.U. nell’espletamento delle proprie funzioni e nell’ambito del territorio di appartenenza e chi, invece, lo è sempre H24 e su tutto il territorio nazionale. Quindi, che qualcuno tenda ad assurgere ad essere un P.U. ed utilizzare tale qualifica per denunciare tutto e diventare lo “sceriffo” del social-network, la cosa lascia un poco perplessi….. Pubblici Ufficiali si e nel rispetto delle funzioni, ma pur sempre con buon senso!

* [Criminologo]

 

1 I presupposti della condanna per lite temeraria - L’affermazione di responsabilità processuale aggravata della parte soccombente, secondo la previsione dell’art. 96, 1° comma, c.p.c., richiede la sussistenza di tre presupposti: 1) il carattere totale e non parziale della soccombenza; 2) l’elemento soggettivo, consistente nell’avere l’opponente agito con mala fede (dolo) o colpa grave (cioè consistente nella consapevolezza, o nell’ignoranza derivante dal mancato uso di un minimo di diligenza, dell’infondatezza delle proprie tesi, ovvero del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere in giudizio); 3) l’elemento oggettivo, rappresentato dalla dimostrazione della concreta ed effettiva esistenza di un danno subito dalla controparte come conseguenza diretta ed immediata di un simile comportamento, ciò che si ha quando appunto controparte deduca e dimostri la concreta ed effettiva esistenza di un danno in conseguenza di detto comportamento processuale, sicché il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza. Tuttavia, il danno nella sua concretezza deve essere comunque provato, e tale esigenza probatoria è ineludibile, non potendo nemmeno la liquidazione equitativa sostituire le deficienze istruttorie sull’esistenza (e non l’entità) del medesimo. Tribunale di Modena (Pagliani G.), sentenza n. 620 del 13 aprile 2012.

2 Comma così sostituito dall’Articolo 5, L. 23 dicembre 1993, n. 547.

3 Il presente articolo è stato così sostituito dall'art. 2, L. 08.04.1974, n. 98.

4 Il presente articolo aggiunto dall'art. 4, L. 08.04.1974, n. 98, è stato così sostituito dall'art. 8, L. 23.12.1993, n. 547.

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